Il nuovo decennio è cominciato all’insegna di una parola chiave, che permea oramai tutti gli ambiti della nostra società. Stiamo parlando, naturalmente, del termine ecosostenibilità.
Dal cibo ai trasporti, dai consumi energetici al settore beauty, il ‘green’ sta tingendo ogni aspetto della vita quotidiana e il settore d’abbigliamento non è da meno. Infatti, la moda ecosostenibile è certamente uno dei temi principali di questi nuovi “Roaring Twenties” e la drammatica esperienza della pandemia ha ulteriormente evidenziato quanto un cambio di rotta sia urgente più che mai.

Il vademecum dell’ecosostenibilità

Nel settore moda, a lanciare il primo segnale ‘verde’ del 2020 ci ha pensato Vogue Italia con il suo numero di gennaio, in cui le immagini fotografiche sono state sostituite dalle illustrazioni di artisti e disegnatori.
Ma c’è di più! Perché la storica rivista ha deciso di devolvere alla Fondazione Querini Stampalia la somma risparmiata dai costi di produzione. Questa fondazione culturale, a seguito dell’alluvione che ha colpito Venezia a novembre, ha infatti subito ingenti danni al suo incredibile patrimonio archivistico-bibliotecario.

 

moda ecosostenibile

Vogue Italia, gennaio 2020: una delle cover illustrate –  Fonte: Ansa

Questa iniziativa è certamente encomiabile dal punto di vista simbolico, ma sembra poco efficace nel determinare un cambiamento a lungo termine.
Questo cambiamento è richiesto a gran voce dai consumatori, in particolare dai giovani. L’ondata di sensibilizzazione sulle problematiche ambientali sollevata da Greta Thunberg nel 2019 ha fatto sì che persino la società di consulenza strategica McKinsey&Company abbia inserito chiare indicazioni a proposito di moda ecosostenibile nel suo vademecum The State of Fashion 2020.

Conoscere per scegliere consapevolmente

L’eco-fashion è la scelta di impiegare nella produzione materiali naturali e biodegradabili, la cui lavorazione non comporti uno spreco d’acqua o l’uso di pesticidi e sostanze tossiche altamente inquinanti.
Un altro aspetto molto importante riguarda l’attenzione nei confronti degli animali e il rispetto dei diritti dei lavoratori, uomini, donne e purtroppo bambini, spesso sfruttati e privi di qualsivoglia tutela giuridica.

Tutto questo si scontra inesorabilmente con un fenomeno tipico della nostra contemporaneità, il cosiddetto fast fashion. Il concetto di fondo di questa tipologia di produzione è molto semplice: abiti e accessori in quantità massicce e a prezzi bassissimi.
Il modello di business del fast fashion prevede almeno dieci collezioni all’anno (alcune aziende arrivano anche a 30) e si basa sull’induzione allo shopping costante, in alcuni casi addirittura settimanale.

Appare evidente come tutto questo, oltre ad essere discutibile sul piano etico-morale, sia ragionevolmente insostenibile per il pianeta.
Per farsi un’idea concreta dei costi reali del fast fashion è opportuno guardare il documentario The true cost (2015) di Andrew Morgan, che permette di conoscere le dinamiche produttive, i condizionamenti economici e sociali, e i costi umani della “moda veloce” e low-cost.

Il lato oscuro della moda a basso costo è attualmente oggetto di una mostra al Museum Europäischer Kulturen di Berlino, che durerà fino al 2 agosto. L’esposizione si sviluppa a partire da una riflessione simile a quella del documentario di Morgan, cioè che siamo tutti responsabili, eppure ignoriamo quasi completamente ciò che si cela dietro il fast fashion. 

Addio fast-fashion? Ecco le alternative ‘green’

Molti colossi del settore – come H&M, Zara, Primark – e altrettanti siti di shopping online hanno reagito all’ondata di sdegno (e al calo di vendite registrato negli anni recenti) lanciando collezioni green e promuovendo il riciclo di abiti usati. Non mancano, però, perplessità e dubbi, che hanno portato molte aziende a finire sotto inchiesta.

Nel frattempo, proliferano nuove possibilità e iniziative interessanti. Tra queste c’è il fashion renting, ovvero il noleggio di capi tramite piattaforme online.
In questo settore domina a livello internazionale l’azienda Rent-the-Runway, considerata il “Netflix della moda”. In Italia, invece, è nata la startup Dress You Can, che offre la possibilità di noleggiare abiti d’alta moda per occasioni importanti e che fornisce un servizio di consulenza e personalizzazione per l’outfit quotidiano. 

rent the runway

Fonte: renttherunway.com

Oltre al fashion renting, la moda ecosostenibile è sempre più diffusa anche nel settore haute couture! Da Stella McCartney a Vivienne Westwood, sono molti ormai i grandi stilisti che dedicano attenzione al tema dell’ecosostenibilità.
Invece, nell’ambito più commerciale, i brand maggiormente in voga sono Patagonia e Save the Duck, tra i cui prodotti sono particolarmente apprezzati i piumini realizzati con materiale riciclato.

Un marchio emergente di moda ecosostenibile è The Pangaia, piattaforma creativa che riunisce scienziati, artisti e designer. Tra i loro prodotti si trovano magliette in fibre di canapa e alghe, cappelli e calzini in poliestere riciclato ed innovativi piumini FLWDWN (flower down), frutto di dieci anni di ricerca e sperimentazioni. Quest’ultimi sono imbottiti di fiori selvatici, coltivati in zone create appositamente per favorire la biodiversità e confezionati presso manifatture italiane e portoghesi.
Il loro prezzo è di ‘solo’ 550 dollari, che non sono di certo pochi, ma sembrano una cifra onesta per ottenere un sano equilibrio tra necessità, desiderio e rispetto per l’ambiente.  

Come avere un guardaroba green senza spendere una fortuna?

Ciò che sembra essere quanto mai cogente è un cambio di prospettiva. Infatti, finché continueremo a voler spendere poco riempiendoci l’armadio di vestiti low cost, la svolta ecologica resterà un’utopia.
Ma come trovare abiti, accessori e scarpe a basso impatto ambientale al prezzo giusto per le nostre tasche? Ci sono diverse possibilità.

Una di queste è il sito Il vestito verde fondato dalla youtuber Francesca Boni, che permette di conoscere i brand ecosostenibili e di geolocalizzare tutti i negozi green d’Italia in pochi click.
Le alternative ci sono e sono molto più vicine di quanto si possa immaginare! Acquistando abiti vintage e di seconda mano, sostenendo produzioni artigianali di sartorie sociali, prediligendo eco-stores, possiamo fare la differenza spendendo a seconda delle nostre possibilità.

Immagine di copertina: unsplash.com
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