La moda come obbligo sociale

Tutti sappiamo cos’è uno smoking. Non tutti, però, sanno che in passato ci si riferiva a questo termine per indicare una giacca che gli uomini indossavano quando si riunivano per fumare in apposite smoking room, solitamente in occasione di feste o altri incontri mondani. Questa usanza affonda le radici in un tempo lontano, quando l’aristocrazia si cambiava d’abito in base alle occasioni della vita pubblica o privata. Molte volte questo accadeva nell’arco della stessa giornata, anche solo per ricevere un ospite.

Anche se gli appartenenti all’upper class sono sempre stati i più avvezzi alla consuetudine di cambiarsi a seconda delle circostanze, questa tendenza investiva in forme meno estreme anche il resto delle classi sociali, dalla nascente borghesia fino alle fasce più povere. Se chiedessimo alle nostre nonne, ci confermerebbero come ai loro tempi anche i meno abbienti avessero l’abito e le scarpe “della festa”, da utilizzare la domenica in chiesa e in tutte quelle altre occasioni più o meno importanti in cui bisognava mettersi “il vestito buono”.

Verso l’omologazione dell’abbigliamento

A ben vedere, l’abitudine a cambiarsi d’abito in base alle diverse occasioni è riuscita a superare il secondo millennio. Fino allo scorso decennio si continuava, infatti, a distinguere tra abbigliamento per andare a lavoro, per il tempo libero, per la sera e per le occasioni formali.
Ad esempio, i jeans erano relegati ad indumento informale per eccellenza ed esisteva ancora una sostanziale differenza tra abbigliamento invernale e abbigliamento estivo.
Oggi, invece, le sfilate diventano seasonless. Il concetto di cambio di stagione sembra essere sempre più desueto, sopratutto per i millennials, ai quali appare ormai superata l’idea di scegliere cosa indossare a seconda della temperatura.

moda Coronavirus

Tuttavia, se da una parte assistiamo ad una minor differenziazione dell’abbigliamento in base alle occasioni, dall’altra siamo testimoni di una graduale standardizzazione e semplificazione degli abiti, che scegliamo di indossare anche in circostanze ritenute più formali, come per esempio matrimoni o celebrazioni ufficiali.

Per quanto riguarda l’ambito lavorativo, il dress code sembra rimanere prerogativa di alcuni settori. Infatti, nonostante la deroga del casual friday, il completo classico è sempre la scelta più inflazionata per chi lavora nei quartieri finanziari delle grandi città.

I motivi del cambiamento nella moda

All’omologazione dell’abbigliamento contemporaneo concorrono diversi fattori. Tra questi c’è l’espansione globale dei brand e delle catene di moda, che hanno reso possibile reperire ad ogni latitudine la stessa tipologia di merce, complice anche l’avanzamento delle piattaforme di shopping online.

Un altro aspetto da considerare potrebbe essere il successo dello streetwear, moda popolare tra gli anni Ottanta e Novanta, diventato una delle maggiori tendenze. La predilezione per una moda cool e portabile ha contribuito ad accentuare la semplificazione dello stile nel quotidiano. Questo ha alimentato la percezione che ciò che rientra nella categoria dell’eccessivamente elegante sia da relegare al mondo dei red carpet e delle celebrities.

Ora la moda sta affrontare un nuovo cambiamento, sostenuto e accelerato dal momento storico e dal Coronavirus.

L’ascesa della moda leisurewear dopo il Coronavirus

Lo scoppio dell’emergenza Coronavirus ci ha costretti in casa per due mesi, facendo diventare il pigiama la moda più frequente del momento.
Per questo motivo, molte influencers hanno invitato le proprie followers a non restare in pigiama, lanciando l’hashtag #Idressformyself.

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Nonostante l’appello a non trascurarsi, in molti hanno preferito adottare outfit confortevoli, orientandosi sul comparto del leisurewear. Con leisurewear si intende una tipologia di abbigliamento comodo e informale, che ha acquisito visibilità tra gli anni Venti e Trenta. In questo periodo, infatti, si è iniziata a codificare la concezione di tempo libero inteso come tempo da dedicare allo sport o comunque all’attività all’aria aperta, spesso con amici in luoghi di villeggiatura.

Oggi con questo termine identifichiamo l’abbigliamento che indossiamo quando vogliamo essere comodi per una passeggiata o una commissione veloce o semplicemente per stare in casa. Si spazia dal pantalone della tuta alla t-shirt larga monocolore, fino alla felpa informe e al cardigan ampio e caldo, tradizionalmente abbinato a dei leggins.

La moda dopo il Coronavirus

Salvo che per le videochiamate di lavoro su Zoom, la quarantena ha spinto quasi tutti a vestirsi senza pensare troppo a mode o abbinamenti. Ora ci si interroga su come vestirsi a fine emergenza e se riusciremo a disintossicarci da questi mesi in cui il rito del vestirsi è stato più o meno abbandonato.

La risposta più probabile è che mentre il mercato del lusso potrebbe subire una notevole flessione, gli altri settori continueranno il loro andamento. Verosimilmente, ci si orienterà verso una ancora maggiore standardizzazione delle linee e dei modelli.

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Tra i segmenti che verranno potenziati c’è l’activewear, già adottato in occasioni non strettamente connesse all’attività fisica e le cui vendite sono migliorate durante il lockdown.
Se, infatti, i reggiseni sportivi firmati spuntavano sotto i bomber già da qualche tempo, l’ascesa dell’abbigliamento informale continuerà a sdoganare molti tabu. Ci aspettiamo pile Patagonia indossati per le gite in costiera ed infradito di gomma per passeggiare in città.  

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