Sono ormai tre settimane che l’Amazzonia brucia. Tre settimane che gli indigeni fuggono i propri territori, che il governo brasiliano ignora l’entità del problema, che l’ecosistema perde un patrimonio essenziale per l’equilibrio naturale e climatico globale.
Come è cominciato tutto questo? Perchè succede? Cosa possiamo fare, dal canto nostro, per cambiare le cose? Domande complesse, che meritano una risposta esaustiva.

La questione della deforestazione in Amazzonia non è una novità: da sempre le comunità brasiliane, per liberare terreni a scopi agricoli e di allevamento, hanno utilizzato la tecnica del debbio (slash and burn in inglese). Questo metodo consiste nel dare fuoco a determinate porzioni di terreno per liberarle della vegetazione spontanea, al contempo fertilizzando il terreno grazie ai residui degli incendi. Chiaramente, un tale approccio all’ambiente si è rivelato presto incompatibile con la crescita della popolazione brasiliana ed amazzonica e gli interessi agronomici esteri; con questo in mente, e volendo arginare società nazionali e internazionali che promuovono tali pratiche, il governo brasiliano aveva promosso a partire dagli anni 2000 politiche di sostenibilità per limitare il disboscamento. Fino al 2013 queste avevano portato a buoni risultati, tanto che si sperava che il problema, da sempre all’interno delle agende politiche ambientali, stesse andando verso una stabilizzazione.

Le aree disboscate negli ultimi dieci anni. Contornata in nero la regione dell’Amazzonia. Fonte: Terrabrasilis.dpi.inpe.br

Purtroppo, da allora il governo ha imboccato la via contraria: l’ex presidente Dilma Roussef, indebolendo la legislazione contro la deforestazione, ha dato inizio a un’ inversione di tendenza che l’elezione di Jair Bolsonaro a capo del governo brasiliano, seguita alle presidenziali dell’ottobre 2018, non ha fatto che esasperare.

I dati attuali dipingono un quadro a tinte fosche: rispetto al 2018, il Brasile ha visto un aumento dell’84% degli incendi rispetto all’anno precedente, oltre la metà dei quali nell’area amazzonica. L’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali del Brasile, grazie alle indagini satellitari, ne ha mappati più di 74 000; collegando il dato alle prospettive di disboscamento si può facilmente intendere l’entità del problema. Tra l’altro, Il 2018 sta vedendo anche uno sproporzionato disboscamento delle aree indigene, che ha la diretta conseguenza di mettere a repentaglio intere comunità. Potrebbe questa sembrare una casualità, ma è in realtà il frutto di un disegno ben preciso dell’agribusiness: le comunità indigenene sono infatti, grazie al proprio stretto rapporto con l’ambiente circostante, il primo campanello di allarme e la protezione più efficace contro i cambiamenti antropogenici.

Le responsabilità della situazione attuale sono chiare: Bolsonaro è vicino al mondo dell’agribusiness, si circonda di scettici climatici e non sembra avere alcuna intenzione di tutelare l’ambiente naturale che costituisce la prima ricchezza (non solo strettamente economica) del suo Paese. Tuttavia l’Europa, dal canto suo, e la comunità internazionale tutta, non deve intendersi incolpevole rispetto alla questione. Il Brasile, Paese in via di sviluppo, si trova a nutrire infatti le dipendenze degli Stati più avanzati, rappresentate in concreto dagli accordi commerciali e dalla sempre crescente domanda agricola e zootecnica: per questo si parla ora di rimettere in discussione il principale trattato di libero scambio tra l’Europa e il Brasile.
Il discorso non si esaurisce qui, perché si aggancia a considerazioni economiche importanti: a chi vive di agricoltura e allevamento bisogna pur dare una prospettiva di vita alternativa; altrimenti, come convincere la popolazione di quelle aree che sta compiendo un delitto verso il mondo intero, solo facendo il proprio legittimo interesse? Lo sviluppo e la tutela ambientale sembrano porsi una volta di più l’uno contro l’altra, in attesa di una serie riconsiderazione dei modelli economici che vedono la crescita come unica misura della ricchezza.

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Fonte: Gustavo Lima / Câmara dos Deputados

Per concludere, avendo trattato l’intera questione, ci sono diverse azioni che anche un cittadino qualunque può compiere per proteggere la foresta amazzonica. Per prima cosa, informarsi, informare e dare rilevanza all’emergenza quando questa si presenta, come è accaduto nei giorni scorsi; donare ad associazioni che difendono il territorio e le popolazioni indigene, rappresentandole, è un’altra importante forma di supporto. Ma il problema non dovrebbe porsi solo nel momento dell’allarme; per questo, volendo davvero contribuire a cambiare le cose si deve mettere in discussione il proprio modo di consumare: l’Italia importa dal Brasile soprattutto carta e prodotti agricoli, entrambi direttamente collegati alla crescente deforestazione. Per questo, controllare l’origine dei prodotti per verificarne la provenienza sostenibile è il primo passo verso un cambio di paradigma.

Infine, fondamentale rimane utilizzare i meccanismi democratici quando se ne ha la possibilità: non dobbiamo infatti dimenticare che Bolsonaro è stato eletto dalla maggioranza della popolazione brasiliana. In un contesto storico come quello attuale, la politica dovrebbe occuparsi quotidianamente di cambiamento climatico e, se non lo fa, dovrebbe pagarne le conseguenze alle urne. Per questo è essenziale far sentire la propria voce ed eleggere chi meglio può rappresentare gli interessi climatici ed ambientali del proprio Paese e del pianeta intero.

La nostra casa sta bruciando; assicuriamoci di chiamare pompieri, e non piromani, per salvarla.

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