Cosa c’entrano un sassofono, delle tubature giganti e uno scultore tedesco? Sembrerebbero gli elementi di partenza per un’opera teatrale dell’assurdo. Invece sono i protagonisti di una storia che ha il suo fulcro nella creatività più inaspettata. Tutto ha inizio lo scorso aprile da qualche parte in Germania. Il mondo è già da mesi sconvolto da uno degli eventi più sconvolgenti della storia recente, e Armin Küpper va a fare jogging nei dintorni di casa sua. Quando si ritrova a passare di fianco a un cantiere, nota delle enormi tubature nere che giacciono immobili in attesa di essere interrate.

C’è qualcosa di misterioso e affascinante nell’immaginare come sia nata la musica. È stato nella testa di un qualche nostro antenato? È nata ascoltando il suono prodotto da due pietre sbattute l’una contro l’altra? Kubrick, d’altronde, nel suo capolavoro del 1969 ‘2001 Space Oddity’, immaginava l’alba dell’umanità facendola passare anche e soprattutto dalla scoperta della musica. Ricordiamo bene lo scimmione che si erge nello scenario deserto della prima parte del film brandendo le ossa di una preda come fossero tamburi. Ormai la musica l’abbiamo conquistata, e la sfida è piuttosto saperla innovare. Ciò non toglie, però, che dappertutto si annidino suoni, melodie, echi nascosti che spesso ignoriamo. 

La creatività è vita

L’artista è colui il quale sa dare forma all’immateriale. Chi sa vedere oltre lo strato della realtà esperienziale. Armin Küpper ha visto oltre quelle tubature gigantesche e la loro mera funzione ingegneristica. Si è intrufolato nel cantiere – per aggiungere un tocco di azione ci piace pensare che l’abbia fatto di soppiatto – e ha raggiunto un estremo del gigantesco cilindro cavo. Si era chiesto cosa sarebbe successo se ci avesse gridato dentro, e così ci prova. Come lo scimmione di Kubrick, parte da una domanda: un punto interrogativo che scoperchia le possibilità. Certo, a differenza sua il tedesco ha in mente una possibilità: sa che quella struttura potrà comprimere, rifrangere, modificare la sua voce. Soltanto ignora la natura qualitativa di quanto potrà succedere. Il risultato è affascinante: la sua voce dopo un paio di secondi torna indietro, quasi perfettamente intatta. Così Küpper ha un’illuminazione: fare di quel tubo un vero e proprio strumento creativo.

Nemmeno in uno studio

Qualche giorno dopo ritorna al cantiere, questa volta equipaggiato di tutto punto: ha il suo sax e un microfono. Quello che mette in scena può apparire un semplice divertissement che annoia già dopo qualche minuto. In realtà contiene in sé tutto lo stupore della novità e la meraviglia dell’improvvisazione. Il concerto – intimo e privato – si svolge come fosse un soliloquio. Il suono del sax, però, rimasticato e rimandato indietro dal tubo, cambia leggermente timbro. Le frasi si accavallano grazie a un’eco che nemmeno i migliori Pink Floyd hanno saputo ricreare in studio. Per questo i concerti (chiamiamoli così) di Küpper posseggono qualcosa di magico: perché al di là del puro fatto artistico mettono in luce un’operazione mentale. E quest’ultima ci fa riflettere sull’arte così come sulla nostra capacità – in quanto esseri umani – di crearla. Sul suo canale ce ne sono una quindicina, alcuni fatti con una chitarra, altri esplorando ulteriormente le caratteristiche del tubo. Questa può anche diventare l’occasione per renderci conto del valore quasi inestimabile che può avere una rete come internet. Un luogo che ci permette di assistere a spettacoli del genere, che ci permette di stimolare la nostra curiosità o di saperla riconoscere nella vita di tutti i giorni. Ecco: forse questi video sono una specie di tutorial sul come mantenere un’attitudine vitale. Un invito all’esplorazione del mondo in ogni sua parte.

Un insegnamento

Negli ultimi mesi siamo stati, chi più chi meno, relegati in casa per combattere un nemico invisibile. Durante questo periodo di confinamento i tentativi di evadere da una quotidianità fatta di incertezze e ansie si sono quasi sempre scontrati con le inevitabili e rigide restrizioni. È stato significativo, però, che uno dei primi modi per farci forza sia passato quasi automaticamente dalla musica. Come se in un momento in cui la nostra sopravvivenza era a rischio su un piano strettamente fisico avessimo sentito il bisogno di ricordarci la nostra natura umana. L’aspetto che ci rende animali sociali, uniti dal comune desiderio di parlarci attraverso l’arte. Forse dovremmo non soltanto svenderla a elemento di unità nazional-popolare, ma imparare a rielaborarla, criticarla, masticarla. Suonarla dentro una tubatura gigantesca: perché così ci tornerà indietro, raccontandoci qualcosa di nuovo.

 

 

immagine di copertina: YouTube / Armin Küpper 
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