Dove sono le popstar?

Una domanda che suona agghiacciante se posta in modo casuale, ma che acquisisce un agghiacciante fondo di verità e rilevanza quando la si posiziona nel contesto musicale odierno. Quando le star più vicine al genere che un tempo era chiamato pop sono solo tre, e non sembra neanche quando le si vanno a guardare nel dettaglio. Taylor Swift costruisce una carriera miliardaria solamente sulla base del proprio personaggio pubblico, con controversie, litigi e frecciatine incessanti agli “hater”. Ariana Grande realizza uno dei peggiori testacoda di carriera di recente memoria, con un album frettoloso e senz’anima fondato anch’esso sulla celebrazione del proprio personaggio. E Billie Eilish, con le sue atmosfere horror e le performance vocali allucinate, è il culmine del trend iniziato da Lorde nel 2013 di cantanti pop per chi non ama il pop: niente costumi, niente glitter, niente coreografie, ma musica cupa e difficile che pare fatta in primis per le folle “alternative”, che per qualche disguido postale arriva al primo posto nella classifica Billboard e consacra una nuova icona mainstream per tutte le età.

È in questa circostanza che si finisce a guardare al passato e ad una delle più grandi icone pop di sempre.

Fonte: virginradio.it

Britney debutta nel 1999 con un successo mondiale, Baby… One More Time, e anche se adesso i suoi giorni di gloria sono passati (il suo ultimo album, Glory, risale al 2016) il suo nome fa comunque impressione anche sulle nuove generazioni.

Baby… One More Time fu l’album che rilanciò quasi da solo la grande musica pop degli anni 2000, a partire da un genere chiamato “bubblegum pop” quasi con disprezzo, come se fosse qualcosa da lasciarsi alle spalle una volta che si cresce e si scopre la “vera musica”.

Quando poi, a riguardarla e soprattutto a confrontarla con lo stagnante panorama pop odierno, ci si rende conto della cura ai dettagli e dell’intelligenza tattica che caratterizzano la persona artistica di questa signora così controversa e mentalmente complicata.

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Britney Spears che, come le Pussycat Dolls e Christina Aguilera e chissà quante altre, viene tacciata a cattiva influenza per le bambine e le ragazze, modello antifemminista creato esclusivamente per il male gaze, quando non può esserci nulla di più falso una volta che si supera la facciata. E si scopre una figura artistica determinata, sicura di sé, con sfaccettature e un arco completo, che rivendica il diritto delle ragazze e delle donne di essere quello che sono, vivere liberamente la loro femminilità e sessualità, e non farsi mettere le mani addosso da nessuno se loro stesse non ci stanno.

Che What You See (Is What You Get), uno dei brano più amati dai fan del secondo album Oops… I Did It Again, non sia stata rilasciata come singolo è un crimine musicale non solo a livello economico, dato che è ottima. Chi, nell’anno 2000, non avrebbe adorato sentire quella giovane donna con i codini e la tutina di latex rosso mandarle a dire a un fidanzato troppo appiccicoso che sindaca sul suo abito attillato e sulla quantità di trucco che porta con un bel “questa sono io, e se mi vuoi non dimenticartelo: devi accettarmi come sei”, e “credimi, se mi fai del male sei in cerca di guai”. 

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Britney Spears per la quale è stata organizzata dalle label una battaglia artistica non solo contro Christina Aguilera, che come lei merita una riscoperta in questo periodo musicalmente grigio ma anche contro P!nk, la popstar “impegnata” che parla di problemi famigliari e dubbio di sé anziché di  ragazzi e divertimento.

Per poi ritrovarci, nel 2019, con una P!nk madre e dai capelli non più rosa, che ha un altro nemico da combattere: le label che paragonano le cantanti tra di loro. “Perché non possiamo essere entrambe delle regine”, twitta nel 2016 quando la rivista popcrush mette a paragone il suo album appena uscito, Beautiful Trauma, con quello della collega Kelly Clarkson Piece By Piece. Ha attraversato tanti generi, durante la sua carriera ventennale. L’album autotitolato del 2002, contenente una delle poche cover pop di un classico rock (I Love Rock And Roll di Joan Jett and the Blackhearts) che i fan di vecchia data non disprezzano, era power pop introspettivo e con un fondo ribelle.

In The Zone era leggero e spensierato, Blackout cupo e atmosferico, Circus elegante e Femme Fatale sexy e felice, mentre il sottovalutato “Britney Jean” aveva momenti introspettivi e personali che, accompagnati dalle basi elettroniche e meticolose di Will.i.am, emergono con una forza ancora maggiore. Pop che amava essere pop, e si faceva amare – si fa amare – per quello che è. 

 

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