Che la letteratura sia piena di pandemie ed epidemie, fantastiche o reali che siano, non è una novità. Si passa dal “solito” Don Rodrigo che ogni anno muore di peste nei licei a Camus che la usava come titolo per un romanzo, o ancora, a William S. Burroughs, che aveva ipotizzato che il nostro linguaggio, le nostre parole, fossero una forma di virus infettivo. Le malattie, infatti, non sono solo fisiche: questo lo scrittore J.G. Ballard lo aveva percepito bene. L’uomo è malato dentro, è un essere vivente compromesso dal mondo che si è creato. Siamo affetti dai nostri disturbi, dal nostro ego perennemente incrementato dal consumismo sfrenato che viviamo tutti i giorni e che ci circonda.

Ballard era affascinato da una strana e ricorrente caratteristica umana, che non mancava mai di mettere su carta per indagarla ed esplorarla ancora e ancora. La parola inglese unsettling, che vuol dire letteralmente “smosso”, o metaforicamente “inquietante”, è ciò che rappresenta di più quello Ballard è riuscito a portare alla luce nella sua lunga carriera e forse è ciò che si avvicina di più a un modo in cui potremmo definire l’espressione ballardismo. La civiltà umana, nei suoi romanzi, è tanto disturbata quanto biecamente condannata a farsi sfuggire di mano i propri limiti. Gli individui di Ballard sono personalità sovvertite, talvolta represse, ma consce di vivere le proprie perversioni traumatiche in un mondo sfregiato dal consumo. Riportato alla luce dall’omonimo film di David Cronenberg vincitore del festival di Cannes, Crash (1973) – per esempio – è la storia di un uomo che prova un irrefrenabile desiderio sessuale nel vedere ferite prodotte da incidenti d’auto. Qui, le macchine diventano estensioni del corpo umano, a tal punto che il protagonista Robert Vaughan vorrebbe coronare il suo feticismo con una collisione a piena velocità con l’iconica attrice Elizabeth Taylor. Ma Crash non è il solo libro di Ballard a trattare di violenza e perversione. Il Condominio, uscito nel 1975, segue le vicende del Dr. Robert Lang che, da poco trasferitosi in un grattacielo lussuoso, fa da spettatore e partecipa ad un vero e proprio blackout umano. Dopo un cortocircuito elettrico, gli inquilini regrediscono a tal punto da abbandonare la vita esterna. Tutti piombano nella paranoia, nel cannibalismo e nell’omicidio, tentando di organizzarsi in gruppi rivali in base al proprio stato sociale, decretato dal piano del loro appartamento. L’obiettivo comune è arrivare all’attico dove abita l’architetto dell’edificio, creatore del lussuoso scempio edile e responsabile della primordiale regressione degli abitanti. La distopia fa da padrona nelle storie di Ballard, e le note di alienazione e assurdità insieme, la difficoltà di convivere con le proprie angosce, fanno di ogni protagonista un uomo unsettled – smosso unicamente da voglie materiali intorno a lui. Sono romanzi di denuncia non tanto sociale, quanto psicologica, che esplorano le profondità ed i tabù emotivi di una creatura disturbata. Non è un caso che Il Condominio fosse uno dei romanzi preferiti di Ian Curtis, cantante del gruppo post-punk Joy Division, ispirato come i Sonic Youth ai surreali libri di Ballard o ai paradossali mondi rancidi ed estatici di William S. Burroughs. 

Eppure, spesso sfugge che Ballard prima di questi romanzi era un autentico creatore di mondi. Prima di arrivare a occuparsi di individui, parlava di ecosistemi e di ambienti distrutti. Il mondo sommerso (1962) e La Foresta di cristallo (1966) sono due romanzi (fanno parte di una quadrilogia) in cui emerge uno scenario grottesco. Il mondo sommerso, più di mezzo secolo fa, presentava una Terra inondata dallo scioglimento dei ghiacci in cui Kerans, uno dei principali personaggi, sfida la sua psiche in un paesaggio compromesso da calotte polari squagliate e paludi esondanti. Questo mondo post-apocalittico non è il risultato del naturale innalzarsi della temperatura della Terra, ma appare al lettore come una conseguenza dell’involuzione dei suoi abitanti. Siamo noi stessi la causa del nostro male. È l’uomo stesso, creatore del suo cataclisma, a essere malato. Lo stesso schema si applica nella Foresta di Cristallo, dove Edward Sanders tenta di capire perché l’ambiente intorno a lui continua a cristallizzarsi, cementificando tutto quello che trova davanti a sé. La descrizione di un coccodrillo semi-ricoperto dal cristallo, con la bocca soffocata da pietre e gioielli, resta l’icona di un mondo rovinato dalla noncuranza degli umani verso loro stessi e verso ciò che li circonda. L’uomo perde allora la sua umanità e regredisce sino a sembrare ‘solo’ un componente di un ecosistema compromesso. Queste storie non sono propriamente sci-fi – fantascienza – ma cli-fi: vera e propria climate fiction, dove cioè il susseguirsi di disastri naturali compone la brillante cornice narrativa. Ballard, però, non voleva consciamente mettere in luce il problema del surriscaldamento globale, ma era più che altro interessato a smembrare i nostri sistemi di pensiero, quelli che ci rendono disturbati, egocentrici, frustrati, deboli ed ignoranti. Sistemi che sono alla base della nostra totale negligenza nei confronti di una Terra che anno per anno roviniamo sempre di più. 

Fonte: Pixabay.

Ballard voleva capire sino a che punto riusciamo ad essere logici, sani e naturalmente predisposti alla vita sociale, ma arriva alla soluzione che in fondo non lo siamo. Questo è concretizzato in un altro romanzo, chiamato inizialmente The Drought (1965) – Siccità per poi essere cambiato in The Burning World – Terra Bruciata. Qui ci troviamo in un ambiente post-apocalittico, senza acqua, infuocato dal sole rovente. Abbiamo a che fare con un’umanità che ha prodotto talmente tante scorie industriali da condannarsi da sola. Come nel film d’animazione Pixar Wall-e, il mondo è polveroso e desertico. Qui però gli umani sono vivi e tentano di convivere con la loro sorte paradossale e triste. Piano piano il loro stesso ecosistema li condanna a lottare per vivere, nel tentativo di trovare quei pochi ruscelli che gocciano dalle rocce. Terra Bruciata è costellato di personaggi variopinti, dai nomi simili, che ricordano la vaghezza dei numeri: Jonas, Jordan, Johnstone, come a intendere quanto, ormai, l’uomo abbia una funzione del tutto inutile. Il protagonista è il Dr. Ransom, che appena separatosi dalla moglie, scopre che la sua casa galleggiante sul lago sta precipitando giorno per giorno. L’acqua evapora lentamente e l’assenza di pioggia lo costringe a raggiungere una spedizione di uomini intenta ad arrivare all’oceano più vicino, dove il governo ha messo a disposizione dei grandi depuratori. Ma tutto ciò non basta: il finale potete immaginarlo da soli. 

Ballard aveva trovato nel clima e nelle condizioni atmosferiche un escamotage per portare alla luce temi spesso celati, alla base della negligenza dell’essere umano nei confronti di sé stesso. Per vivere in un mondo apocalittico serve lucidità e coraggio, quella che se non per qualche sprazzo, nel corso dei romanzi viene spesso a mancare. Il surriscaldamento della Terra è la conseguenza di umani che perdono il senso della ragione e la conseguenza di ciò è la creazione di un mondo che ci rispecchia. Travis Elborough spiega che Ballard è un autore-investigatore, non però alla Sherlock Holmes, quanto alla maniera di uno scrittore interessato ad indagare con effetti surreali le origini e gli sviluppi del cataclisma. È proprio questo che ci rende unsettled

A volte, la fantascienza non è così lontana dalla realtà. 

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