di Layla Napolitano

Innanzitutto una precisazione sul termine, seppur noto: si parla di biodiversità riferendosi alla variabilità biologica su più livelli differenti, analizzando sia la diversità di patrimonio genetico fra esemplari della stessa specie e fra specie differenti, che la diversità fra più ecosistemi.

È la sorprendente varietà degli esseri viventi, connessi da legami fittissimi, a sostenere il nostro sistema alimentare, fornendo un indispensabile contributo non solo all’impollinazione, ma anche, per esempio, al controllo dei parassiti, alla formazione e al mantenimento del suolo, alla qualità delle acque e alla sopravvivenza di specie a loro volta benefiche.

Per questo la FAO si è adoperata per raccogliere i dati provenienti da novantuno Paesi di tutto il mondo e realizzare per la prima volta uno studio sulla biodiversità, tanto seriamente minacciata a livello globale quanto indispensabile nella sua interezza per affrontare le crescenti sfide alimentari dovute all’aumento della popolazione e ai cambiamenti climatici.

Emerge un quadro allarmante, che registra in tutti i Paesi un decremento della variabilità genetica. L’alterazione e la distruzione degli habitat naturali, così come il sovrasfruttamento e l’inquinamento, sono solo alcuni dei fattori che portano alla moria di specie impollinatrici, di antagonisti dei parassiti e di microrganismi del suolo, con inevitabili ripercussioni sulla qualità e la quantità delle produzioni.

Muoiono mangrovie, coralli, uccelli, lombrichi, pipistrelli, insetti, funghi e batteri, tutti fedeli alleati della salute dell’aria, dell’acqua, del suolo e delle foreste.

La FAO sottolinea che, all’interno del report, per “agricoltura” s’intende la produzione derivante dalle coltivazioni, dagli allevamenti terrestri e acquatici, dalla selvicoltura e dalla pesca.

E così dai dati si rileva che il 60% delle risorse ittiche hanno raggiunto il limite dell’utilizzo sostenibile, mentre un terzo viene già sovrasfruttato, e che soltanto il 7% delle razze di bestiame allevate non è a rischio di estinzione. La riduzione delle specie di piante utilizzate in agricoltura è impressionante, basti pensare che a sole nove specie è affidata la produzione del 66% delle coltivazioni mondiali!

Rapidamente stanno scomparendo anche un quarto delle varietà di cibo selvatico, che si tratti di piante, pesci o mammiferi, ma la percentuale è probabilmente errata per difetto, a causa della mancanza o confusione di dati riguardanti moltissime specie. Il cibo selvatico è una risorsa spesso sottostimata, ma che assume particolare importanza in caso di scarsità alimentare. Per lo più specie del mondo vegetale, come bacche ed erbe, ma ad esempio anche funghi, crostacei, insetti ed alghe, apportano proteine e micronutrienti, contribuendo ad una dieta migliore e più bilanciata. In questo caso le aree più soggette a perdita di biodiversità sono l’America latina ed i Caraibi, afflitte da specie invasive e dannose, da parassiti, dal sovrasfruttamento e dalla deforestazione.

L’unica notizia confortante riguarda l’assunzione di nuove misure a favore dell’uso sostenibile e della conservazione della biodiversità denunciata dalla maggior parte delle nazioni considerate, anche se esse stesse al contempo riconoscono l’insufficienza di studi specifici condotti sugli ecosistemi locali.

Un esempio virtuoso è quello dei contadini californiani: finito il raccolto del riso non bruciano i campi, ma ne permettono l’allagamento, fornendo un ambiente favorevole a più di duecento specie di uccelli. Questa buona pratica ha permesso l’incremento del numero di esemplari di molte specie, alcune delle quali minacciate di estinzione. Purtroppo, allo stesso tempo accade che dall’altra parte del mondo, in Nepal, le coltivazioni del posto siano state abbandonate soprattutto a causa della massiccia immissione di prodotti a basso prezzo nei mercati locali.

Dunque, in conclusione, occorre ribadire che la biodiversità, con il suo insostituibile bagaglio, si sta rapidamente riducendo, ma il monito di José Graziano da Silva, presidente generale FAO,è che non potrà essere ricostituita una volta distrutta: per questo bisogna adoperarsi con ogni forza affinché le nazioni prendano delle misure concrete, propongano degli incentivi per pratiche agrocolturali sostenibili e lavorino a dei programmi efficaci di tutela ambientale. Non solo: è importante che si riservi maggiore attenzione alle specie di cibo selvatico e agli organismi che compongono la biodiversità associata, sostenendo al contempo degli studi più approfonditi sulla miriade di microrganismi ed invertebrati che ancora non sono stati descritti, per capirne l’interazione con gli ecosistemi.

Ma a cambiare velocemente devono essere anche e soprattutto i mercati, prima che si arrivi al collasso. Ciascun consumatore può fare la differenza, dovrebbe essere debitamente informato per essere libero di preferire solo prodotti coltivati in modo sostenibile, forzando i produttori ad orientare diversamente le proprie scelte.

Qui il link al pdf della ricerca FAO per chi desiderasse approfondire l’argomento.