Quando ci sono di mezzo Trump e sua moglie Melania, sembra che i toni si accendano facilmente, anche quando si esce dal ring della politica e si entra nel campo della moda.

Già all’alba dell’insediamento del neo Presidente degli Stati Uniti d’America, una delle domande più gettonate è stata “chi vestirà Melania Trump?”. Sin da subito, molti stilisti si sono prodigati nel far sapere di non avere interesse nel vestire la moglie di un presidente di cui non appoggiano gli ideali politici. Tom FordZac Posen e Marc Jacobs sono stati sono alcuni di quelli che le hanno negato le loro collezioni.

Chi invece non si è tirato indietro è stato Dolce & Gabbana, che da mesi veste la first lady in tutte le occasioni ufficiali. Non solo il marchio di moda italiano ha acconsentito a vestire Melania, ma il suo account Instagram non perde opportunità per celebrare lo stile della FLOTUS e i costosissimi capi D&G da lei indossati.

Come recentemente affermato da Stefano Gabbana, il brand non si interessa di politica, tanto meno quella estera, ma si limita a fare ciò che fa meglio: gli abiti. Ed è proprio con un capo di abbigliamento che Dolce & Gabbana ha risposto agli haters, mettendo in vendita una t-shirt bianca con la scritta “#Boycott Dolce & Gabbana”.

Dolce & Gabbana t-shirt

Photo Credit: store.dolcegabbana.com

Con una strategia commerciale molto astuta, gli stilisti hanno utilizzato lo stesso hashtag lanciato contro il brand per fatturare 245 dollari a maglietta, ironizzando al contempo su una protesta ritenuta infondata. Questa mossa ha sollevato ancora più discussioni e sabato scorso la polemica si è trasferita sulla passerella di Dolce & Gabbana, in occasione della Milan Fashion Week.

Alla fine della sfilata, il cantautore afroamericano Raury si è sfilato il bomber D&G, ha alzato il pugno al cielo e, prima di scappare dalla passerella, ha mostrato il torso ricoperto di scritte. Al centro del torace la frase in maiuscolo “Protest D&G” e poi le altre: “give me freedom” (dammi la libertà) e “I’m not your scapegoat” (io non sono il vostro capro espiatorio).

raury boicotta dolce gabbana

Photo Credit:times.com

Il giovane musicista indie ha dichiarato di aver scoperto solo il giorno prima della sfilata dell’esistenza di quelle t-shirt e di averle trovate profondamente offensive. Ha pensato che, se avesse sfilato, sarebbe sembrato che in qualche modo approvasse e sostenesse la politica di Trump; di conseguenza ha deciso di intervenire a modo suo, proprio durante la sfilata.

Sono un giovane di Stone Mountain, Georgia, il luogo di nascita del Ku Klux Klan; questa beffa sul boicottaggio mi ha davvero colpito”, ha dichiarato il ventunenne a GQ. “Chissà cosa sarebbe successo se la gente non avesse mai boicottato, se Rosa Parks e Martin Luther King non avessero fatto un passo in avanti per tutti noi…sarei ancora qui? Boicottare ha un senso. Boicottare è una cosa reale. Mentre l’intera campagna di Dolce dice che non lo è”.

Ci si chiede come sia possibile che, nell’era in cui Google si trova a portata di dito, Raury non sapesse che D&G veste la first lady e della campagna ideata dal brand per monetizzare anche le critiche. Tuttavia, al di là della spontaneità o meno dell’idea, il suo gesto solleva un tema cruciale nell’America odierna: il diritto di protestare e di dare voce ai propri ideali.

Dicono che le nostre voci non contano e se la fanno con Melania e Trump. È triste. Se non avessi fatto nulla, avrebbero pensato di poter continuare a dire cazzate sulla gente che protesta e a supportare una first lady di un presidente che è molto simile a Hitler“, ha affermato con veemenza il cantante.  Forse pensando agli Stati Uniti di Trump come all’orwelliano mondo di 1984, ha aggiunto: “Hanno fatto male i loro calcoli. 1 + 2 fa 3. E questa cosa succederà sempre“.

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