Quanti gruppi, storici o meno, si sono sciolti, sono esplosi o implosi? Dopo un disco soltanto o dopo una folgorante carriera, quasi sempre la loro fine è coincisa con un lento dissolversi nell’anonimato o – peggio – con qualche tragedia che li ha toccati costringendoli ad appendere gli strumenti al chiodo. Il mondo del rock, specie quello delle leggende, è costellato di episodi del genere: dai Queen ai Led Zeppelin, dai The Who ai Nirvana e così via. Che questa non sia una regola è superfluo specificarlo, ma c’è un caso, uno scioglimento, che per contorni, modalità e dinamiche si contrappone alla suddetta (quasi) prassi in maniera tanto netta quanto lineare.

(Photo by Mark Mainz/Getty Images)

Uno scioglimento rivoluzionario

Quello dei R.E.M. è il punto finale di una carriera trentennale che li ha visti davvero arrivare nell’Olimpo della musica, e facendolo peraltro da assoluti outsider: quando nel 1991 il loro disco Out of Time scala le classifiche di tutto il mondo è la prima volta che a farlo è una band alternativa, rimanendo nelle classifiche americana e britannica complessivamente quasi 300 settimane. A quel punto il loro sound era praticamente già più che definito, con le melodie e lo strumming di Peter Buck alla chitarra, le linee colorate del basso di Mike Mills, la batteria pulita di Bill Berry e la vocalità calda e caratteristica di Michael Stipe.

Quello dei R.E.M. è un successo, come scrive Scaruffi, per certi versi prescindibile: non sono stati una rivoluzione e mai hanno cercato di esserlo, ma al tempo stesso hanno contribuito all’evoluzione del rock mondiale prendendo sotto la propria ala gente del calibro di Kurt Cobain e dei Radiohead. Proprio questi ultimi durante un tour europeo di supporto alla band di Stipe (capitarono anche in Italia) si fecero conoscere da un pubblico vastissimo come quello che i R.E.M. si  erano costruiti e misero le fondamenta ad una carriera che oggi li ha quasi portati a superare i maestri.

Una non-rivoluzione

Il rock è per sua natura fondato su delle contrapposizioni: al costume, al politicamente corretto, alla morale. Se questo ha spessissimo significato un rompere gli schemi anche e soprattutto dal punto di vista dei comportamenti e delle provocazioni, la libertà espressiva dei R.E.M. è stata caratterizzata in un modo decisamente diverso. Decisamente poco avvezzi a costruirsi un’immagine distruttiva o di rottura, hanno saputo fin dal principio porsi in un filone che, pur coevo al post-punk e alla new wave, guardava con interesse alla vena del rock anni ‘60, mescolato ancora a una cornice folk molto marcata. Non è un caso che Buck abbia dichiarato di essersi lasciato influenzare molto da band come i The Byrds di Roger McGuinn.

Più che di rottura, quindi, sono stati in questo di sintesi, oppure di rinnovamento. Hanno, così, saputo arrivare ad un pubblico molto vasto, fatto di persone qualunque, senza dar loro la sensazione di “impegnarsi” particolarmente ascoltandoli: in questa leggerezza sono stati davvero molto pop. In effetti, dopotutto, molte delle canzoni cantate da Michael Stipe (nonché molte di quelle scritte proprio da lui) hanno testi incomprensibili, essendo state composte con la tecnica del cut-up, un espediente dadaistico che rende semanticamente assurde le liriche pur lasciandole sintatticamente corrette. Specialmente agli inizi questi testi uniti al cantato molto biascicato di Stipe hanno caratterizzato la poetica della band, regalando ai fan frammenti di narrazioni in grado di affascinarli e conquistarli.

Non si vive di sola fama

Quel che davvero ha contraddistinto la band di Athens è stata però la gestione della loro popolarità. Fin da subito consapevoli molto più di altri di quel che avrebbe potuto distruggerli (i soldi), hanno deciso di dividere in parti uguali i ricavati delle loro canzoni: infatti in tutte quanti figurano tra gli autori tutti quanti i membri della band. In più non hanno mai cercato di inseguire traguardi ancora più alti : nonostante siano probabilmente la rock-band che ha venduto di più nella storia, hanno addirittura (addirittura per noi che siamo abituati alle logiche del mercato musicale) smesso di fare tour per sei anni, proprio all’inizio degli anni ‘90, quando erano all’apice del successo. Se pensiamo a cosa la fama abbia contribuito a combinare a, per esempio, Kurt Cobain, capiamo la rilevanza di un atteggiamento come quello dei R.E.M.

Chiaro, non fa per tutti e può non pagare allo stesso modo (ma comunque vendeteli voi 85 milioni di dischi…), però quello della band americana è un insegnamento più che prezioso; così come lo è stato – degna ciliegina – il loro addio alle scene: con una stretta di mano e nessun attrito, quasi a voler ricordare che le cose per le quali ha senso arrabbiarsi sono altre e non certo le sorti di un gruppo che senza troppo clamore è diventato gigantesco nel panorama della musica rock.

Quella dei R.E.M. è la storia di un lato educato del rock e di una prospettiva che ripone nel modo di vivere la popolarità uno stile di vita lontano dall’accumulare popolarità e soldi, premi e riconoscimenti, fedele soltanto alla propria dedizione e ai propri sforzi. Se poi, collateralmente, questo ti porta ad un successo del genere…

Tanti auguri, Michael.