Le proteste contro la morte di George Floyd hanno riportato a galla un tema che non sarebbe mai dovuto passare in secondo piano: il razzismo. Questo fenomeno si nasconde dietro pratiche e espressioni che talvolta passano inosservate, ma che non sono corrette. Il blackface è una di queste.

Che cos’è il blackface

Con il termine blackface si indica la pratica di dipingersi la faccia (o la pelle in generale) di nero. Questa usanza nasce nelle rappresentazioni teatrali nel XIX secolo, come forma di make-up. Infatti, sugli attori veniva usato un trucco appositamente marcato per fargli assumere le sembianze di una persona di pelle scura, quando ancora i palcoscenici erano esclusiva dei bianchi.

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Judy Garland nel film ‘Everybody Sing’ (1938)

Dunque, il blackface è un altro dei tantissimi modi in cui le persone di colore venivano emarginate, nonché caricaturate in maniera poco lusinghiera. Questa consuetudine viene mostrata anche nel film Everybody Sing del 1938, in cui Judy Garland interpreta una ragazza che viene assunta come cantante blackface.
Il blackface è gradualmente scemato dopo gli anni Sessanta, quando Martin Luther King ne denunciò la natura razzista e denigratoria. Eppure, ancora oggi questa pratica non è tramontata del tutto, sopratutto nella moda.

Lo scivolone (doppio) di Vogue Italia e Gigi Hadid

Il numero di maggio 2018 di Vogue Italia suscitò molte polemiche quando uscì. Con l’ausilio del make-up e del photoshop, infatti, la fisionomia e il colore della pelle di Gigi Hadid erano stati cambiati a tal punto da renderla quasi irriconoscibile.
Ad immortalare lo scatto era stato Steven Klein, già avvezzo all’uso di questo stile sui suoi set fotografici. Sempre suoi sono, infatti, dei servizi usciti su Vogue ItaliaVogue Paris; in uno di questi la modella Lara Stone ha la pelle pitturata di nero ed interpreta i panni di una donna afroamericana.

Tuttavia, Gigi Hadid era stata già accusata di blackface dopo l’uscita su Vogue Italia di un servizio fotografico in cui indossava una parrucca stile afro e aveva una tonalità di pelle significativamente più scura.
Gli scatti incriminati sono di Steven Meisel, un altro fotografo di moda non estraneo a questo genere di shooting. Fu lui, infatti, a fotografare la modella Saskia de Brauw in abiti dalle stampe tribali, accanto ad animali africani imbalsamati, suscitando un’ondata di biasimo.

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Photo Credit: thefashionspot.com

Le altre volte in cui la moda ha usato impropriamente il blackface

Tra le foto più chiacchierate non ci si può dimenticare di una delle sei copertine scattate da Karl Lagerfeld per l’anniversario della rivista Stern Fotografie. La protagonista di uno di questi scatti è Claudia Schiffer, immortalata anche lei in “stile afro”. La modella ha poi chiarito che l’intenzione del fotografo era quella di riflettere le fantasie di diversi uomini, in un modo diverso e creativo.

Non solo nelle foto: il blackface è stato protagonista anche di alcune controverse passerelle, dalla sfilata di Vivienne Westwood alla Paris Fashion Week 2012, a quella di Lie Sang Bong alla Seoul Fashion Week. In entrambi i casi la scelta delle stiliste è stata criticata perché troppo simile al blackface del XIX secolo. 

L’hanno scorso Gucci ha indignato i suoi compratori mettendo in vendita un maglione dal design discutibile. Il dolcevita nero – che è stato ritirato – aveva un collo che poteva essere tirato fin sotto gli occhi, con la bocca visibile attraverso un’apertura incorniciata da due grandi labbra rosse. Per gli stessi motivi di design, anche Katy Perry ha dovuto rimuovere dal suo store delle loafer, realizzate con una faccia e delle prominenti labbra rosse.

Infine, questo febbraio si è conclusa la querelle tra Prada e la città di New York. La vicenda era iniziata nel 2018 con i pupazzetti della collezione Pradamalia. Uno di questi – la scimmietta Otto – ricordava molto le caricature razziste delle persone di colore e così Prada fu accusata di razzismo e blackface. Il prodotto fu ritirato, ma il marchio italiano è stato sopposto ad una indagine da parte della Commissione della Città di New York per i Diritti Umani.

Beyoncé e gli altri che hanno usato il blackface come messaggio

Razzismo, appropriazione culturale, stile fotografico o mezzo di denuncia? Il blackface è interpretato in modi diversi a seconda di chi lo guarda e di chi lo usa.

Per esempio, non sfuggì alle proteste la foto di Constance Jablonski in stile afro per l’editoriale Numéro. La stilista del set, Patti Wilson, fu sommersa di critiche, quando in realtà è una delle poche donne stylist di colore dell’alta moda. Lo stile scelto per lo shooting voleva essere una critica sociale al fenomeno delle “celebrità bianche che adottano tutti questi bambini neri“.

Ad usare il blackface come mezzo di consapevolezza sociale è stata anche Beyoncé, saltata in cima alle ultime cronache per il suo discorso contro il razzismo. Infatti, nel 2011 la cantante ha posato per L’Officiel Paris con il volto volontariamente scurito per celebrare l’attivista nigeriano per i diritti umani Fela Kuti.

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Photo Credit: buzzfeed.com

La critica più aspra che viene mossa contro il blackface è la mancanza di diversità culturale che ne deriva, con conseguente emarginazione immotivata di minoranze, che si vedono artificialmente rappresentate attraverso tinte spray e photoshop.
La chiave per non commettere più questi errori è l’autocritica. Non bisogna dare per scontato che le nostre azioni – anche se non eseguite con malizia – siano corrette, sopratutto se viviamo e parliamo da una posizione privilegiata. Informarsi e imparare sono il futuro dell’evoluzione.

Credit immagine di copertina: vogue.it via fashioncow.com
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