A qualche settimana dal preoccupante ricovero del leader Peter Murphy a causa di serie complicazioni cardiache, questo recente annuncio è musica per le nostre orecchie nel senso più stretto dell’espressione: dopo tredici anni dall’ultima performance in formazione integrale, i Bauhaus torneranno inaspettatamente sul palco dell’Hollywood Palladium di Los Angeles il prossimo tre novembre.

L’iconica band dark wave britannica nativa di Northampton non calcava infatti le scene nella sua line-up originaria – formata nella fattispecie da Murphy, Daniel Ash, Kevin Haskins e David J – dal lontano 2006, più precisamente dall’occasione regalatagli da Trent Reznor (Nine Inch Nails) e soci all’interno del loro più che consistente Summer Amphitheatre Tour.

In seguito alla conferma di questa notizia più che ghiotta per i cultori del genere è quindi d’obbligo andare a ripercorrere le tappe salienti di uno dei pilastri primari della scena dark figlia delle derivazioni più radicali dei tardi anni ’70. Tracceremo (o, almeno, tenteremo l’impresa) il percorso creativo e umano di una band che, grazie alle atmosfere plumbee ed espressionistiche definibili per plebiscito popolare come loro indiscutibile marchio di fabbrica e ai raffinatissimi riferimenti e rimandi letterari e cinematografici che costellano indomiti la loro fondamentale seppur magra produzione, è riuscita ad imporre il suo nome nella storia della musica contemporanea continuando indiscutibilmente ad influenzarla. Ladies and Gentlemen, ecco a voi i Bauhaus.

I Bauhaus fotografati da Fin Costello. © Fin Costello

I Bauhaus segnano il loro affacciarsi nel dinamico panorama britannico nel lontano 1979, anno storicamente cruciale per il definirsi di quello scardinamento sostanziale delle norme musicali vigenti che avrebbe portato all’affermazione del punk come stato mentale e come matrice di tutto ciò che da esso sarebbe naturalmente derivato – tra le varie, appunto, la new e la dark wave.

Il loro nucleo centrale si fonda più precisamente sulla volontà creativa della sua incalzante sezione ritmica, ovvero quella dei due fratelli Kevin (batteria) e David J Haskins (basso) che, da un esordio non propriamente brillante nei Craze o nei Submerged Tenth, si riscattano nell’incontro fatale con colui che sarebbe diventato una tra le principali materializzazioni fattasi carne di un modo radicalmente nuovo ed avanguardistico di vivere l’esperienza musicale e scenica: il sopracitato Peter Murphy. Dotato di un pallore atavico, di lineamenti marcati e destabilizzanti, e soprattutto di una timbrica profonda e penetrante, capace di imporlo come indiscussa icona stilistica vocalmente parlando in quegli anni, possiamo affermare che Murphy sia stato a tutti gli effetti il loro deus ex machina, l’incontrastato fautore della loro scalata verso quell’imperituro successo che dura fino ad oggi.

L’esordio è appunto datato 1979, e a marcarlo a fuoco nella storia fu l’uscita, per l’etichetta indipendente Small Wonder Records, del singolo Bela Lugosi’s Dead/Boys: brano di nove, intensi minuti di durata, scanditi da una batteria serrata, da giri di basso cupi e cadenzati e dallo sferragliare della chitarra di Ash. Bela Lugosi’s Dead, tributo impeccabile al divo supremo dell’horror d’altri tempi, si impone fin da subito come un vero e proprio piccolo fenomeno di costume nella scena underground, permettendo infatti la nascita del goth come stile centrale di quegli anni segnati in modo permanente dal governo della Iron Lady Margaret Thatcher.

I Bauhaus in uno scatto di Graham Trott. © Graham Trott

Firmando nel novembre del 1979 con la storica 4AD, si aprono definitivamente così per i Bauhaus le porte del mercato e del post-punk più radicale: è nel gennaio del 1980 che la svolta si palesa conclamandosi in tutta la sua grandezza ai loro occhi, segnata dalla pubblicazione dell’altro fondamentale singolo Dark Entries/Untitled, che li consacrerà al pubblico e alla stampa come tra i più carismatici ed efficaci esponenti della neonata corrente.

Il successo di In the Flat Field, primo LP firmato Bauhaus (ottobre 1980), parla infatti da sé: l’album svettò immediatamente in cima alle classifiche indipendenti raggiungendo addirittura posizioni importanti nelle charts più propriamente pop. La strada davanti a loro sembrava destinata quindi a spianarsi senza troppi ostacoli, e a dimostrazione di ciò non è possibile tralasciare la maestosità della loro seconda fatica, Mask. Mask (ottobre 1981) è per sua natura intrinseca puramente sperimentale, decisamente più audace – potremmo dire – del suo predecessore: al suo interno i Bauhaus danno sfogo a sperimentazioni capaci di viaggiare dal dub all’elettronica più pura, senza tradire tuttavia la massività di quella matrice dark che ne ha permesso la nascita e la conseguente affermazione.

L’uscita dell’EP Searching for Satori e dei singoli Spirit e Lagartija Nick marca il 1982 come l’anno più denso nella carriera della band britannica, che culminerà con l’uscita del loro terzo progetto discografico The Sky’s Gone Out, capace di posizionarsi senza impedimenti direttamente al quarto posto delle severe classifiche d’Oltremanica. Il successo per la band è ormai conclamato, e stupisce ancora pensare che l’attività di una band così prolifica e affermata si sarebbe potuto bruscamente interrompere appena due anni più tardi.

I Bauhaus in uno scatto di Brian Shanley. © Brian Shanley

Sì, perché immediatamente dopo la complicata uscita del loro quarto lavoro in studio, Burning from the Inside (1983), una complessità causata dalle defezioni imposte a Murphy da una polmonite decisamente poco magnanima, la band si scioglie improvvisamente senza rilasciare dichiarazioni a proposito o manifestandone le cause a monte. I Bauhaus morirono così nella stessa modalità con la quale vennero alla luce, repentinamente, senza alcun preavviso, in modo dirompente e destrutturante.

Chissà se sia stato proprio questo volontario harakiri praticato con stoica determinazione all’apice di un simile successo a permettere la longevità della loro fortuna. Domandarsi – e probabilmente ancora oggi i fedelissimi lo fanno – se i Bauhaus sarebbero stati in grado di sostenere il superamento di un bagaglio artistico di tale portata non può darci una risposta certa: in questa vaghezza abbiamo però solo un’unica certezza, quella cioè della centralità che i Bauhaus sono stati in grado di ricoprire in un’epoca di fermento creativo in cui imporvisi con tale veemenza era impresa ardua. Fortunatamente per noi, quel 1983 non è stata del tutto la fine: aspettiamo quindi con ansia il 3 novembre come se dovessimo catapultarci indietro nel tempo a quel lontano 1979, sperando di vederli prima o poi su di un palco del Vecchio Continente.

Immagine di copertina: © Brian Shanley.

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