Uno dei concetti cardine di chi si interessa o si occupa di scienze umane è costituito dal binomio natura/cultura. Filosofia, sociologia, antropologia e psicologia hanno, sin dalla loro genesi, definito natura e cultura come entità opposte e spesso inconciliabili. In particolare, l’antropologia, sorella minore (per età, non certo per importanza) delle altre discipline afferenti alla sfera delle scienze umane, ha distinto le leggi di natura –  stabili, prevedibili, geneticamente determinate- e le leggi, per così dire, di cultura -altamente variabili, contestuali e soggettive, nel tentativo di mettere ordine nel caos di mescolanze e rifrazioni che è l’umanità (antropologia, ça va sans dire, viene da anthropos “uomo” e logos “discorso”) e definire nettamente il dominio delle scienze naturali in cui si colloca l’antropologia fisica e quello dell’antropologia culturale e sociale.

I primi antropologi, legati inevitabilmente al contesto in cui vivevano e al predominio delle asserzioni positiviste, erano convinti che l’evoluzione biologica dell’umanità seguisse uno sviluppo lineare, dallo stato di natura allo stato di cultura. Le popolazioni extraeuropee non industrializzate andavano osservate e conosciute proprio perché vivevano in una condizione ritenuta più vicina allo stato di natura. Questa convinzione si rivelò ben presto piuttosto illusoria: benché il livello di progresso raggiunto da determinate etnie non fosse tecnologicamente paragonabile a quello delle società occidentali, gli antropologi (e le antropologhe) si accorsero abbastanza velocemente che avevano a che fare con gruppi di esseri umani alquanto strutturati dal punto di vista socio-politico, in grado di elaborare sistemi simbolici e filosofici molto complessi e capaci di produrre manufatti e beni immateriali (narrazioni, elaborati performativi) decisamente significativi e pregni di contenuti. Un esempio per tutti ci può aiutare a comprendere pienamente la questione: come afferma l’antropologo Marco Aime, se prendiamo in considerazione il corpo, non c’è società umana al mondo che lo accetti così come è dato allo stato di natura. Dai tatuaggi alle acconciature, dalle pratiche di scarificazione alle variegate forme di abbigliamento, tutti gli esseri umani modificano, alterano, decorano il corpo che diventa perciò sintesi di natura (colore della pelle, degli occhi, forma del naso eccetera) e cultura. Di questo fantomatico stato di natura semplice e primordiale, semmai fosse effettivamente mai esistito, sembra non esserci, dunque, più traccia nemmeno tra i membri della popolazione più remota della foresta amazzonica. L’opposizione natura/cultura subì perciò, inevitabilmente, le conseguenze di questa presa d’atto della realtà e cominciò a vacillare. I due aspetti della realtà ascrivibile agli esseri umani cominciarono perciò a mescolarsi e a dialogare, meticciandosi fino a perdere quasi del tutto i rispettivi confini.

Oggi lo scenario si evolve ulteriormente e appare un nuovo panorama in cui, con buona probabilità, siamo già immersi: si tratta della dimensione virtualeDi questo complesso e affascinante tema si è occupata in particolare Donna Haraway, filosofa della scienza dalla formazione variegata (si è laureata in filosofia e successivamente in zoologia; ha poi conseguito un dottorato di ricerca all’università di Yale in biologia) che ha diversi grandi meriti. Ne evidenziamo perlomeno due: è stata tra le prime intellettuali a occuparsi del rapporto tra scienza e tecnologia e dell’impatto di quest’ultima nella società contemporanea; è stata proprio lei a porre l’attenzione sull’insorgere del mondo virtuale in aggiunta a quelli di natura e cultura, oltre ad essere  stata l’antesignana del cosiddetto ecofemminismo, intuendo che tra le istanze femministe e quelle ecologiche c’era una fortissima correlazione.

Haraway è  nota soprattutto per la Teoria Cyborg: questa creatura d’origine fantascientifica si costituisce come la metafora perfetta per il superamento delle dicotomie oppositive (natura/cultura, uomo/animale, mente/corpo, primitivo/civilizzato, maschio/femmina, dominatore/dominato) in quanto umana ma anche macchina, reale ma al tempo stesso dotata di un potenziale immaginifico notevole. Il termine viene dalla parola anglosassone cibernetica che a sua volta viene dal greco antico kubernetes (timoniere, pilota di una nave, guida): fu infatti proprio James Watt, l’inventore della macchina a vapore, il primo a utilizzare questo termine per indicare un dispositivo in grado di controllare la velocità di una macchina senza bisogno dell’intervento umano. L’espressione fu quindi ripresa da diversi matematici e informatici del Novecento- tra cui Alan Turing, Norber Wiener e molti altri- per indicare i primi robot in grado di compiere determinate azioni in modo del tutto autonomo. Oggi il prefisso cyber è sempre più diffuso: pensiamo a cyberspazio, cyberbullismo o al Cyber Monday, il lunedì dopo la festa del Ringraziamento, e soprattutto dopo il Black Friday, termine di marketing per gli acquisti online. Secondo Haraway, siamo tutti, in qualche modo, cyborg: l’uso di protesi e di artifici tecnologici come le lenti a contatto o il bypass, le tecniche di riproduzione assistita, i dispositivi di riconoscimento facciale, vocale e digitale sono solo alcuni degli esempi che dimostrano l’interazione radicata tra natura, cultura e mondi virtuali nella vita di ognuno di noi.

Recentemente DeriveApprodi ha pubblicato un saggio importante della filosofa e scienziata statunitense, tradotto con grande rigore e competenza da Angela Balzano: s’intitola Le promesse dei mostri e si tratta di un testo densissimo, che necessita di più letture e che si presta a numerose considerazioni. Tra i tanti aspetti rilevanti, il contributo forse più significativo che Haraway offre alle riflessioni di ognuno e ognuna è costituito dall’idea che la natura non sia un luogo fisico, un tesoro da custodire o una risorsa per la sopravvivenza dell’umanità: la natura è un luogo comune, una potente costruzione discorsiva che diventa concreta nell’interazione tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Haraway sostiene che i conflitti e le esclusioni che viviamo in quest’epoca siano tutti, in un modo o nell’altro, derivati dalla tendenza a pensare per gerarchie, categorie, divisioni binarie. La vera entità del mondo è invece nel molteplice, nel plurimo, nel variegato e variabile. E se la natura è un tropos dell’umanità, un artificio, Haraway sostiene che l’unico modo per relazionarsi con questa entità senza distruggerla o tentare di possederla, sia quella di abbandonare del tutto le divisioni oppositive abbracciando invece un paradigma dell’ibrido, dell’alieno e del mostruoso: perché è in questa visione policentrica e sfaccettata della realtà che c’è una concreta promessa di futuro.

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