Fin dall’alba dei tempi, il caffè è stato da sempre (e sempre sarà) una pietra miliare della vita quotidiana di ogni italiano. Che sia macchiato, macchiato freddo, al vetro, o semplicemente ristretto, il caffè costituisce la base su cui costruire la propria giornata. Giunto in Inghilterra alla fine del XVI secolo grazie alla Compagnia britannica delle Indie Orientali, il caffè rappresentò sin da subito una ricchezza, in quanto potersi permettere una simile bevanda era simbolo di appartenenza ad una classe sociale abbiente e sintomo di un comprovato benessere. La popolarità della bevanda crebbe per mezzo del ceto nobiliare, cosa che permise l’affermarsi dei cosiddetti café, in cui pensatori, filosofi e intellettuali si riunivano per discutere di arte, politica e letteratura. Oggi il caffè, da bevanda di lusso è entrata nel nostro vivere quotidiano, divenendo quasi un rito da rispettare.

Ma se, improvvisamente questa ricchezza a cui siamo così abituati tornasse ad essere un bene di lusso?
Il caffè così come lo conosciamo, infatti, ma soprattutto al prezzo a cui lo conosciamo, potrebbe presto diventare un miraggio, in quanto il 60% delle specie selvatiche di caffè sono a rischio di estinzione. Le informazioni giungono dai ricercatori del Royal Botanic Gardens dell’università di Nottingham, che hanno pubblicato recentemente un approfondito paper sulla questione su Science Advances.

All’interno dello studio i ricercatori mettono in luce innanzitutto la poca attenzione nei confronti del comprovato rischio di estinzione per molte specie selvatiche di caffè, che potrebbero avere ingenti ripercussioni anche sulle piantagioni commerciali. Tutto ciò è dovuto ai repentini cambiamenti climatici, che favoriscono la proliferazione di batteri fungini e parassiti, influendo in modo considerevole su fenomeni quali la siccità. Le cause del cambiamento climatico, come sappiamo, sono molteplici: dai gas di scarico, alla produzione di massa, il famoso ”global warming” a cui ancora qualcuno stenta a credere, è diventato tristemente realtà.

Le specie da cui tutti i giorni attingiamo il nostro caffè sono due: Arabica e Robusta. Entrambe sono sensibili a precisi fattori come la temperatura e le condizioni del suolo. L’unico modo per risolvere queste criticità è attraverso la combinazione di diverse varietà selvatiche a livello genetico, ma con l’estinzione o la riduzione di queste ultime anche l’Arabica e la Robusta sarebbero a rischio. Le coltivazioni di caffè potrebbero così subire un drastico calo, fino a dimezzarsi entro il 2050.

Molte di queste specie a rischio sono conservate nelle cosiddette ”aree protette”, che tuttavia non sono esenti da rischi come i cambiamenti climatici repentini. Una risorsa importante in questo campo sono le banche del seme, che aiutano a preservare la biodiversità ma che tuttavia non costituiscono una soluzione al  problema, ma solo un espediente per prevenirne la scomparsa.

Cosa possiamo fare noi consumatori? L’industria del caffè nasconde sia lati positivi che negativi. Spesso per mettere in piedi piantagioni di caffè interi appezzamenti di foresta vengono disboscati. Certamente sarebbe molto utile incrementare dalla parte del produttore la pratica delle etichette informative, per cui ogni consumatore, comprando un prodotto può leggere nero su bianco quali sono gli impatti (positivi e negativi) del proprio acquisto, anche in virtù di una spesa più consapevole.

Dietro alla piccola tazzina di “oro nero” che troviamo sul comodino ogni giorno c’è un mondo di cui non siamo al corrente: dalla raccolta del chicco, passando per la tostatura fino alla miscela che versiamo coscienziosamente nella Moka, il caffè rappresenta una ricchezza della quale non riusciamo a fare a meno. Ma se i dati sul cambiamento climatico non cambieranno forse, un giorno, saremo costretti a rinunciare a questo piccolo momento di piacere quotidiano.

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