Manfredi è il nuovo singolo di Speranza uscito mercoledì scorso. Ispirato quasi sicuramente dal personaggio della serie Suburra, il pezzo come sempre affronta con un linguaggio ed un tono molto sporchi la realtà per i giovani a Caserta, sua città d’origine (ma, per sineddoche, anche della realtà di tutto il sud Italia alle prese con criminalità, disoccupazione e una certa dose di disincanto). Anche in questo video ci sono molti degli elementi che – seppur in poco tempo – sono già diventati caratteristici del personaggio: la strada, i “fratelli” (italianizziamo dal napoletano frat’) e le ormai immancabili tute. Queste ultime in particolare hanno anche procurato all’artista uno sponsor per le riprese del video, tanto per capirci… Ma di questo torneremo a parlare più avanti.

Dimenticate i trapper tanto luccicanti degli ultimi tempi, Speranza sta cominciando a farsi un suo pubblico proponendo qualcosa di diverso. Diciamo la verità, il suo modo di fare e di cantare può dapprima far sorridere e lasciar spazio a più di un’ironia per quella voce rauca e quel dialetto esasperato, ma superato il primo impatto ci si ritrova trasportati in un mondo duro e difficile, che è traslato plasticamente nel tono di voce quasi urlato. È uno straniamento inevitabile per chi quella realtà non la vive e non la sente sulla propria pelle.

(foto HipHopTender)

Ed è una realtà fatta di profonde difficoltà, immersa nella criminalità organizzata e totalmente abbandonata – almeno nella percezione – dallo stato. Come dice chiaramente lui nella video intervista a Vice “non è che voglio farmi un profilo criminale, ma sono cose che ho vissuto”. Il punto centrale della musica di Speranza in fondo è tutto lì: raccontare il proprio vissuto, sia esso tragico o deprecabile, senza maschere né tantomeno censure; anzi, a ben ascoltare, c’è una sola censura con la quale evita di nominare una famiglia camorristica – ed è proprio per questo tanto evidente da diventare esplicita – in un suo pezzo, Givova, che attraverso l’occhio dell’abbigliamento segue le vite tra carcere e libertà.

Quello dell’abbigliamento è un tema che può sembrare secondario, e invece è un catalizzatore di tante sfumature: da lì passa, in un certo senso, la rappresentazione della realtà della quale parlavamo prima. Ancora dall’intervista a Vice: se non ho Gucci, non faccio i video con Gucci. Così le tute diventano il simbolo di un’appartenenza sociale, quasi un’uniforme che identifica e unisce, segue le persone nelle difficoltà e nelle gioie: all’opposto di chi ostenta ricchezza, si ostenta – in un certo senso – la povertà, l’umiltà. Non che questo voglia essere un discorso che appiattisce il tutto su una dicotomia semplicistica tra povertà e ricchezza, perché indubbiamente la ricerca di quest’ultima è presente anche in una scena come quella calcata da Speranza. Solo che è meno esasperata, meno caratteristica. E ancora: l’abbigliamento è anche un filo rosso che porta dritto dritto in nella banlieu parigina, dalla quale Speranza inaspettatamente proviene. Un emigrato al contrario, si definisce lui, che ha lasciato i sobborghi francesi dove viveva per provare a trovare una strada tornando a Caserta. Segno, questo, che le periferie (siano esse di una città o di uno stato) si somigliano un po’ tutte. I ragazzi, nella banlieu, sono quasi tutti francesi di seconda generazione e tutti – anche qui – vestono con la stessa uniforme: tuta – molto spesso di qualche squadra di calcio – e scarpe da ginnastica.

Per questo, la musica di Speranza ha moltissime similitudini con quella della scena francese che anche lui ha calcato: nelle sonorità, nella forma, nello stile. Quasi tutti i suoi pezzi, poi, contengono qualche “barra” in francese, lingua che maneggia perfettamente. In molti, nell’opinione pubblica, stanno in questo periodo puntando il dito contro la scena trap/rap italiana, additandola con l’accusa di essere un cattivo esempio per i giovani, di istigare al consumo di stupefacenti e così via (si veda il caso Sfera Ebbasta, oppure addirittura l’accusa a Rolls Royce di Achille Lauro). Tralasciando il dibattito su questi temi, va però rimarcato come, nel caso di Speranza, è proprio il racconto di un contesto difficile (e anche ai limiti della legalità) a offrire un’occasione di rivalsa. Perché, seppur risulti semplice contestare il rapper rimproverandogli la trattazione di certi argomenti “diseducativi” (il carcere, la droga, le armi), si finirebbe così per ignorare che andrebbe affrontata la realtà, prima ancora delle sue raffigurazioni; e soprattutto si rischierebbe di dimenticare il valore profondamente educativo della musica e dell’aggregazione che essa è capace di creare. Un esempio? Il video dell’ultimo singolo, appunto, Manfredi, è stato realizzato con moltissimi ragazzi della zona, chiamati a raccolta da Speranza su Instagram. E forse in questo anche il moniker scelto dal rapper è davvero catartico. Perché in una realtà che vede un futuro nero davanti, esorcizzare le proprie paure attraverso il rap può davvero essere una speranza

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