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George Floyd e il drammatico caso della sua morte ha fatto riscoprire il razzismo che sembrava essere stato debellato negli Stati Uniti d'America.

Il drammatico caso di George Floyd, il 46enne afroamericano morto in seguito al brutale comportamento di un agente di polizia, ha riaperto un dibattito secolare, il razzismo è stato davvero debellato negli Stati Uniti d'America? Quanto è ancora potente il veleno della discriminazione razziale made in USA?

Ha fatto letteralmente il giro del mondo il video amatoriale che documenta il comportamento brutale nei confronti di George Floyd, il cittadino statunitense di 46 anni arrestato a Minneapolis con l’accusa di aver usato una banconota falsa in un negozio e deceduto poche ore dopo in ospedale.

Floyd avrebbe opposto resistenza: è questa la tesi ufficiale che giustificherebbe l’operato dell’agente di polizia che ha bloccato l’uomo, che era disarmato, premendogli il ginocchio sul collo per 8 lunghissimi minuti. A nulla sono valse le parole letteralmente soffocate e imploranti di Floyd che risuonano agghiaccianti tra i social: “I can’t breathe, please! Officer, I cannot breathe, please don’t kill me!”.

Il gravissimo episodio, su cui ora indaga l’FBI, ha risvegliato l’opinione pubblica su un tema, l’aggressività e l’abuso di potere della polizia nei confronti della popolazione afroamericana, che appare quantomeno sconcertante. Sorge inevitabilmente una domanda: ma gli Stati Uniti d’America sono (ancora), nel 2020, un paese razzista?

Manifestazione a favore di George Floyd (fonte: wikimedia commons)Manifestazione a favore di George Floyd (fonte: wikimedia commons)

Le proteste contro il razzismo sui social

I cittadini sui social insorgono quasi immediatamente e tra i primi a esprimere cordoglio ma soprattutto sdegno per il gravissimo episodio figurano Stephen Jackson e LeBron James, star dell’NBA, a cui fanno seguito moltissime altre celebrities: da Kim Kardashian a Justin Bieber, da Gigi Hadid a Lupita Nyong’o, da Spike Lee a Jamie Foxx, solo per citarne alcune.

James, in particolare, ha postato un’immagine fortissima sul suo profilo Instagram: si tratta di un meme in cui compaiono a destra, sotto la didascalia This… il poliziotto che ha aggredito e schiacciato con il ginocchio George Floyd e a sinistra, in corrispondenza della dicitura …is Why, una foto che ritrae Colin Kaepernick, giocatore di football americano, inginocchiatosi volutamente nel 2016 durante l’inno nazionale prima delle partite di NFL proprio per denunciare gli episodi di cittadini afroamericani uccisi in concomitanza agli arresti.

Quel gesto ispirò molti altri atleti professionisti: qualcuno ricorderà forse la reazione a dir poco scomposta di Donald Trump. Oggi nemmeno il Presidente Tycoon ha potuto esimersi dal richiedere un’indagine immediata al Dipartimento di Giustizia, coinvolgendo la nota agenzia governativa e manifestando pubblicamente la sua vicinanza ai familiari dell’uomo.

Su Twitter si moltiplicano incessantemente i post che riportano l’hashtag #BlackLivesMatter, lo slogan lanciato a seguito del caso di Trayvon Martin nel 2012 e riapparso nelle scorse ore durante le manifestazioni nella città del Minnesota che praticamente non dorme da due giorni a cui pare seguiranno altre proteste in numerose metropoli statunitensi. Il giocatore di football Kellen Sims ha lanciato una petizione su Change per chiedere giustizia sul caso Floyd, indirizzandola al sindaco Jacob Frey: in poche ore sono state raccolte oltre 1 milione di firme. Proprio Frey è stato uno dei primi rappresentanti politici a rilasciare dichiarazioni molto dure rispetto all’accaduto, annunciando peraltro il licenziamento immediato dei poliziotti coinvolti nell’aggressione. A differenza di altri casi tristemente simili, insomma, che, il caso di George Floyd sembra, finalmente, aver suscitato una reazione immediata e pressoché univoca, tanto tra la popolazione civile quanto tra le istituzioni.

Diritti civili: da Rosa Parks a George Floyd

Il Civil Rights Movement si sviluppa soprattutto a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso ma affonda le sue radici nei primissimi movimenti di protesta sorti già dopo la fine della Guerra di Secessione. Guidato dai celebri Big Six – il dottor King, James Farmer, John Lewis, A. Philip Randolph, Roy Wilkins and Whitney Young- e sostenuto da gruppi di attivisti come i Freedom Riders, il movimento coinvolse milioni di persone, colored e non, che parteciparono alla storica Marcia su Washington il 28 agosto 1963.

La Marcia su Washington del 28 agosto 1963 contro il razzismo (fonte: wikimedia commons)La Marcia su Washington del 28 agosto 1963 contro il razzismo (fonte: wikimedia commons)

Lo storico no di Rosa Parks, il sogno di Martin Luther King, la militanza di Malcom X sono tra i passaggi fondamentali che hanno portato al riconoscimento dei diritti civili dei cittadini afroamericani; l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti nel 2008 ha assunto un significato storico davvero notevole per un Paese che ha faticato moltissimo a liberarsi dell’altrettanto storico retaggio razzista.

Il dramma di George Floyd ci dimostra che il veleno dell’odio razziale serpeggia ancora negli USA ma anche altrove; al contempo, tuttavia, è evidente che moltissimi cittadini americani, indipendentemente dall’etnia in cui si riconoscono, non hanno più margini di tolleranza verso un fenomeno così detestabile e arretrato. Sembra essere questo, infatti, il sentimento che prevale nell’opinione pubblica, tra i rappresentanti delle istituzioni e nella sfera della cultura, del giornalismo e della letteratura.

Non a caso, proprio qualche settimana fa, Colson Whitehead ha vinto il prestigiosissimo Premio Pulitzer con un romanzo, I ragazzi della Nickel, che denuncia violenze e soprusi nei confronti di giovani studenti afroamericani ed è già la seconda volta che lo scrittore riceve quello che è considerato come il massimo riconoscimento statunitense in ambito letterario; anche la prima volta Whitehead ha trionfato con un’opera incentrata proprio sulla storia della discriminazione razziale negli Stati Uniti d'America.

La vicenda di George Floyd riapre un dibattito che non si è ancora, evidentemente, esaurito: gli Stati Uniti d’America sono dunque un paese (ancora) razzista? Il problema è sotto gli occhi di tutti: le decisioni che verranno – o non verranno – prese nelle prossime settimane sapranno darci una risposta. E non possiamo che augurarci che sia totalmente, inequivocabilmente e radicalmente una risposta antirazzista.



Salvatore Scapini
Salvatore Scapini

Editor della sezione cultura

Docente e amante della cultura rinascimentale, ho scelto di collaborare a questo progetto per uscire dalla mia zona di comfort. Non avevo mai scritto per un giornale online.