In occasioni del genere è facile scadere nel sentimentalismo e nelle facili celebrazioni da necrologio. Cosa si può dire (ancora) su Jeff Buckley? Cosa ci ha lasciato? Cosa avrebbe potuto lasciarci?

“Non è da dove vieni, bensì è dove stai andando ciò che conta”, diceva Ella Fitzgerald. È un bene che Scottie – come lo chiamavano i suoi familiari – abbia adottato questa filosofia di vita e che ad un certo punto abbia deciso di fare i conti con il peso dell’eredità paterna. Nel bene e nel male era figlio di Tim Buckley, celebre cantautore folk, figura totalmente assente nella vita di Jeff, e forse proprio per questo motivo ancor più ingombrante. Che abbia ripreso dal padre i lineamenti e la versatilità canora è assiomatico, ma Jeff Buckley è anche figlio di un’altra generazione: cresciuto nell’adorazione per i Led Zeppelin, per il prog e l’art rock, mentre i suoi coetanei si dilettavano in generi più grezzi (nonostante poi lavorerà con il produttore Andy Wallace, famoso per aver collaborato con gruppi come gli Slayer, Rage Against The Machine, Nirvana e Sepultura), tra le sue principali influenze musicali citava per l’appunto: “Amore, rabbia, depressione, gioia e sogni… e gli Zeppelin”. Nel suo libro Dream Brother: The Lives And Music Of Jeff And Tim Buckley David Browne ricorda come il giovane Jeff parlasse con più affetto ed entusiasmo di Physical Graffiti che dei nove album del padre, ammesso che ne abbia mai parlato (qui un estratto del libro). Non sappiamo se siano parole effettivamente pronunciate dal giovane Buckley, ma nel film Greetings from Tim Buckley un sorprendente Penn Badgley (Gossip Girl, John Tucker Must Die) sfoga la frustrazione e l’astio irrisolto di Jeff nei confronti del padre così: “Riguardo la sua musica la mia teoria è che abbia trovato gli appunti di un hippie in trip. Quando ha finito le pagine è morto di overdose”. Il film riporta un momento molto importante nella vita del musicista: un concerto in onore del defunto Tim tenutosi a Brooklyn nell’aprile del 1991, a cui Jeff partecipa, forse per presentarsi finalmente al pubblico, forse per dare finalmente un addio appropriato al padre.

Penn Badgley nel ruolo di Jeff Buckley, nel film del 2012 'Greetings from Tim Buckley'

Penn Badgley nel ruolo di Jeff Buckley, nel film del 2012 Greetings from Tim Buckley

Tre anni dopo pubblicherà il suo unico album completo, Grace. Non si rivela un successo strepitoso, riceve delle critiche contrastanti, ma quel che conta è che sia apprezzato da musicisti del calibro di Robert Plant e Jimmy Page. L’album testimonia la raffinatezza e l’ecletticità di Jeff, che riusciva a toccare picchi vocali ed emozionali che il padre avrebbe potuto solo lontanamente sognare. Ricordiamo le personalissime cover di Lilac Wine (Nina Simone), di Corpus Christi Carol, di Hallelujah (Leonard Cohen), brano che conosce vita nuova proprio grazie a questa cover, ma anche le appassionate Mojo Pin e Lover, You Should’ve Come Over, o la straziante Grace.

La totale dedizione alla carriera, che aveva portato Tim ad abbandonare (ripetutamente) la propria famiglia e le varie amanti lunga la sua strada, si intravede anche in Jeff, da subito impegnato in un lunghissimo tour mondiale, e poi nell’ansia di perfezione per la registrazione del secondo album, My Sweetheart the Drunk, mai portato a termine e quindi chiamato dalla madre, Mary Guibert, Sketches for My Sweetheart the Drunk, proprio per il suo statuto precario.

Voglio creare qualcosa di completamente nuovo. Voglio lavorare così tanto che ogni parte di me bruci via, come la sostanza nel fiammifero. Che lasci ciò che sono veramente, o ciò che penso di essere. Voglio solo acquisire la mia vibrazione. Non è niente di artistoide, niente di arrogante, è solo differente, e io voglio lasciarmi un po’ questo mondo alle spalle, così che forse possa vedere che è più grande [di quello che sembra].

Proprio mentre era alle prese con la sua ultima fatica, Jeff è nuotato via, cantando Whole Lotta Love dei suoi amati Led Zeppelin. Come dichiarò la polizia di Memphis (dove si trovavano gli studi di registrazione), la morte non aveva nulla di misterioso, non era dovuta a droghe o a un suicidio. Jeff si era sempre distanziato dai modelli dominanti delle rock star depresse e maledette, dedite all’uso di droghe stranianti e alla vita erratica. Quello che aveva in lui, a farlo bruciare tanto, lo doveva ai geni del padre e alla fame di vita che solo la musica poteva soddisfare. Così riportava in una pagina del suo diario:

Per vivere la mia vita ideale – Soluzioni. Visione. Verità… ferisce. Guarisce. Non-evasione e Pro-confronto – ORIGINALITÀ – Per quanto concerne lo svolgimento della vita totalmente consapevole nella quale tu ti colleghi nell’Ora e ti spingi costantemente avanti, costantemente ti sviluppi e cresci. Il fatto è che voglio tutto la prossima settimana, in questo preciso momento, in questo millesimo di secondo. Il leader, l’istigatore, il creatore, l’origine fredda. La vita dovrebbe scintillare e accelerare, bruciare col fuoco, come l’acciaio fuso, come l’ardere congelato di una cometa. So bene che se fossi vicino a qualcuno di REALE e molto FISICO e RICONOSCIBILE, probabilmente tenderei a invidiarlo e sarei troppo represso per fare casini di fronte a questa persona seria – sarei intimidito. Non esserlo! Sii seriamente coinvolto nella crescita, con una genuina evoluzione, e non aver mai paura. Sii il tipo di persona che è naturalmente potente, positiva, ingegnosa, aperta ai massimi livelli, ma non per coercizione o pressione o per imporre un potere sulle altre persone. Quel tipo di potere è vuoto. Non contiene nulla e non ti porta niente alla lunga.
SII IL MIGLIORE.
NO 
NEGATIVITÀ.
NO 
DEBOLEZZA, NO ACQUIESCENZA
AVERE PAURA O DISASTRO
NO ERRORI O IGNORANZA
NO EVASIONE DALLA REALTÀ

Lo scorso marzo è uscito per la Legacy Recordings il postumo You and I, una raccolta apparentemente improvvisata, che mi viene da definire commovente perché rappresenta il materiale che Jeff aveva presentato alla Columbia Records per dare un’idea della maniera in cui voleva registrare Grace. È come se fosse ancora lì, a incespicare sui pezzi, a scusarsi e a correggersi, a metterci tutta l’anima.

Cover della raccolta postuma You and I

Cover della raccolta postuma You and I

Che cosa sarebbe successo se Jeff non fosse annegato non possiamo saperlo, come non possiamo sapere quanta altra musica avrebbero potuto darci i membri del Club dei 27, se non avessero ceduto agli eccessi della droga e dell’alcool, o Chopin, se non fosse stato costretto a lasciare la sua Polonia. Possiamo solo ringraziare quell’aprile del 1991, che lo ha visto uscire allo scoperto, e essere grati che ce l’abbia fatta. Oggi o tra una settimana o un mese, quando sarà per noi il momento adatto, potremo ascoltarlo.

Per rispondere alle tre domande poste all’inizio, quali parole migliori delle sue? “La grazia è ciò che conta. In ogni cosa. Specialmente la vita, specialmente la crescita, la tragedia, il dolore, l’amore, la morte. Riguardo la gente, è quello che conta. È una qualità che ammiro moltissimo. Ti impedisce di raggiungere la pistola troppo in fretta; ti impedisce di distruggere le cose in modo troppo stupido; è come se ti mantenesse vivo e aperto a comprendere di più.”

Auguri, Jeff. E grazie.

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