Romana born and bred. I confini della Capitale per Esmeralda Vascellari non rappresentano di certo una comfort zone, un limite mentale oltre che territoriale. Al contrario Esmeralda ha deciso di piantare in questo recinto qualcosa di bellissimo: da quattro anni la sua etichetta Lady Sometimes Records è la casa di quelle band che funzionano bene altrove, e che altrove hanno già riscosso la loro cospicua dote di successi. Parliamo di shoegaze, dreampop, noise e elettronica, che l’ItPop guarda dall’alto in basso (proprio quell’ItPop che piace alla gente semplice e umile); ma di questi generi c’è bisogno, tanto più perché l’Italia è capace di arricchirli di una propria interpretazione. Un motivo ci sarà se all’estero, dall’Inghilterra al Canada, si parla di una stimata scena italogaze.

Per questo definire isola felice la Lady Sometimes Records sarebbe un errore: felice sì, ma non isolata, perché non punta a rimanere nella nicchia e a soddisfare le velleità di pochi. Il cancello di quel recinto è spalancato. Esmeralda ha da sempre avuto fede nel valore aggiunto dato dalle diversità, guidando la sua etichetta con un pensiero indipendente e politico – che non significa certo partitico. Fare musica non è solo un passatempo, figuriamoci produrla. Tenere conto del suo impatto sulla società e sull’ambiente è ciò che differenzia la Lady Sometimes da tante altre realtà, che non credono veramente in sé stesse (o forse nella musica in primis).

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Esmeralda in occasione del lancio della nostra sezione Ecowave. Siamo sicuri che troverete le sue parole illuminanti.

 

Esmeralda Vascellari. Fonte: sito ufficiale della Lady Sometimes Records

La Lady Sometimes Records è ecosostenibile dalle origini o il tuo è stato un graduale percorso di consapevolezza?

Entrambe le cose. Nel senso che io, personalmente, sono sempre stata attenta al discorso ambientale nella vita di tutti i giorni. Quindi quando ho iniziato a produrre dischi mi è sembrato naturale pormi subito la questione, cercando immediatamente delle alternative ‘accettabili’ in termini di sostituzione e riduzione.
Il primo problema lampante da affrontare è stato quello del packaging: c’è uno spreco di plastica enorme! Nelle produzioni che curo esclusivamente io, ho eliminato subito il terribile jewel case, prediligendo i digipack fustellati in carta semplice opaca, senza ulteriori gloss applicati. In occasione delle produzioni per Weird. (ora True Sleeper) e Lilies on Mars, i cartonati sono stati fatti a mano e a km 0 da una stamperia di Frascati. Stesso discorso per le cassettine che sono tutte realizzate a mano da me con slipcase e fanzine di carta. Il prossimo passo sarà togliere tutte le cellophanature, ma ci sarebbe ancora molto da fare e più in grande.

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Quanto costa, non solo in termini economici ma anche psicologici, gestire un’etichetta attenta alle tematiche ambientali in Italia? C’è una sorta di legislazione che frena un’azione ecologica concreta o più che altro sono i direttori della maggior parte delle etichette ad essere pigri?

Quello che introduci è un tema spinoso e la mia sensazione è che non sia un argomento affrontato in generale, almeno in Italia. Seriamente, quanti articoli o panels o anche solo discussioni tra addetti ai lavori hai ascoltato in proposito?
Ti parlo dalla mia esperienza di etichetta indipendente auto-prodotta: è un contesto specifico dove la gestione è per lo più autonoma.
Se ci si appoggia alle classiche stamperie, si può scegliere solo entro un ventaglio ristretto di possibilità. Come label manager ovviamente ho la possibilità di cercare delle alternative al di fuori dei circuiti ordinari, imbattendomi però in costi maggiori ed una logistica ben più complicata da coordinare. Il costo delle produzioni standardizzate in carta è comunque decisamente maggiore rispetto alla plastica ed il beneficio ambientale che ne viene in proporzione è tutto sommato risicato. Voglio dire, meglio che niente, ma non c’è ancora la possibilità di investire in packaging riciclati realmente tracciabili ed eco-sostenibili (tipo, la carta utilizzata, da dove viene? Che tipo di coloranti/solventi/colle vengono applicati?), inoltre non esistono eco-incentivi statali che potrebbero migliorare l’offerta e la gestione di un packaging meno impattante, oppure (come fanno ormai le compagnie di trasporti) delle modalità di compensazione per la Co2 prodotta col trasporto della merce.
Queste sono tutte questioni aperte ed irrisolte, ma le soluzioni sembrano lontane anni luce, in un paese in cui è utopico anche fare la differenziata, acquistare alla spina, investire nei vuoti a rendere o nelle bags riciclabili.
Detto questo, in termini ‘psicologici’ non trovo pressioni particolari, ho sempre creduto che fare musica sia come fare politica: c’è un’etica e un’estetica; il modo in cui porti avanti e gestisci il tuo mondo musicale la dice lunga sull’approccio ‘umano’ che hai nei confronti delle realtà che ti circondano. Io per etica ho scelto di trovare alternative, così come di mettere musica e persone prima di qualsiasi analisi di mercato, e per estetica ho scelto di seguire un percorso più DIY, focalizzato su limited editions e artigianalità, nei limiti delle mie possibilità.
Di sicuro, se si decide di essere attivi su questi fronti non c’è spazio per pigrizia e trascuratezza, e quello è davvero a discrezione esclusiva di chi produce.

Logo dell’etichetta. Fonte: pagina Facebook della Lady Sometimes Records

Sulla pagina Facebook della Lady Sometimes ho letto che ad aprile hai aperto una convenzione con Treedom, che tra l’altro collabora anche con Libera Terra. A significare quindi che l’ecologia non è solo una chiacchiera vuota e che la musica non è solamente un passatempo o un sottofondo, perché ha un reale impatto sulla società. Niente di più concreto, checché se ne dica. Cosa ne pensi? Ti hanno mai consigliato di essere più realista, di darti una svegliata, solo perché la tua mission è apparentemente utopica?

Guarda, ad essere realisti è tutta la mission di Lady Sometimes che è ‘utopica’.
I miei generi non potrebbero essere più di nicchia in questo momento storico italiano: band italiane, che cantano in inglese, prodotte da una donna con logo smaccatamente curvy girlish, che dietro l’atteggiamento twee svela invece un carattere noise/fuzz a volumi fortissimi. La metà delle mie band devi ascoltarle a tre metri dal palco per non diventare sordo.
Fatico molto ad essere presa sul serio. Quindi, se nel 2018 anche essere ecologista è ancora un lontano ideale, lo sbandiero con fierezza!
Ad onor del vero, comunque, più che una convenzione, ho aperto un semplice profilo Treedom a nome dell’etichetta, dove pianto un albero per ogni nuova release. Avevo già un profilo personale e mi pareva una bella idea, simbolica e concreta, da realizzare. Inoltre chiunque può farlo. A rischio di sembrare bacchettona, quando dico “rinuncia a una birra o a qualche sigaretta, per andare a un concerto in più”, stavolta potrei dire: “hey, rinunciate a due birre e piantate alberi!”. I piccoli gesti quotidiani sono fattibili per tutti, fanno la differenza, sfidando qualsiasi pseudo-utopia.

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Pensi che la musica in streaming possa essere più sostenibile rispetto ai CD e ai vinili? Perché da una parte abbiamo dei prodotti a base di alluminio e petrolio, che hanno il loro impatto per via di più o meno lunghi tempi di produzione e di trasporto, ma dall’altra colossi come Spotify non sono trasparenti nei loro report sull’uso di energia rinnovabile – e secondo Greenpeace “l’impatto ambientale del settore IT è approssimativamente del 7% sul consumo globale di elettricità”. E poi è risaputo come gli smartphone (che ormai usiamo come lettori musicali) non siano prodotti nel pieno rispetto dell’ambiente e della manodopera. Non so te, ma a volte ho l’impressione che sia tutta quanta una “guerra fra poveri”.

Ci ho ragionato spesso, sia in termini di vendite che di sostenibilità.
Come giustamente evidenzi, il vero prezzo energetico di tutte queste piattaforme/server digitali non è rilevabile né trasparente al 100%. Sugli smartphone, il discorso non riguarda solo musica, ambiente ed etica, ma i purtroppo numerosi conflitti bellici legati allo sfruttamento delle miniere per le materie prime.
Analizzare tutta la situazione in poche righe è impossibile e di sicuro è impensabile delegare la ricerca di soluzioni agli ascoltatori finali.
C’è poi un punto che tengo a precisare ed è la questione del perché – in tutta la loro insostenibilità – produciamo ancora supporti fisici? Risposta: è l’unico mezzo per le piccole/medie etichette di avere un finanziamento diretto dal pubblico, dove il guadagno è almeno tra le 5 e le 10 volte superiore al costo di produzione.
Ad oggi non è possibile tirare fuori soldi reali dalle piattaforme digitali, se non facendo (forse) numeri impossibili ed entrando nella top 1000 di Spotify. Dati i costi per arrivare a quei livelli, resterebbe comunque un’entrata minore di altre, per giunta inaccessibile ai medio-piccoli. La maggioranza di chi acquista dischi, non li ascolta quasi mai, prediligendo poi la comodità di mp3 e streaming; eppure, li acquista ancora! Insomma il disco nell’era della riproducibilità digitale è ormai un feticcio (bellissimo, non fraintendermi!) per giustificare e rientrare di tutti gli sforzi fatti nel produrre quella musica impalpabile (studio, grafica, PR, stampe, booking), ma che ci piace tanto. Una soluzione dal basso potrebbe essere educare il pubblico su quanto sia fondamentale sovvenzionare l’arte a prescindere dalla disponibilità di beni materiali ad essa associati, magari fidelizzandolo attraverso subscription/patreon diretti ed offrendo esperienze live partecipate ed esclusive.
È di fatto una guerra tra poveri, ma credo fermamente che mentre aspettiamo che si svegli qualcuno dei piani alti, con leggi e riforme appropriate, possiamo dire e fare la nostra tenendoci informati, costruendo un nuovo senso di comunità che trascenda i dispositivi elettronici, e cosa più importante: direzionando il nostro consumo critico verso quelle situazioni che più lo meritano e necessitano.

Ringraziamo Esmeralda Vascellari per la sua disponibilità.

Dopo una chiacchierata del genere, non sareste ancora più curiosi di scoprire gli artisti della Lady Sometimes Records? Per rimanere sempre sul pezzo, seguite le pagine Facebook e Instagram di questa coraggiosissima etichetta.

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