Il 17 marzo 1967 nell’area metropolitana di Chicago, nella fattispecie ad Elk Grove Village, nasceva William Patrick Corgan ai più noto come Billy, storico leader e padre fondatore degli Smashing Pumpkins, una tra le più fondamentali punte di diamante dell’alternative della prima ora a stelle e strisce.

Una delle voci più rappresentative di quella generazione zero che contaminò l’intera attitudine generazionale degli anni ’90 compie quindi oggi 52 anni, dei lustri densi e dinamici a livello professionale quanto privato, scanditi a cadenze alterne e mai prevedibili da cadute rovinose e riprese in grande stile spesso inaspettate. Un turbinio emozionale ed esistenziale talmente d’impatto da non poter essere mai considerato come un possibile fattore trascurabile: è il prodotto finale di questa sua inarrestabile irriducibilità tutta umana nei confronti della vita e del fare musica a rendere Corgan ancora oggi uno degli esponenti di punta della discografia globale, nel senso più stretto dell’espressione, con tutta la mole del suo pressoché sconfinato bagaglio creativo.

Ripercorriamo quindi vita, morte e miracoli di questo contraddittorio Re Mida figlio del noise statunitense, enfatizzandone vizi e virtù, scandagliando così le zone d’ombra quanto i più radiosi punti luce all’interno di una carriera all’attivo ad oggi dal lontano 1985, puntando però, in questa sede, il focus sul periodo dei primissimi Pumpkins.

Billy Corgan. Fonte: PSN Europe

L’esistenza corganiana, dalle più che palesi derivazioni irlandesi come il suo secondo nome ci testimonia, trova il suo incipit in un’infanzia tutt’altro che rassicurante, deteriorata dal conflitto fra dei genitori forse troppo giovani ed inesperti per dedicarsi con doverosa cura a lui e dall’inevitabile rottura che un rapporto d’amore tossico implica per forza di cose nella sua stessa natura.

L’ambiente uterino si distrugge così con l’ineluttabile divorzio di William e Martha (alla quale il Billy trentenne dedicherà la struggente For Martha, contenuta nel fondamentale Adore del 1998) appena dopo la nascita del secondogenito Ricky. Iniziano così i primissimi anni di peregrinazione dei due fratellini, che culmineranno poi nell’arrivo di Jesse, figlio di secondo letto del padre, affetto dalla sindrome di Tourette e che per Billy sarà lo Spaceboy tanto amato di cui canterà con emotività disarmante in Siamese Dream, secondo album in studio della band di Chicago dalle sfumature dreamy al limite del prog datato 1993.

Spaceboy I’ve missed you
Spinning round my head
Any way you choose me
You’ll break instead

Figura quantomai controversa e focale negli anni giovanili di Billy è quindi proprio il padre William, un musicista che tuttavia non lo incoraggiò mai ad abbracciare l’idea di intraprendere lo studio di un qualsivoglia strumento. Il momento epifanico arrivò però all’età di quattordici anni, con la folgorazione fatale per la chitarra, a cui si avvicinò da perfetto autodidatta, quasi forzando la sua natura mancina portandosi addirittura ad impugnarla da destroso, come la maggior parte dei chitarristi del mondo, solo per poterla inglobare nella sua natura nel modo più naturale possibile. Nascono così le prime esperienze di gruppo, gli Hexen nel 1985 ed appena un anno dopo i The Marked, due formazioni primordiali che servirono però a cominciare a far circolare la figura e la vocalità tanto acerba quanto iconicamente nasale di un giovanissimo Corgan negli ambienti di Chicago e Petersburg.

Billy Corgan nel 2016 al NAMM Show Opening Day ad Anaheim, California. Fonte: End of a Century

L’anno della svolta artistica di Corgan si palesa però all’orizzonte quando Billy è appena 21enne. È il 1988 quando le misteriose dinamiche della vita lo portano all’incontro rivelatore con James Iha, chitarrista che diventerà a partire da quella conoscenza, dettata dalla pura casualità, l’altra metà di quella mela (che potremmo definire come perfettamente bacata?) degli Smashing Pumpkins. Ecco finalmente il nucleo centrale delle zucche alla ricerca ora della propria espansione.

Altro ingresso fondamentale è quello immediatamente successivo dell’inquieta bassista D’Arcy Wretzky, che concretizzerà il loro primo storico live il 10 agosto dello stesso anno all’Avalon Nightclub, accompagnati dall’essenzialità di una drum machine dato l’ancora vacante posizione alle pelli. Con Jimmy Chamberlin alla batteria acquisterà la sua precaria stabilità una delle formazioni più intrinsecamente irruente quanto relazionalmente destabilizzate degli anni ’90: l’evento centrale sarà la loro apertura agli Jane’s Addiction.

Gli Smashing Pumpkins hanno così visto la loro luce, per quanto opaca e ricca di ombre interiori.

La band spazia e sperimenta portando al suo interno fin dai suoi albori tutte le derivazioni e contaminazioni possibili della loro personale formazione individuale. Il melting pot sonoro si manifesta con tutta la sua potenza con il doloroso Gish (1991), primissima pietra miliare della band che delinea quel loro imprinting testuale che rimarrà coerente per tutta la loro carriera fino ai tempi attuali. A Gish segue lo splendido Siamese Dream, che prosegue la linea introdotta dalla poetica compositiva del precedente, sebbene le tracce si facciano più morbide e melodiche: il tratto distintivo rimane sempre quell’intima malinconia che solo la voce precaria e intimamente decadente di Corgan è stata in grado di enfatizzare a tal modo.

Le incrinature interpersonali a questo punto cominciano a contaminare però quasi in modo irreversibile le dinamiche organiche nonché artistiche della band, che, a ridosso dell’uscita della raccolta di B-sides Pisces Iscariot, comincia a sfaldarsi dall’interno. Le prove e le sessioni in studio vengono spesso disertate a turno dagli altri membri, portando Corgan ad una purissima quanto per lui destrutturante autarchia. Possiamo quindi dire che il detonare di questo dirompente disagio interno altro non era che solo l’inizio della fine.

Billy Corgan su sfondo nero. Fonte: Yamaha Guitar Development

La fenice di Billy è però dura a morire: il riscatto compositivo si realizza finalmente con il doppio capolavoro indiscusso della band, lo straordinario Mellon Collie and the Infinite Sadness del 1995, definito a furor di popolo come il vero e proprio manifesto universale degli Smashing in cui figurano pietre miliari del calibro delle splendide ballad dal tono romantico e nostalgico come 1979 o Tonight Tonight, quanto brani dall’impronta puramente riot come la massiva Zero.

La tossicodipendenza era però in procinto di scardinare quell’apparente ritrovata stabilità organica, colpendo direttamente D’Arcy (che sarà costretta a lasciare la band nel 1999 venendo sostituita dalla bassista delle Hole Melissa Auf der Maur) e Jimmy, che sarà per questo allontanato dalla band durante il tour, a livello pressoché irreversibile. L’estromissione di Chamberlin porterà ad una variazione obbligata dello stile della band, che prediligerà nella coda degli anni ’90 l’uso di basi elettroniche e drum machine, nell’amaro Adore (1998): è un album disilluso e colmo di dolore, sono solo le sfumature agrodolci a dargli quel sentore di speranza che non sarà mai ritrovato nonostante i tentativi estenuanti di risollevare le sorti di una band nel suo splendente declino. La testualità è intima e raccolta, talmente emotiva da lasciarci avvolgere da tutto il disamore che il nostro Billy era solo così in grado di eviscerare. Il capitolo dei primi Smashing stava per chiudersi, ma Corgan non ha mai mollato la presa.

Il coraggio di William Patrick Corgan si è quindi manifestato in tutta la sua grandezza ancora di più a partire dagli anni zero, nel momento in cui tutto aveva il sapore di crisi, il restrogusto ferroso del dubbio. Quando le sue zucche marcivano nel loro campo minato. In questo consiste quindi l’augurio che noi di Artwave gli facciamo per queste 52 candeline: nel non abbandonare mai la splendida tenacia che gli ha sempre permesso di reinventarsi quando tutto sembrava morirgli attorno.

Ad maiora sempre, auguri buon vecchio Billy.

© riproduzione riservata