Se ci stai leggendo è perché probabilmente in questi giorni stai aspirando anche tu ad un “fuori da lì” rispetto a dove sei adesso, ti vediamo. Oppure sei un nostro affezionato lettore che noncurante del sole tiepido di aprile sfodera all’aperto lo smartphone o il tablet per godere di un nuovo articolo. Grazie.

Fuori dalle mie quattro stanze è primavera ed io cerco caparbiamente di non lasciarla sulla porta: faccio entrare più luce possibile col canto degli uccellini (troppo) mattinieri e, soprattutto, faccio entrare il profumo dolce e leggermente stordente dei fiori della Robinia. È come avere il vecchio amabile prozio che si annega nella colonia e gironzola per casa prima di andare al circolo. In realtà una prozia, una Robinia pseudoacacia, una specie invasiva, alla quale non riserverò anche il privilegio di soffermarsi fra queste righe. Piuttosto guardiamo in là, sul vialetto, dove c’è più di un giovane esemplare di ciliegio.

Ah, i ciliegi, accattivanti alberi indigeni (il termine, riferito ad una pianta, indica semplicemente che si tratta di una specie nostrana), le cui timide chiome spelacchiate dopo l’inverno si adornano di fiori profumati, dalle tinte delicate, trasformandosi in soffici nuvolette color pastello che colorano i giorni di primavera.

Uno dei primi pensieri che si risveglia in tutti noi è la suggestiva fioritura dei ciliegi che si verifica in Giappone dall’inizio di aprile, uno spettacolo che ogni anno richiama instancabilmente estimatori da tutto il mondo per celebrare l’Hanami. Foto di sterminate fioriture rosa, bellissime ed effimere, ci accompagnano per tutto il mese e ci fanno sognare l’Oriente.

E proprio da quei luoghi viene l’opera del celebre artista giapponese Hokusai “Cardellino e ciliegio piangente, del 1832, in cui la forza della rappresentazione naturale è esaltata dalla semplicità degli elementi: la prospettiva è la stessa che si avrebbe stando sdraiati sull’erba a godere del risveglio primaverile dei ciliegi, con il cielo blu a fare da sfondo. Emerge così la volontà dell’autore di non affidarsi alla ricerca dei dettagli nella sua composizione, lasciando piuttosto al fruitore dell’opera lo spazio pittorico e creativo per lasciare che i pensieri vaghino fino ad essere ricondotti all’essenziale, l’energia generatrice della natura che si manifesta nello schiudersi delle gemme. Lo stesso Van Gogh, affascinato dalla xilografia giapponese, disse a proposito di questi pittori che “Vivono nella natura come se fossero essi stessi dei fiori selvatici”.

Katsushika Hokusai, Cardellino e ciliegi piangente, dalla serie “Piccoli fiori”, 1832 ca., Honolulu Museum of Art

Tuttavia la specie di ciliegio più diffusa in Italia, il Prunus avium, della famiglia delle Rosaceae, produce in verità dei fiori bianchi, non rosa come quelli che spazzano i romantici vialetti della nostra immaginazione  con avvolgenti turbinii di petali.

I ciliegi sono alberi maestosi, che possono raggiungere anche i 30 metri di altezza, famosi non solo per la fioritura ed i frutti, delle piccole drupe rossastre, ma anche per il legno pregiato utilizzato nella creazione dei mobili. La corteccia tende ad ingrigirsi e a fessurarsi orizzontalmente col passare degli anni e le foglie che si dispongono alternate sui rami hanno il margine seghettato e dimensioni fino a 12 cm circa.

Abbiamo piuttosto chiara l’immagine dei fiori di ciliegio: non troppo grandi, né troppo piccoli, formati da cinque petali con al centro dei pallini giallastri… e…e… che altro? Come in ogni ingegnosa e strabiliante creazione naturale, c’è di più, molto di più.

Intanto osserviamoli più attentamente: sono fiori composti da cinque petali inseriti in un calice rossastro e raccolti in corimbi, delle infiorescenze formate da 2-5 unità, dei mazzettini potremmo dire. Quelli al centro del fiore sono gli stami, possono essere anche 35, con alla sommità delle piccole antere gialle, e l’insieme forma la parte maschile del fiore. I fiori del ciliegio sono infatti ermafroditi: all’androceo maschile si aggiunge l’ovario femminile, non visibile, ma contenuto nel carpello.

Quanto lavorìo per far nascere ciascuno di quei fiori!

I fiori, e non solo!, derivano dall’accrescimento e dalla modificazione di un germoglio apicale ed è un organo deputato alla riproduzione sessuale della pianta. Proprio il ruolo fondamentale che i fiori rivestono ha fatto sì che nel corso dei millenni subissero in modo particolare modificazioni e specializzazioni al fine di essere più efficienti e accattivanti. Non dimentichiamoci che, almeno per tutte le specie ad impollinazione entomofila, un obiettivo strategico è quello di farsi belli agli occhi degli insetti, per attrarli e permettere che le loro visite frequenti aumentino le possibilità per il fiore di essere fecondato. Senza fecondazione l’ovario fiorale non si modificherà in frutto e senza frutto non ci saranno nuovi semi e se tutto questo non accade a cosa valgono le filastrocche imparate da bambini?!

Ma il fiore come sa quando è arrivato il suo momento di sbocciare?

Il momento della fioritura non è mai casuale, varia a seconda della specie e della cultivar della pianta ed è determinato da fattori diversi e concomitanti: è influenzato sia dalla quantità di luce ricevuta e persino dalla composizione delle frequenze luminose stesse, che da una serie di stimoli genetici, proteici e ormonali. Inoltre si aggiunge la quantità di ore di freddo a cui la pianta è stata esposta. E su questo possiamo aprire una piccola riflessione: gli organismi vegetali sono dotati di mirabolanti capacità adattative, ma hanno bisogno di tempo, un tempo che adesso gli viene negato dalla repentinità delle variazioni di temperatura dovute ai cambiamenti climatici, minando lo sviluppo e la produzione di intere colture.

La degradazione ambientale causata dall’uomo sfavorisce ovviamente anche le popolazioni di insetti, e si rischia che al grasso banchetto di fiori preparato per gli impollinatori non giungano che pochi invitati.

Fra l’altro i fiori di ciliegio sono molto amati dalle api! Avete mai visto le immagini degli impollinatori professionisti, armati di scala e pennellino, operatori umani atti a sostituire goffamente il lavoro degli insetti pronubi nelle aree in cui sono stati decimati? Ecco, potremmo risparmiarci volentieri questo risvolto tragicomico iniziando a limitare l’utilizzo di pesticidi e di altri inquinanti chimici.

Sì, forse questa volta ho giocato sporco scrivendo dei ciliegi: hanno troppo charme, si propongono benissimo da soli, il mio ruolo è stato marginale. Chissà, però, che anche loro non possano aiutare a rintuzzare la magica scintilla dell’amore per la Natura.

Buon Hanami a tutti!

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