Probabilmente vi sarà già capitato di vedere i suoi lavori, magari non conoscendo il nome dell’autore. L’artista austriaco Stefan Draschan è in grado di realizzare scatti straordinari: nelle serie People Sleeping In Museum, People Matching ArtworksPeople Touching Artworks immortala il legame a volte simbiotico, a volte timido e materno tra il pubblico fruitore dell’arte e l’arte stessa, il tutto con raffinata sensibilità. Le reazioni dei visitatori posti di fronte alle opere esposte nelle gallerie suscita sorrisi di tenerezza, empatici e forse nessuno, purtroppo, ha mai pensato di tentare lo stesso esperimento estetico e sociale fotografando i volti di chi si ritrova tra le mani un disco e ne guarda compiaciuto la copertina, la saggia col cuore in ogni piega, in ogni immagine stampata.

Oggi proviamo a scattare questa vostra istantanea grazie ad un racconto, o meglio, alle bellissime memorie imperiture di una coppia di mezza età.Lei era fatta di cellulosa e lui di PVC; il loro fu un amore talmente esplosivo e rivoluzionario da cambiare per sempre non solo le sorti dell’hard rock, ma quelle delle musica in tutta la sua interezza. Era il 12 gennaio 1969 ed i Led Zeppelin pubblicarono il loro primo album omonimo.

 

Ritratto di famiglia

Nel lasso di tempo a cavallo tra gli anni Cinquanta ed i Sessanta inoltrati, l’Inghilterra poteva apparire divisa in due zone distinte sia per natura geografica che artistica; se al nord si stava insediando il sound politically correct dei Beatles, nella parte meridionale gli sfacciati Rolling Stones rompevano schemi e convenzioni. Il sud veniva  gradualmente influenzato dal blues; i testi dell’american black music diffondevano un messaggio diverso da quello del pop, quasi come se l’anima, nuda ed essenziale, avesse trovato un nuovo modo tramite il quale esprimersi.

Questo fascino intercontinentale suggestionò con piacere i neofiti performers britannici e tra tutti si distinse proprio un ragazzetto dagli occhi allungati e le mani virtuose: il suo nome, potete ben immaginarlo, era James Patrick Page. Si approcciò alle sei corde appena adolescente, divenne allievo di Big Jim Sullivan e a diciannove anni aveva già suonato come turnista per i The Kinks, Cliff Richard, Dave Berry, P. J. Proby, Brenda Lee e Jackie de Shannon. Quel Jimmy sapeva, voleva fare grandi cose. Nel ’66 prese parte ai The Yardbirds, il gruppo che innalzò nell’Olimpo del rock personaggi come Jeff Beck e Mr Slowhand Eric Clapton e nello stesso periodo figurò anche in un cammeo in Blow Up, pellicola cult di Michelangelo Antonioni.

Bastarono un paio di anni per far sì che la sua testa immaginasse uno scenario per un progetto più grande, ambizioso, necessario all’unanimità. In ambito numerologico esistono casi in cui il quattro possa assumere una connotazione negativa, eppure allora sembrò non esserci formazione fisica e mentale più simile alla perfezione: arrivò il 1968 e la chitarra di Jimmy Page, la voce di Robert Plant, il basso e le tastiere di John Paul Jones e la batteria di John Bonham misero a punto quell’algoritmo sensazionale chiamato Led Zeppelin. Il nostro racconto d’amore inizia proprio qui.

Raro reperto di un photoshoot dei Led Zeppelin proveniente dalla Ron Raffaelli Collection, 1969

 

Lei, la copertina tra le nuvole

Perché una band inglese avrebbe dovuto battezzarsi con un nome talmente bizzarro? La risposta è un ossimoro a dir poco semplice. Nati provvisoriamente come The New Yardbirds, pare che abbiano usato un’espressione coniata da Keith Moon e John Entwistle durante una conversazione: i due musicisti, riferendosi ad un gruppo di portata esemplare se idealmente costituito da loro stessi, Jimmy Page e Jeff Beck, lo paragonarono a un’entità in grado di spiccare il volo e distinguersi tra le nuvole. Lead– tramutatosi poi in Led– , pesante come il piombo, e Zeppelin, come venivano chiamati in modo comune i dirigibili soprattutto tra gli anni Dieci ed i Trenta in onore di chi lì ideò agli albori del secolo, il conte Ferdinand von Zeppelin. A Page quest’associazione piacque così tanto che gli enfants prodiges non si limitarono al solo nome, ma ne fecero un vero e proprio simbolo dell’idea per cui assunsero il faticoso ruolo di demiurghi.

Il 12 gennaio 1969 l’Atlantic Records pubblicò il loro primo album Led Zeppelin I. Nove tracce incise ed un artwork realizzato dal grafico George Hardie ruggirono al mondo la venuta del Messia dell’hard rock in formato 33 giri. La copertina consisteva nella rielaborazione di una fotografia in bianco e nero ritraente l‘LZ 129 Hindenburg, il più grande oggetto volante di alluminio mai costruito e poi misteriosamente esploso in cielo il 6 maggio 1937. Le trentacinque persone che persero la vita nell’incidente non furono mai un presagio di malaugurio per la band, anzi; la nipote del nobile tedesco, indignata dall’uso non autorizzato del proprio cognome, provò perfino ad frenarne la carriera, ma potrete immaginare come andò a finire invece.

La lei del nostro racconto rimane bella perfino dopo cinquant’anni: tra le più iconiche della storia della musica, il logo della label e la scritta Led Zeppelin vennero stampanti dapprima in rosso, poi in turchese ed infine in arancio per la resa finale. Tre colori diversi su un fondo ad elevato contrasto. Una fiamma sempre viva e costante per riassumere splendidamente la potenza di quattro divinità.  Per cercare il nostro lui basta guardarle dentro.

La copertina di Led Zeppelin I (1969), l’album di debutto dei Led Zeppelin, realizzata dal grafico George Hardie

Lui, il vinile eclettico

Nove tracce. Quarantaquattro minuti di durata. Trentasei ore per l’incisione. Ventinovesima posizione nella classifica di Rolling Stones dei cinquecento migliori album di sempre. Incalcolabili meravigliose conseguenze nella cultura musicale. Led Zeppelin I è un disco fatto non solo di numeri ma di emozioni, godimento, viaggi ancestrali, condotti sotterranei che portano negli inferi del piacere. Sa di Inghilterra del sud e di America al tempo stesso, ha la pelle sia bianca che nera.

L’energia di Good Times, Bad Times funge da guida turistica per l’ascoltatore dapprima inesperto e spaesato, poi sedotto e rapito dalla voce di Robert Plant che si libra in Babe I’m Gonna Leave You. Abbiamo fatto solo pochi passi ma la scaletta è di una bellezza disarmante, un elogio completo dei sensi. In You Shook Me puoi sentire il vento bisbigliare al cotone nelle immense piantagioni, in Dazed And Confused puoi vedere la Natura connettersi in un amplesso fatale con la Chitarra, in Your Time Is Gonna Come puoi tastare la superficie dell’organo Hammond a cui John Paul Jones, con quel suono extraterrestre, sembra quasi dedicare poesie ed infatuazioni. Poi la strada, l’Oriente, il Nirvana: Black Mountain Side sta ai Led Zeppelin come Within You Without You di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band sta ai Beatles.

Parentele e somiglianze regnano nella conclusione, e, se è vero che il fuoco dell’Hindenburg esploso trova il proprio prolungamento nel brano Communication Breakdown, la traccia numero quattro riscopre invece una sorella cattiva con I Can’t Quit You Baby. A chiudere il tutto ci pensa How Many More Times, il pezzo più lungo, quello che parte baciato dal jazz, accarezzato dal blues e finisce per essere spogliato dal rock.

I Led Zeppelin seduti sulla scalinata dello Chateau Marmont Hotel a Los Angeles in una fotografia di Jay Thompson del 1969. Credits: Globe Photos

Il loro fu un amore talmente esplosivo e rivoluzionario da cambiare per sempre non solo le sorti dell’hard rock, ma quelle delle musica in tutta la sua interezza. Nell’idillio d’amore che vi abbiamo appena raccontato lei era fatta di cellulosa e lui di PVC; era il 12 gennaio 1969 quando i Led Zeppelin decisero di tramandarci la ricetta per far meravigliosamente durare una relazione almeno più di cinquant’anni. Mezzo secolo che somiglia solo all’eternità.

Speriamo di essere riusciti nel nostro esperimento e di avervi fatto sorridere e almeno un po’.

Buon compleanno, Led Zeppelin I.

 

Tracce

Lato A
Good Times, Bad Times – 2:47
Babe I’m Gonna Leave You – 6:41
You Shook Me – 6:27
Dazed and Confused – 6:26

Lato B
Your Time Is Gonna Come – 4:34
Black Mountain Side – 2:12
Communication Breakdown – 2:29
I Can’t Quit You Baby – 4:42
How Many More Times – 8:28