In molti si aspettavano che il premio Nobel per la Pace 2019 venisse assegnato a Greta Thunberg, fosse solo per il grande merito di aver scosso l’opinione pubblica sull’emergenza climatica e per aver avuto la straordinaria capacità di mobilitare, in un solo anno di tempo, centinaia di migliaia di cittadini e soprattutto di giovani, coinvolti negli ormai celebri Fridays for Future. Come è noto, il prestigioso riconoscimento dell’Accademia svedese è stato, invece, assegnato al premier etiope Abiy Ahmed Ali per aver promosso e realizzato concretamente lo storico accordo di pace tra il suo paese e la confinante Eritrea.

Evidentemente c’è un filo rosso che congiunge la giovanissima attivista svedese e il coraggioso primo ministro etiope, un sentiero sottile, appena tracciato, che attraversa le diverse aree tematiche afferenti alla realizzazione di un mondo realmente pacifico caratterizzato da un’autentica armonia tra tutti esseri viventi e il pianeta che li ospita. Perché i conflitti armati, le migrazioni di massa e i cambiamenti climatici costituiscono tre macro-fenomeni della contemporaneità che condividono molteplici cause ed altrettanti effetti. La consapevolezza di questa interdipendenza che lentamente affiora e si fa strada nel nostro presente era estremamente vivida in John Steinbeck, una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento, anch’egli- guarda caso- premio Nobel per la Letteratura nel 1962: ce lo hanno ampiamente dimostrato Emanuele Trevi, Massimo Popolizio e Leonardo Colombati durante l’incontro di giovedì scorso 17 ottobre dedicato ad alcune delle pagine di Furore, organizzato dalla Fondazione De Sanctis nella splendida cornice della Sala della Crociera del Collegio Romano.

La Sala della Crociera all’interno del Collegio Romano. Fonte: www.movio.beniculturali.it.

Il grande romanzo racconta l’esodo forzato dei contadini dell’Oklahoma costretti a compiere un vero e proprio viaggio della speranza verso l’accecante e impalpabile miraggio del Golden State: un’opera di epica contemporanea che, come ha sottolineato Popolizio, risulta quanto mai efficace nel rendere la complessità dell’esperienza umana e sociale della migrazione grazie a quella distanza spazio-temporale che sussiste tra gli uomini e le donne della Grande Depressione e i disperati che attraversano confini e frontiere nell’incipit di questo nostro terzo millennio.   

L’attore e regista Massimo Popolizio. Fonte: www.teatrodiroma.net.

Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.

L’evento organizzato dalla Fondazione De Sanctis, impegnata in un interessante percorso di attualizzazione dei grandi classici moderni della letteratura mondiale, è stato una sorta di preludio allo spettacolo omonimo in cartellone al Teatro India dal prossimo 19 novembre al 1° dicembre: grazie alla sapiente riscrittura di Emanuele Trevi, il romanzo steinbeckiano andrà in scena incarnato dallo straordinario talento di Massimo Popolizio che darà voce e corpo al narratore onnisciente di Furore in un one man show epico e lirico da non perdere. E per visualizzare ancora meglio le facce degli uomini e delle donne nonché gli scenari suggestivi che la superba penna di Steinbeck ha reso eterni, verrà ospitata anche una mostra fotografica che racconta l’America della Grande Depressione attraverso gli scatti d’archivio di Dorothea Lange e Walker Evans.

La grande letteratura e il fascino potente ed evocativo del teatro si stringono ancora una volta in un prezioso connubio d’intenti sui grandi temi dell’umanità attualizzando il passato, evocando l’eterno. 

In copertina: John Steinbeck, fonte www.smithsonianmag.com.
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