Il nuovo album di Bianco si intitola semplicemente Quattro: il quarto della carriera, un semplice numero per non interferire con l’importanza di ciascuno dei pezzi che contiene, dice lui; forse anche il numero che sottolinea meglio la dimensione comunitaria del lavoro.

È il ritorno sulla scena in “solitaria” dopo la scorpacciata di concerti con Niccolò Fabi, il quale, una sera di due anni fa, colpito dal concerto dei Bianco’s (insieme al cantautore, Filippo Cornaglia, Matteo Giai e Damir Nefat) in un locale romano, li scelse per accompagnarlo in tour – una di quelle cose da raccontare da vecchi, anche se non sono strettamente storie degli anni novanta. Altro che talent show.

Questo è un disco che fa i conti, per forza, con questo anno e mezzo, ma prima di tutto è parte di un percorso personale, artistico e non, che sta al di là dei rimandi musicali e stilistici (l’abbiamo capito: un po’ tutti ci sentono dentro Niccolò Fabi e i Led Zeppelin, e chi siamo noi per dissentire?). Nelle undici canzoni Bianco racconta come sempre se stesso, la sua parte più intima (“dico delle cose ad alcune persone che non riuscirei mai, probabilmente mi metterei a piangere prima di farlo o diventerei rosso”), con la sua consueta capacità di costruire narrazioni immediate, e rivolgendosi spesso, in seconda persona, direttamente a chi ascolta; un cuore aperto su paure (i primi due singoli, Felice e 30 40 50 sono entrambi, a loro modo, un tentativo di esorcizzare quella di diventare grandi), consapevolezze (Tutti gli uomini e la monumentale Organo Amante), dichiarazioni d’amore (Punk rock con le ali) solo per citare una manciata di temi.

Se quindi da un lato è, come di consueto, un lavoro molto intimo, al tempo stesso non è un caso che il cantautore l’abbia annunciato come “il nostro nuovo disco”, lasciando trasparire la dimensione principale in cui si muove questo lavoro: quella dei rapporti, delle amicizie (in fondo: “io non amo perdere soprattutto le amicizie”). Di fatto durante i tour con Fabi, Bianco e i suoi sono diventati una band a tutti gli effetti, attraversando chilometri, palchi, sottopalchi, felicità, varie ed eventuali. Così una volta concluso il suo ritiro siciliano (ad Ortigia, in provincia di Siracusa) per scrivere i pezzi – pressoché tutti nati lì – ritrovarsi in sala prove è stata la chiusura di un cerchio, il contatto che accende una luce, quell’onda dopo la calma, che ti emoziona anche se te l’aspetti – ma non era questo il caso, perché nessuno l’aveva previsto. Infatti le canzoni sono nate quasi da sole, tante erano la musica e le note accumulate e condivise, prendendo quasi di sorpresa tutti. La sublimazione in musica di un’esperienza comune. Sono cose che misteriosamente accadono, direbbe Max Collini. Proprio per questo i brani lasciano spesso spazio ad arrangiamenti corposi e lunghe code strumentali, segno di un affiatamento perfettamente testimoniato nel video di Organo amante: un pezzo di più di nove minuti registrato in presa diretta insieme a Marco “Benz” Gentile (che ha anche prodotto e suonato il disco), Ale Bavo, Marco “Pakko” Catania e Alessio Sanfilippo.

Un album in cui le paure e le preoccupazioni trovano quiete in un giardino di note, nelle amicizie. Un album fatto davvero dalle persone, da quello che sono e che hanno condiviso: al di là di ogni retorica è una bella storia di musica da guardare con ammirazione, in questi tempi di playlist, talent e quant’altro.

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