Chi era Mary Quant: la storia di un mito

Figlia di due professori universitari, doveva essere destinata ad insegnare a sua volta, ma si ribellò al ruolo che la famiglia le ha riservato e si trasferì a Londra a soli sedici anni. Stiamo parlando di Mary Quant, l’inventrice della minigonna e la protagonista della mostra allestita al Victoria & Albert Museum di Londra.

Proprio a Londra, Mary incontra il suo futuro marito, Alexander Plunket Greene, con cui compra casa sulla King’s Road nel 1955. In quella stessa casa, la coppia apre sia un ristorante sia la boutique Bazaar, che diventerà un luogo iconico. All’inizio, Mary compra all’ingrosso i capi che propone in vendita, ma questa situazione dura ben poco: presto comincia a seguire dei corsi serali e diventa una designer autodidatta in grado di tagliare e modellare le stoffe seguendo la sua idea di femminilità e inventando un linguaggio visivo del tutto nuovo nel mondo dell’abbigliamento.

Non solo il suo negozio comincia a proporre modelli unici a prezzi accessibili, ma offre anche un’esperienza di shopping diversa da tutte le altre: mentre ci si immerge tra i moderni capi di Mary, si può bere un drink, ascoltare musica e chiacchierare fino a tardi. La boutique Bazaar diventa presto il luogo d’incontro per VIP e artisti, ma anche per tutti quei londinesi un po’ ribelli, felici di avere finalmente un posto che risponda alle loro esigenze. Nel 1963, dopo l’apertura di un secondo negozio, Mary lancia la più economica linea “Ginger Group“, con cui ottiene successo anche negli USA. Inoltre, tre anni dopo debutta nel campo della cosmetica e l’anno successivo esce la sua collezione di calzature.

Nel 1966, la regina Elisabetta II conferisce a Mary Quant l’onorificenza di Cavaliere della Corona Britannica, mentre nel 2014 quella di “Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico“, per i servizi resi alla moda britannica.

Le creazioni di Mary Quant: dei capi unici e d’avanguardia

Ma cosa avevano di speciale i capi realizzati da Mary? Innanzitutto, erano in netto contrasto con quelli dei designer suoi contemporanei. E poi, altrettanto importante, grazie ai capi di Mary, così facili, comodi, giovani, economici e dai colori appariscenti, le ragazze potevano finalmente distinguersi da madri e zie! Non solo minigonne, Mary crea anche mini dress in jersey, maglioncini aderenti a coste, impermeabili in pvc, fuseaux, ankle boots, calze colorate, mascara waterproof, rossetti e prodotti beauty.

Ogni capo di Mary Quant, inoltre, possiede una storia ben precisa di come è stato creato. La prima minigonna fu realizzata dopo che la stilista rischiò di perdere un autobus per colpa della gonna indossata, che la limitava nei movimenti. A seguito di ciò, Mary ebbe l’idea di accorciarne l’orlo e per l’esordio di questo capo scelse Twiggy, che in quel momento sposava perfettamente l’idea rivoluzionaria da lei proposta.

I celebri skinny-rib sweaters, invece, furono ideati dopo aver indossato, per gioco, il maglione di un bambino di otto anni. Indubbiamente, Mary Quant riscrisse i canoni di bellezza femminile degli anni Sessanta. Lei stessa pronunciò la frase: “Le vere creatrici della minigonna sono le ragazze che si vedono per strada“.

La mostra al V&A Museum

Attualmente il Victoria & Albert Museum di Londra ospita diverse mostre di moda, come quella dedicata a Dior e la più recente dedicata a Mary Quant, una mostra che rende omaggio a questa icona di moda con una grande esposizione che conta più di 400 pezzi. Infatti, sono esposti non solo alcuni dei suoi capi più famosi, ma anche cosmetici, riviste, foto d’epoca e creazioni inedite provenienti direttamente dagli archivi privati della fashion designer.

L’esposizione è stata lanciata con due hashtag: lo scorso giugno, la curatrice della mostra Jenny Lister ha lanciato sul web l’appello #WeWantMary e #FindingMary, invitando chiunque fosse così fortunato da possedere un pezzo originale di Mary Quant a pubblicarlo. L’appello è diventato subito virale, come la stessa rivoluzione fashion iniziata da Mary. La mostra rimarrà aperta fino al 16 febbraio 2020.

Photo Credit Immagine di copertina: V&A Press Office
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