Lo spreco alimentare è un problema ormai noto, ma nonostante l’informazione e le campagne di sensibilizzazione, negli ultimi anni si è aggravato in modo allarmante. Dati alla mano, lo spreco di cibo sta superando, in questi anni, tutti i record segnati fino ad ora: ogni anno vanno perduti circa 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti, corrispondenti a 1/3 della produzione destinata al consumo mondiale (fonte FAO). Se questo dato si inserisce in un contesto in cui circa 821 milioni di persone soffrono oggi la fame, il quadro comincia ad assumere sembianze a dir poco preoccupanti.

Lo spreco alimentare, oltre a contribuire al crescente distacco tra paesi più sviluppati e paesi del Terzo Mondo, causa anche perdita di materiali ed energia, provocando ingenti danni all’ambiente e alla salute dell’uomo. Infatti molta parte dello spreco, in alcuni paesi sottosviluppati, avviene nelle fasi di produzione, stoccaggio e trasporto, perciò a livello di filiera alimentare. Questo processo ha un grandissimo impatto ambientale, in quanto la produzione di un alimento qualsiasi a livello industriale può avere ripercussioni circa l’utilizzo di acqua dolce (per le coltivazioni, ad esempio); per non parlare delle emissioni di CO2 generate attraverso la fabbricazione e la confezione di moltissimi alimenti. Proprio per questo, l’ONU ha inserito tra i suoi obiettivi per il 2030, la riduzione degli sprechi in ambito alimentare. Il problema del cosiddetto ”packaging”, la classica confezione di qualsiasi tipo, si è posto sempre più di frequente negli ultimi anni. La lotta all’utilizzo della plastica ormai è ufficialmente cominciata e, nonostante i nostri mari pullulino di masse galleggianti di confezioni e pacchetti risalenti a quasi cinquant’anni fa, c’è ancora chi pensa che questa non sia una questione degna di nota.

Vero è che molte aziende si sono mosse per cercare di ridurre il problema dei packaging inquinanti, aziende grandi come Foodora, che ha deciso di fornire ai propri clienti sacchetti biodegradabili, in carta riciclata; è solo un piccolo accorgimento, ma è già qualcosa.

Un rapporto rapporto Waste Watcher mostra che nei paesi ad alto reddito, il 22% dello spreco alimentare avviene a livello domestico. Quante volte non abbiamo buttato nella spazzatura quella carota che abbiamo trovato un po’ abbacchiata, o quel pomodoro malridotto in fondo al cassetto delle verdure in frigo? Anche un piccolo gesto come questo ha un impatto ambientale, etico, ed economico immenso; un gesto di cui siamo tutti indistintamente responsabili. Lo stesso rapporto mostra che lo spreco domestico in Italia vale circa 8,4 miliardi di euro l’anno.

Per cercare di ridurre la piaga dello spreco alimentare, il Ministero della Salute ha fornito una serie di linee guida (consultabili qui), per informare e istruire i consumatori su un più consapevole comportamento nei confronti del cibo. Ad esempio il Ministero consiglia di pianificare la spesa: in questo modo si sa già cosa c’è in frigo e cosa va effettivamente comprato. Altro utile accorgimento è il non farsi ingannare dalle confezioni che vendono grandi quantità in offerta: il segreto sta nel comprare solo la quantità che effettivamente si pensa di consumare. 

Altre soluzioni, ancor più innovative dal punto di vista tecnologico, sono state proposte da aziende come il gruppo Arup, che nel rapporto Urban Bio-Loop, si è proposto di trasformare gli scarti alimentari in materiali edili sostenibili e poco costosi. Uno scenario troppo futuristico? In realtà sta già acquisendo concretezza. Infatti, dalle bucce di patate possono essere ricavati degli ottimi isolanti, leggeri ed idrorepellenti, mentre i gusci delle arachidi costituiranno in futuro pannelli resistenti a fuoco e ghiaccio, e così via.

Che sia questo l’inizio di una nuova era? Ad oggi non possiamo saperlo. Tuttavia possiamo sviluppare una coscienza consapevole dell’importanza che il cibo riveste per l’umanità e per l’economia, e di conseguenza trattarlo con il dovuto rispetto, riducendo al minimo gli sprechi.