Se il folk statunitense potesse autodefinirsi attraverso un nome di persona, sceglierebbe quello del suo più autorevole menestrello: parliamo, ovviamente, di Bob Dylan, oggi settantanovenne, e di quella sua famigerata pietra che ancora non smette di rotolare e di far parlare di sé, ormai perfettamente levigata in questi suoi 58 anni di onoratissima carriera.

Una pietra in perpetuo movimento che appare, mai come oggi, una perfetta metafora di un percorso esteso e complesso intrapreso da colui che appare a pieno titolo come il più alto ed influente prosecutore di una tradizione centenaria: quella del blues, del jazz e del folk.

Nato come Robert Allen Zimmerman nel maggio 1941, il nostro Bob entrò nella scena discografica il 19 marzo del 1962 con il suo LP omonimo, Bob Dylan, uscito dalle mani di mamma Columbia Records con un costo di produzione di appena 402$.
Un debutto che fu una vera e propria scommessa, essendoci in gioco un patrimonio culturale tra i più intricati della storia, per lo più trasmesso di bocca in bocca.

Bob Dylan, 1965

Fonte: Facebook – Bob Dylan

Cosa resta del primo Bob Dylan?

Il rischio di mostrarsi al mondo esclusivamente come il figlio naturale, e riflesso diretto, del capostipite Woody Guthrie, era dietro l’angolo: un’eventualità che, nonostante l’aderenza alle linee stilistiche definite dallo stesso Guthrie nel corso della sua carriera, Bob riuscì ad arginare con maestria.
Come, vi starete chiedendo. Semplicemente ponendo al centro della sua poetica la canzone, più precisamente il testo, conferendo alle parole quel potere tagliente e sconfinato che sarebbe diventato il più riconoscibile marchio di fabbrica del suo personalissimo lirismo.

A prescindere dal flop commerciale dell’LP Bob Dylan, il disco fu in grado di porre le fondamenta all’altissimo concetto di musica popolare intesa come atto formale e materiale di resistenza e rivolta: una rivoluzione contenutistica ed espressiva per la quale ancora oggi non possiamo che essergli grati.

Di acqua sotto i ponti ne è passata in questi 58 anni, ed è fisiologico domandarsi, oggi, cosa sia rimasto immutato in quest’artista alla soglia degli ’80 anni del suo spirito giovanile. Alcune scelte, come l’uscita del triplo album di Dylan Triplicate del 2017, potevano essere interpretate come delle mosse commerciali tanto astute, quanto tristi, per far fatturare il ricordo di un autore ormai digiuno di contenuti per stanchezza, vecchiaia, o per troppa fama.

Dylan: il menestrello, il poeta

La dimostrazione della smentita, tuttavia, risulta palese proprio in questo surreale 2020, che ci ha regalato dopo anni di silenzio ben tre inediti. Quest’uomo dai mille primati ha ancora molto da dire, e ci sta confermando ancora una volta quanto la sua certosina ricerca dell’autenticità non si sia mai realmente fermata: Dylan è rimasto fedele al sé stesso di sempre, continuando ad omaggiare le figure cardine del suo percorso artistico, e a scandagliare quei rapporti profondi tra passato e presente. Insomma, Dylan brilla ancora di luce propria e per nostra fortuna non sembra essere intenzionato a smettere.

Il punto centrale della questione, tralasciando da parte tutte le polemiche sollevate dall’imponenza della sua etica e della sua persona, specialmente nelle controversie legate al Nobel, è uno ed uno soltanto.
Dylan non cessa di essere attuale poiché ha saputo cogliere ante litteram la necessità in tempi moderni di una miscellanea contenutistica che riesca ad abbracciare le sfere culturali più ostiche, come quella sociale e politica, riscattandone i margini e le zone d’ombra.

L’emarginazione, le minoranze e la controparte politica sono sempre state legate a filo doppio alla musica generata Oltreoceano, e Dylan è stato in grado di attuare un lucido processo di rielaborazione di queste matrici rivestendole di poesia.

Sì, perché come affermava Ferlinghetti, esponente e pioniere massimo della cultura beat, Bob è un poeta prima di qualsiasi altra cosa, e il suo merito più alto è stato, forse inconsciamente, far arrivare la poesia a dei livelli che non era mai riuscita a raggiungere prima. Questo, grazie alla maestosità del veicolo musicale, forza motrice e trainante della poesia di Dylan, in questo mondo che di poetico non ha più molto da offrire.

Il valore del testo poetico, in Dylan, è perciò determinante in quanto atto a dar corpo a quelle voci sotterranee che altrimenti rimarrebbero afone, riportando alla luce la problematica questione tra ciò che di fatto è riconoscibile come poesia e cosa no.

Bob Dylan è stato in grado di ibridare forme letterarie e musica popolare facendosi promotore di testi attivi, in grado di produrre un esito reale nelle coscienze dei suoi ascoltatori. Il fatto sta nel comprendere che la produzione di Dylan non abbia affatto snaturato le norme letterarie precostituite, (questioni che fecero scattare il polverone Dylangate ai tempi del Nobel nel 2016) quanto invece le abbia attualizzate in un’ottica moderna.

La musica è sociale

Se le cose stessero realmente così, e che quindi la musica debba essere concepita come un agglomerato di canzonette fruibili solo attraverso un ascolto di natura passiva, produrre materiale musicale non avrebbe davvero più alcun senso.

La musica, come ci ha insegnato il Maestro Ezio Bosso, è il mezzo più alto tramite il quale possiamo permettere l’espressione della socialità, la circolazione di quel libero pensiero che stiamo perdendo sempre più, di giorno in giorno, e che appare sempre più costretto all’interno di superficialità sparse e diffuse.

Celebrare Bob Dylan, in occasione del suo compleanno, significa non solo esaltarne il coraggio compositivo e la sua lunga carriera, ma soprattutto il suo aver compreso quelle radici puramente sociali e di profonda interazione interpersonale sulle quali il fare un certo tipo di musica si basi dall’alba dei tempi.

Non sta scritto da nessuna parte che la musica debba essere impegnata, tuttavia è necessario non dimenticarne la sua funzione primaria: la musica non è solo mero diletto, è trasmissione, partecipazione e risonanza all’interno di un qualcosa di ben più grande di noi.

Bob Dylan Nashville Skyline

Fonte: Facebook – Bob Dylan

Tre brani freschi d’uscita per Dylan

La dimostrazione, come abbiamo anticipato sopra, è stata la freschissima uscita, dopo ben otto anni di religioso silenzio, di tre tracce inedite, anticipazioni di quello che sarà il suo 39esimo album, il prossimo 19 giugnoRough And Rowdy Ways.

Dylan sa come stupirci ogni volta con le sue comparsate ad effetto in vesti sempre rinnovate, ma stavolta possiamo dire come l’abbia fatto con tutti i crismi. Sullo spiazzare i suoi fan, Bob ci ha costruito un’intera carriera, ma in questo mesto 2020 è stato capace di regalarci tre perle fedeli al Dylan della prima ora.

A partire dalla pubblicazione sulle principali piattaforme della dilatata ed epica “Murder Most Foul”, dedicata all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, con la quale ci permette di ripercorrere un pezzo basilare della storia statunitense del Novecento. Hanno seguito a ruota “I Contain Moltitudes” e “False Prophet“, uscita lo scorso 8 maggio.

Insomma, Dylan, nonostante la sua veneranda età, ci dimostra come l’intenzione di fermarsi sia più lontana che mai, e che la sua pietra rotolante non abbia mai cessato il suo dinamismo perpetuo.

Bob Dylan, like a rolling stone.

Immagine di copertina: Facebook – Bob Dylan
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