Mentre stava lavorando sull’”Otello” e sul “Falstaff”, le sue ultime opere, Giuseppe Verdi stipò in tante cartelle una grande quantità di abbozzi di composizioni musicali: più di cinquemila. Su ogni cartella, il compositore aveva scritto: “Abbruciate tutto questo pacco di carte”. Un ordine, o meglio un imperativo categorico che, per fortuna, i posteri hanno disatteso.

Ora sono tornati alla luce: si tratta di un vero e proprio patrimonio musicale, e culturale, che permette di indagare in maniera ancora più approfondita di quanto non sia stato già fatto finora le caratteristiche pregnanti e le dinamiche strutturali che contraddistinguono e fregiano il mondo verdiano. Gli abbozzi musicali sono stati custoditi dalla famiglia Carrara Verdi presso Villa Verdi a Sant’Agata a Villanova sull’Arda (Piacenza) fino al 10 gennaio 2017: il giorno dopo sono stati trasferiti presso l’archivio di Stato di Parma, ove tuttora stanno. Con le preziose carte è conservato anche il baule che le conteneva.

Adesso è stato redatto il primo catalogo completo di questi abbozzi musicali, a cura di Francesca Montresor e di Alessandra Carlotta Pellegrini. Il loro lavoro, perfetta sintesi di competenza e pazienza, consente di entrare, con strumenti ancora più affinati e incisivi, nell’ officina musicale verdiana.

Ritratto di Giuseppe Verdi ad opera di Giovanni Boldini. Fonte: it.wikipedia.org

L’esame degli abbozzi ha interessato l’intero “corpus” composto da 2.717 carte per complessivi 5.434 fogli suddivisi nelle seguenti buste: Luisa Miller; Rigoletto; Il Trovatore; La Traviata; Stiffelio; Un ballo in maschera; La forza del destino; Libera me, Domine; Don Carlos; Aida; Quartetto; Messa da Requiem; Simon Boccanegra; Otello; Falstaff; Pezzi Sacri.

Il baule suddetto contiene, e non poteva essere altrimenti, gustose curiosità, anzitutto per i musicologi. I fogli che fanno riferimento all’atto terzo, scena terza, dell’”Otello” sono gremiti di didascalie sceniche interrelate con cornamuse, mandolini e arpe; diverse scale musicali poi punteggiano un primo abbozzo dell’”Ave Maria” nei “Pezzi Sacri”. Segmenti, questi, che rappresentano una significativa testimonianza della cura certosina, della serietà professionale e dello scrupolo che Verdi prodigava ogni qual volta si cimentava in un’opera.

Anche quando raggiunse la celebrità, il compositore, come sottolineano i suoi più attenti e affezionati biografi, non abbassò mai la guardia. In sostanza, non voleva vivere di rendita e riposarsi sugli allori: dunque ogni nota, ogni passaggio, ogni nuovo spunto doveva sempre essere posto al vaglio e suggellato senza approssimazioni.

E l’attenzione di Verdi non si concentrava solo sullo spartito, ma anche sul versante linguistico: ecco allora i suoi ripensamenti e le conseguenti correzioni sulle parole. Nell’atto primo, scena seconda de “Un ballo in maschera”, il termine “dolcezza” viene cambiato in grandezza”; “splendore” diventa”pallore”. Nell’atto terzo, parte seconda del “Falstaff”, il termine “fortuna” viene cambiato in “ventura”, Tutti questi elementi, quindi, si impongono quale strumento assai illuminante ed efficace per indagare, nel dettaglio, il processo compositivo verdiano, sia nella dimensione squisitamente, musicale, sia nella dimensione inerente al dettato poetico dei libretti d’opera. Al riguardo, è eloquente una frase che Verdi stesso soleva ripetere: “Per scrivere bene occorre scrivere quasi d’un fiato, riservandosi poi d’accomodare, vestire, ripulire l’abbozzo generale”.

 

 

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