di Gianluca Vona

“Bastasse il cielo” è il risultato di cambiamenti, quei cambiamenti importanti che definiscono la vita di un uomo: una donna, una famiglia e il trasferimento in una città diversa, in questo caso una importante e piena di spunti e dettagli come Parigi.

Il lavoro di Pacifico, all’anagrafe Gino De Crescenzo, riprende tutti questi cambiamenti come linee guida per svilupparsi all’interno della propria vita ma anche all’interno di chi lo ascolta.

Fra i temi portanti quello del ricordo e della consapevolezza di essere diventato grande e realizzato, di guardarsi allo specchio e vedere il proprio padre e non più il figlio che si è stati. Il tempo è il protagonista indiscusso dell’album, inteso sia come il continuo scorrimento che nessuno può fermare, sia come il tempo dedicato a qualcuno, l’attenzione. Ed è lo stesso Pacifico a sottolineare questo termine definendola come la “dimensione più pubblica dell’amore” e ciò che più gli manca.

“…Semplicemente non c’è tempo, non c’è tempo per capire.”

La concezione del tempo di Pacifico però non è nostalgica, è un filtro attraverso cui guarda all’amore, alla vita e alla propria musica; la sua scrittura è sempre intensa, poetica e fatta di grande rispetto per la parola. In passato ha adattato il proprio stile con voci e situazioni diverse creando ora grandi spazi lirici ora costretti versi rock, ma quando Pacifico scrive per sé riesce a far emergere tutto il suo spirito fatto di riflessioni e autoanalisi. Ed infatti la sua scrittura è prima di tutto autobiografica, tanto da avere la sensazione di capire a pieno le emozioni che vuole raccontarci.

Oltre alla grande capacità poetica di Pacifico, “Bastasse il cielo” porta un’interessante realtà musicale costruita grazie al produttore del disco, Alberto Fabris, storico collaboratore di Einaudi che è riuscito a creare un’orchestra “sparpagliata”, per citare il cantautore, in cui hanno suonato grandi personalità della musica internazionale come Michael Leonhart, tromba degli Steely Dan, il tastierista dei Dire Straits, Alan Clark, e leggende del jazz come Mike Mainieri. L’ensemble creato da Fabris dà così un’importante struttura al disco, composta da arrangiamenti fusion e sul confine del jazz, quasi a portare la coralità della cultura parigina in cui è stato concepito il lavoro di Pacifico.

Pregio della produzione musicale è infatti il riuscire a coniugare i pensieri e i significati dei testi agli strumenti, come ad esempio l’utilizzo di sintesi musicali contemporanee affiancate al mellotron di Clark. E non a caso il mellotron rientra tra gli strumenti più utilizzati all’interno del disco, in modo da riportare anche la musica alla sfera del ricordo e del tempo, dei momenti salvati nella propria memoria che facciamo suonare quando ne abbiamo bisogno.

Interessante sarà quindi vedere anche le versioni live di questo ultimo lavoro, con un accompagnamento in cui l’improvvisazione e la pluralità dei timbri degli strumenti saranno protagoniste, e in cui sarà possibile assistere alla citata composizione analogica ma contemporaneamente anche moderna. Aggettivi che possono essere utilizzati per definire anche Pacifico in generale.

Il tour prenderà il via l’8 marzo a Padova, per poi fare tappa a Bologna il 21 marzo, a Torino il 22, a Firenze il 30, a Milano il 5 aprile, a Bari il 17 maggio e a Roma il 18 maggio.

Infine, molto curata anche la parte video della promozione dell’album, con una storia creata sulle parole di “Sarà come abbracciarsi” e “Molecole”, in cui viene raccontato un viaggio attraverso gli occhi di personaggi emarginati ma pieni d’amore e attraverso le lenti della giovane regista Tania Feghali che porta ancora il tema del ricordo e del background francese dell’album con scelte stilistiche in linea con il passato cinematografico d’oltralpe.

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