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Il Mumblecore alla portata di tutti con la serie televisiva antologica Easy di Netflix. Scopriamo cosa c'è dietro alla serie TV del regista Joe Swanberg.

Il Mumblecore è un movimento americano del cinema indipendente con caratteristiche ben precise che nei primi anni 2000 veniva spesso accostato alla Nouvelle Vague francese degli anni ’60.

Il significato del termine "Mumblecore" risiede nella radice mumble (in italiano “mormorio”), un riferimento ai dialoghi impacciati che caratterizzano queste pellicole, mentre il suffisso core ancora il genere al cinema indipendente.

I film Mumblecore sono incentrati sulla ricerca di un realismo non strumentale, fatto di copioni improvvisati, budget quasi inesistenti, colonne sonore ridotte all’osso, attori semi-sconosciuti e un’attenzione particolare per i dialoghi e le relazioni umane che nutrono.

Questo genere cinematografico può essere definito un non-movimento, dato che non ha un vero e proprio leader o un manifesto, anche se tra i registi più affermati di questo movimento, i fratelli Mark e Jay Duplass, Lynn Shelton e Joe Swanberg, emerge una chiara poetica comune.

Il mumblecore su Netflix

Il successo riscosso da serie tv come Master of None e Love ha dimostrato che nel panorama televisivo delle nuove piattaforme digitali, accanto ai drammoni epici e alle saghe più pirotecniche, possono fiorire anche storie di basso profilo, sorrette più da una scrittura in punta di penna che da massicce iniezioni di dollari.

Il caso più lampante è la serie TV Easy, scritta e diretta da Joe Swanberg per Netflix. La serie televisiva antologica conta di tre stagioni, la prima stagione è stata pubblicata il 22 settembre 2016, la seconda stagione è stata pubblicata il 1 dicembre 2017 mentre la terza stagione, ed ultima, è stata pubblicata il 10 maggio 2019.

Easy la serie TV mumblecore di Netflix (fonte: wikimedia commons)Easy la serie TV mumblecore di Netflix (fonte: wikimedia commons)

Una coppia utilizza Tinder per sperimentare un rapporto a tre, una ragazza si innamora di una vegana e rinuncia ai prodotti animali, due genitori in crisi cercano di riappropriarsi della loro vita sessuale: sembrano logline poco ispirate accartocciate nel cestino di un produttore, invece sono le trame di tre degli episodi che compongono la serie, che segue le vicende di otto diverse coppie nella Chicago dei giorni nostri.

Non è la prima volta che un regista mumblecore si ritrova a dover adattare l’estetica striminzita tipica del genere a budget milionari e cast stellari, ma Swanberg riesce meglio di altri a trattenere l’attitudine degli esordi; questo perché ha messo a punto un sistema produttivo solido: prima butta giù un’idea di trama, poi passa centinaia di candidati al setaccio del casting, quindi invita gli attori a trascorrere un mese a casa sua, fornisce loro poche righe di soggetto e gli chiede di plasmare, attraverso l’improvvisazione, i loro stessi personaggi.

Quando Netflix ha bussato alla sua porta, Swanberg prima ha tentennato, poi si è tuffato senza rete, e ne è uscito tutto sommato illeso; merito soprattutto dell’impostazione antologica: se al grande pubblico i film mumblecore potevano sembrare lunghi scorci di vita senza un chiaro sviluppo (niente “viaggio dell’eroe”, niente conflitto, nessuna salvezza), gli episodi di Easy sono pillole esistenziali autoconclusive, caratterizzate dall’evocativa incompiutezza tipica dei racconti di Raymond Carver o Grace Paley. Alla fine di Easy, il fratello riluttante si lascia convincere: forse è davvero impossibile mantenersi vergini nello show business, ma vale la pena tentare. O almeno così è come Swanberg ha deciso di raccontarsela.

Il richiamo alla poetica di registi come il Richard Linklater di Slackers e il Kevin Smith di Clerks è lampante. A differenza loro, però, Swanberg e compari hanno portato l’approccio naturalista agli estremi. La scelta di concentrarsi sulla vita di tutti i giorni invece che sui massimi sistemi ha fruttato loro critiche anche feroci: nella recensione di Cyrus dei fratelli Duplass, Manohla Dargis del New York Times ha parlato di «aggressiva mancanza di ambizione». La risposta migliore, a questo tipo di accuse, l’ha data lo stesso Joe Swanberg: «Non penso di avere molto da dire sulla guerra in Medioriente», ha dichiarato alla rivista Filmmaker. «Le storie della mia vita e di quella dei miei amici sono le uniche che posso raccontare con completezza».

Joe Swanberg uno dei registi mumblecore più famosi (fonte: wikimedia commons)Joe Swanberg uno dei registi mumblecore più famosi (fonte: wikimedia commons)

Se Alfred Hitchcock sosteneva che gli attori andassero “trattati come bestiame”, Joe Swanberg li coinvolge al punto da esigere che vengano accreditati come autori. L’ultimo episodio di Easy racconta la storia di due fratelli che, dopo aver fondato un birrificio indipendente (e illegale) si trovano di fronte alla possibilità di trasformarlo in un’impresa redditizia: uno vuole lanciarsi nella nuova sfida, l’altro preferisce restare indipendente. Presto diventa chiaro che la birra è una metafora per i film, e che Swanberg si sta producendo in una excusatio non petita metacinematografica: posso continuare a fare il cinema che voglio anche con star come Emily Ratajkovski e un budget milionario, finché rimango fedele a me stesso.



Massimo Pandorani
Massimo Pandorani

Editor della sezione cinema

Non passa giornata in cui non guardo un episodio delle mie serie tv preferite. Da sempre impazzisco con i film thriller e gli horror.