S.O.S. mascherine

Sin dallo scoppio dell’emergenza Coronavirus sul nostro suolo, ci sono stati diversi “assalti” ad esercizi commerciali. Tra questi, non scorderemo mai le file chilometriche fuori dai supermercati nella notte del 9 marzo 2020, dopo il discorso alla nazione di Conte.
Tuttavia, anche le farmacie sono state prese di mira ed è stato venduto fino all’ultimo flaconcino di Amuchina. Da questo episodio sono nati anche divertenti meme, fotomontaggi e filtri instagram. Tuttavia, se all’assenza di Amuchina si può sopperire tranquillamente lavandosi attentamente le mani con acqua e sapone, all’assenza di mascherine non c’è soluzione.

Per essere precisi, non ci sono soluzioni ottimali, ma di soluzioni home-made ne stanno spuntando parecchie. Ci sono le mascherine fatte con la carta forno (le più utili), quelle realizzate con tessuti o coppe di reggiseno (meno consigliate, a meno che non vengano cucite con uno strato interno di friselina). C’è chi si è spinto addirittura ad usare gli assorbenti come barriera protettiva (ne siamo stati testimoni con i nostri occhi).
Stiamo vivendo una realtà tragi-comica, in cui si cerca di andare avanti tra l’ansia generale, anche con alternative che un po’ ci fanno sorridere; ma come dice il proverbio: “Necessità fa virtù“!

La realtà ospedaliera

Credit: illustrazione di Francesco Rivolli

Ci si stringe il cuore mentre facciamo la spesa e sentiamo la cassiera chiedere ad una anziana signora: “Signora, lei non ce l’ha la mascherina?“. E la signora scuote arrendevolmente la testa, sospirando un laconico: “Non si trovano più“.

Tuttavia, il dramma delle mascherine non si vive solo in strada. Anche nelle corsie di tutti gli ospedali d’Italia scarseggia questo elemento di protezione. Le mascherine “più avanzate” (le famose FFP2 e FFP3, anch’esse monouso) sono quasi impossibili da ottenere e anche le mascherine chirurgiche si stanno rapidamente esaurendo. Alcuni medici sono costretti a riutilizzare la stessa mascherina monouso per più giorni oppure non le hanno affatto o si ingegnano anche loro con soluzioni fatte a mano.

Dunque, chi lavora in ospedale aspetta dagli enti competenti dei rifornimenti indispensabili di DM (Dispositivi Medici) e DPI (Dispostivi di Protezione Individuale). Nel frattempo, mentre si attende che la situazione si sblocchi, alcune aziende di moda hanno riconvertito i loro stabilimenti in fabbriche di mascherine.

Miroglio e le mascherine per il Piemonte

Il personale sanitario del Piemonte – che ha all’attivo più di 800 casi di COVID-19 – sta per ricevere un grande aiuto. La casa di moda Miroglio e i suoi dipendenti hanno lavorato a pieno ritmo per giorni alla realizzazione di 25mila mascherine. L’amministratore delegato dell’azienda di Langhe, Alberto Racca, voleva aiutare la comunità in un momento di emergenza. Così, è stato costituito un team che in 48 ore ha creato un prototipo di mascherina validato dai tecnici della regione.
Infatti, nella realizzazione è stato impiegato un tessuto impregnato di una speciale resina che fa da filtro. Inoltre, queste mascherine hanno anche il vantaggio di essere lavabili e riutilizzabili almeno una decina di volte. A questa prima “sfornata” ne seguiranno altre: l’obiettivo è arrivare 600mila unità.

BC Boncar passa dal packaging di lusso alle mascherine

Paolo Bonsignore e Anna Laura Carella sono i fondatori della BC Boncar di Busto Arsizio, in provincia di Varese. Da 20 anni l’azienda produce packaging luxury e sacchetti di tessuto per note case di moda, come Hugo Boss, Louboutin ed HM.
La coppia di imprenditori ha pensato che il materiale che di solito protegge gli articoli di lusso potesse trasformarsi in uno strumento di protezione. “Non sono dispositivi medici“, ci tengono a precisare, ma hanno comunque una loro utilità. Tanto che l’ospedale di Busto Arsizio le usa per il personale non-medico, come gli impiegati amministrativi, che continuano a lavorare nella struttura.
Sono riusciti a produrre circa 2.500 mascherine al giorno e nel frattempo hanno contattato un’azienda di Matera che produce un tessuto che potrebbe implementare l’efficacia della protezione.

GDA in aiuto dei galatinesi

In Puglia, la ditta GDA ha realizzato finora abiti per grandi marchi di moda, affermandosi come uno dei più rinomati Fashion Group italiani. Ad esempio, ha creato vestiti per Lady Gaga e Nicole Kidman, nonché per Billie Eilish e Lizzo agli ultimi Grammy. Per la notte degli Oscar, questa azienda tessile ha ricamato 168mila Swarovski sull’abito di Ralph Lauren di Janelle Monáe; mentre, per Sanremo 2020 ha realizzato la famosa tutina di Gucci indossata da Achille Lauro.
Ma in questo momento di necessità, l’imprenditore di Galatina Pierluigi Gaballo ha deciso di ‘riconvertire’ l’azienda. Gli operai, protetti da guanti e mascherine, fabbricano mascherine in TNT (tessuto-non-tessuto) da donare ai galatinesi e – se la produzione lo permetterà – anche agli enti ospedalieri che ne hanno bisogno.

Cosa possiamo fare noi? Parte l’iniziativa #sostieniunospedale

#sostieniunospedale

Credit: artwave.it

Lavorando tutti i giorni in un ambiente a rischio, è essenziale che il personale sanitario sia adeguatamente protetto, sia per loro stessi, che per i pazienti che assistono ogni giorno.

Cosa possiamo fare noi? Possiamo aderire ad una delle raccolte fondi lanciate nell’ultima settimana a favore di diversi ospedali italiani. A quella di Chiara Ferragni e Fedez, infatti, ne sono seguite tante altre. Molte strutture sanitarie hanno aperto dei conti correnti per le donazioni, che verrano destinate all’acquisto di attrezzature, dispositivi e materiali utili a tutto il personale ospedaliero.
Italia Non Profit ha aperto una pagina che si chiama “Sosteniamo gli ospedali italiani”, che raccoglie tutte le campagne attive e a cui si possono segnalare quelle che mancano all’appello!

 

Photo credit immagine di copertina: unsplash.com
© riproduzione riservata