È prevista per il prossimo settembre l’uscita del diciassettesimo album in studio di James Newell Osterberg Jr., l’uomo dall’attitudine punk più dirompente di sempre. Vi starete forse chiedendo di chi stiamo parlando: la figura totemica in questione altro non è che Iggy Pop nell’atto di palesarsi nuovamente sul mercato discografico con la sua ultima fatica, Free.

A tre anni di distanza dall’ultimo Post Pop Depression troviamo quindi la nostra Iguana di nuovo sulla scena, con l’intenzione di presentare al mondo quanto quest’icona imperitura figlia degli anni Settanta sia dura a morire. I pianeti personali di Iggy si allineeranno quindi il sei di settembre con la nascita (via Loma Vista / Caroline International) del diciassettesimo LP all’interno della sua prolifica carriera in versione solista, un album che ci viene presentato dallo stesso Iggy come un prodotto dalla forte componente contemplativa, nonché dotato per sua stessa natura di una certa cupezza di fondo.

Iggy Pop nel 1974 al Bimbo’s Club di San Francisco con i suoi Stooges. © Richard McCaffrey. (Michael Ochs Archive/Getty Images)

Al suo interno, infatti, troveremo l’essenza sostanziale di un Iggy interiorizzato da altri artisti, da altre penne, da altre menti. Ci sarà quindi a quanto pare solo la sua voce a materializzare quell’entità fisica iconica che veneriamo senza tregua fin dal suo esordio datato 1977 con The Idiot. Ci sarà in presenza astratta insomma, ma non del tutto in materia: Free sembra poter essere definito in prospettiva come lo spettro di assorbimento di un Iggy Pop interpretato dalle circostanze spaziali, fisiche e temporali, dalle variabili complesse che lo avvolgono. Questo è ciò che Iggy ha dichiarato a proposito della sua uscita ventura:

Un disco in cui altri artisti parlano per me, ma io presto la mia voce. Alla fine del tour di Post Pop Depression, ero sicuro di essermi liberato del problema dell’insicurezza cronica che mi portavo dietro nella vita e nella carriera da troppo tempo. Ma mi sentivo anche prosciugato. E sentivo di volermi mettere in ombra, voltarmi e andare via. Volevo essere libero. So che è un’illusione, e che la libertà è solo qualcosa che senti, ma ho vissuto la vita finora credendo che quel sentimento fosse tutto quello che valeva la pena inseguire; tutto quello che ti serve – non necessariamente la felicità o l’amore, ma la sensazione di essere libero. Così questo disco mi è successo, e l’ho lasciato succedere.

Iggy Pop nel 1973. © Richard E. Aaron

Dove eravamo però rimasti con l’Iguana Pop? Ci eravamo lasciati ormai tre anni or sono con appunto Post Pop Depression, un album in cui la transizione psichica di un’Iggy avanti con l’età anagrafica ma mai con quella interiore si sentiva forte e chiara. Post Pop Depression è stato frutto di una straordinaria collaborazione con il leader dei Queens of the Stone Age, Josh Homme, ai tempi all’interno di una fase riabilitativa certamente critica post Bataclan con i suoi Eagles of Death Metal.

Sono delle vere e proprie private sessions quelle che strutturano l’andatura dell’intero album, in cui è possibile percepire delle chiarissime reminiscenze delle storiche collaborazioni di Pop col suo mentore assoluto, il compianto David Bowie, che ricopriva all’epoca del suo esordio in solitaria dopo la diaspora con gli Stooges l’interessante ruolo di produttore, ruolo che ricoprì inoltre anche con Lou Reed nel suo fondamentale Transformer. La figura di Homme ha svolto pressoché lo stesso ruolo di quello bowieano: nell’aria di un imminente ritiro dalle scene, l’artista di Palm Springs è stato fonte di rigenerazione ed ispirazione, portando a meta, insieme all’icona punk statunitense per antonomasia, un album in grado di trascinare fuori Pop dalla sua storica comfort zone.

Iggy Pop nel 1980 in versione solista. Larry Hulst (Michael Ochs Archives/Getty Images)

Entrambi in quel momento si trovavano in una delicata fase di sperimentazione del dolore: come il titolo stesso ci suggerisce, ciò che Post Pop Depression si promette di provare a raggiungere è un processo di metabolizzazione del lutto. Da un lato abbiamo Homme con i suoi Eagles, sopravvissuti ad uno degli attentati terroristici più violenti e sanguinosi che le cronache recenti possano mai tramandare ai posteri, dall’altro Iggy intento di fare i conti con la perdita del suo salvatore, il Duca Bianco. Questo concentrato viscoso di desolazione interiore altro non ha prodotto che un album di riscatto in potenza per entrambi, un connubio dell’atavica spavalderia dell’Iguana mescolata alla razionalizzazione di un presente quanto mai scomodo.

Nonostante l’intento storicamente demolitorio dell’artista di Detroit si sia andato affievolendo nel corso degli anni, le derivazioni con i suoi primordi non mancano: un fil rouge con una diversa inclinazione è quello che guida l’Iggy di un tempo a quello contemporaneo, fatto di groove ipnotici, di matrici al limite dello shoegaze come in Gardenia e di ombreggiature di synth alla Kraftwerk maniera, si veda Break Into Your Heart per intenderci. Non mancano neppure le sue tradizionali punchlines (se così possiamo definirle per licenza scrittoria data la loro presa immediata sull’ascoltatore), così suggestive ed immediate per propria natura profonda. Un esempio? Metaforizzare così l’effimera natura del successo umano da parte di un uomo che ha cavalcato le rollercoasters sconnesse della fama molteplici volte: When you get to the bottom, you’re near the top/ the shit turns into chocolate drops.

Possiamo dirlo: le frasi ad effetto di Iggy sono ancora in grado di restarti incollate addosso. Ce le aspettiamo quindi anche all’interno di Free, l’ennesima prova di coraggio di un rettile in fase di muta.

Immagine di copertina: © Richard E. Aaron
© riproduzione riservata

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