Uno dei film che abbiamo visto al cinema subito prima dell’emergenza Coronavirus è stato Piccole donne. Questo film è stato la quinta trasposizione cinematografica del famoso romanzo della scrittrice Louisa May Alcott, che ha esordito sul grande schermo fin dall’età del cinema muto.

Il successo della storia delle sorelle March – pubblicata per la prima volta nel 1868 – risiede nel suo carattere universale, capace di parlare a tutte le nuove generazioni di “piccole donne” a prescindere dall’epoca e dal contesto geografico e culturale.

Piccole donne è considerato il romanzo di formazione per eccellenza e l’ultima trasposizione di Greta Gerwig non ci ha fatto altro che piacere. Eppure nell’ultimo film di Piccole donne c’era qualcosa che stonava: la scelta dei costumi.

La scelta dei costumi in Piccole donne: filologia o reinterpretazione

Quando si adatta una sceneggiatura non originale possono essere diverse le intenzioni con cui ci si avvicina alla storia, in questo caso già raccontata più volte al cinema. La chiave di lettura proposta da Greta Gerwig, seppur vicina allo spirito del romanzo, vuole fornire un punto di vista contemporaneo.

La Gerwig sceglie un registro ed una regia che enfatizzano la modernità del testo, servendosi anche del supporto del reparto costumi. Quando si decide di approcciarsi ad un film in costume si può scegliere tra due strade. Da una parte si può rimanere vicini allo spirito più autentico del periodo storico, scegliendo abiti che rispettino la filologia. Dall’altra, ci si può orientare verso una reinterpretazione, diversa a seconda dello stile narrativo.

piccole donne costumi

Credit: piccoledonne-ilfilm.it

Greta Gerwig ha scelto quest’ultima strada, affidandosi all’esperta costumista Jacqueline Durran. Infatti, la Durran si era già cimentata più volte con film storici e nel 2013 aveva vinto l’Oscar per Anna Karenina di Joe Wright. In quell’occasione, la costumista aveva dimostrato di conoscere l’epoca di riferimento, ma di saperla contaminare con ispirazioni di periodi differenti, creando costumi che – seppur lontani dalla realtà storica – risultavano avere una loro organicità. 

L’incoerenza degli abiti di scena di Jacqueline Durran

Nonostante Piccole donne sia valso alla costumista il suo secondo Oscar, questa volta i costumi sembravano poco coerenti, se non esteticamente dubbi. Viene da chiedersi se l’Academy non abbia preso una svista.
Va bene che la Gerwig voleva una lettura moderna e che dei vestiti troppo fedeli all’epoca avrebbero stonato con le sue intenzioni, ma il gioco di reinterpretazione e mix in questo caso sembra fallito.

Iniziamo da qualche considerazione un po’ più tecnica. L’Ottocento è il secolo per eccellenza del busto stretto e delle gonne ampie sorrette da strutture rigide, come possono essere la crinolina, la tournure o il cul de Paris. Le protagoniste, invece, indossano abiti spesso troppo corti e non sufficientemente voluminosi nei punti giusti e non basta la loro condizione poco agiata a giustificare questa mancanza.

In generale, le forme dei vestiti appaiono quasi sgraziate e le decorazioni grossolane e grinzose. Spesso ci sono accessori e indumenti totalmente fuori epoca, che sembrano capitati sul set per caso.
Si ha la sensazione di una trasandatezza di fondo, che potrebbe essere ricondotta ad una volontà di naturalezza, ma che finisce per sfociare in abbinamenti poco curati, se non addirittura sciatti, spesso con colori e fantasie improbabili.

Queste scelte potrebbero essere giustificate dalla volontà della regista di evocare il clima casalingo della campagna americana anche quando si passa a raccontare contesti più altolocati, come per esempio durante le scene a Parigi. Tuttavia, ciò non basta a scacciare la sensazione che gli attori indossino abiti finti e poco studiati.  

Piccole donne: il mistero dell’Oscar ai costumi

Al di là di queste considerazioni puramente tecniche, ci sono altri aspetti che saltano all’occhio anche ai non “addetti ai lavori”.
Spesso, infatti, guardando il film si ha l’impressione che gli abiti siano come buttati addosso agli attori, senza troppa attenzione. Scollature storte, colletti aperti, fiocchi striminziti, cravatte e bottoni mancanti e cappelli non fissati bene sono sono alcuni dei dettagli trascurati.

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Credit: @PiccoleDonne Facebook

Sembra impossibile che siano imprecisioni frutto del caso ed è più probabile che rientrino in un certo gusto naive della regista. Questo ‘gusto’, che magari ad alcuni può piacere, è raccontato in modo slegato rispetto al resto dell’impianto visivo.
A questo si aggiunge il dramma dei capelli. Se infatti in Italia esiste un sistema per il quale è il costumista a supervisionare i reparti trucco e parrucco, in America ogni settore lavora in modo indipendente ed il risultato non è quasi mai omogeneo. In questo caso, però, la trasandatezza dei vestiti si rispecchia in teste arruffate e perennemente spettinate, a cui fanno da contraltare acconciature rigide ed eccessivamente laccate, che trasmettono una sensazione sgradevolmente posticcia.

Insomma, l’occasione per fare un lavoro interessante è stata sfruttata male. Tuttavia, sebbene per alcuni rimanga un mistero il perché, questi costumi sono stati premiati con la prestigiosa statuina dorata agli Oscar 2020. Come si dice in queste occasioni, de gustibus non disputandum est!

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