L’anno scorso Chiara Monaldi, made in Roma sud, si è fatta conoscere nelle sue liberatorie e autentiche vesti da cantautrice, rilasciando l’EP Una settimana difficile. Non giudicate un album dalla sua copertina – seppur deliziosa: si tratta di un lavoro tutt’altro che immaturo, perché nei testi di questo percorso, lungo sette tracce quanti sono i giorni di una settimana, risulta già riconoscibile un’identità artistica forte e ben delineata. Proprio grazie a queste sue caratteristiche, la voce di Chiara Monaldi riesce a renderci vividamente presenti sia spaccati quotidiani, sia le insofferenze di un’età acerba, ma non per questo meno vigile.

Presto uscirà per Noia Dischi il suo primo album, anticipato dal singolo Ogni giorno come agosto. Anche in questo brano Chiara riesce ad essere misurata, piena e sana, anche quando si chiede “Questa leggerezza quanto durerà?”: la felice rinuncia ad essere cerebrali non comporta una forzatura alla positività e alle smancerie, ma rappresenta un coraggioso lavoro a togliere per arrivare al cuore delle cose, o semplicemente per riportarle al loro stato di verità. Così, come sono.

Mentre altre cantautrici sfruttano la retorica della bellezza dell’imperfezione come fosse uno specchio che confermi la perfezione della loro immagine, Chiara Monaldi ci dimostra con umiltà di essere una cantautrice del nostro tempo, che però si esprime in un modo che non è proprio dei nostri tempi. Da lei, dal suo sguardo sul mondo e sull’arte, c’è solo che da imparare. Scommettiamo?

Di seguito l’intervista alla cantautrice romana

Se qualcun altro avesse girato un videoclip fatto interamente di Instagram Stories, avremmo pensato a una scelta furbacchiona, mentre invece, per quanto riguarda Ogni giorno come agosto, ci sembra che questa scelta registica sia coerente con il tuo approccio artistico: stai dalla parte sana della leggerezza, non quella forzatamente disimpegnata che finisce per diventare una dittatura morale. Secondo noi il video di Ogni giorno come agosto sfata il fastidio che spesso si accompagna ad alcuni fenomeni mediatici, come le Instragram Stories, perché si può vedere il lato positivo, gioioso e allo stesso tempo riflessivo in ogni cosa. Ci siamo fatti un film o ci abbiamo visto giusto? C’entra qualcosa con la linea guida adottata per la scrittura del tuo nuovo album?

Credo che il filo conduttore del mio album sia la rinuncia a trovare un senso alto oltre alle esperienze vissute. Non c’è una morale nella fine di un amore, credo di aver detto questo nel disco. Quindi ci sono dei frammenti, la leggerezza come il dolore, il disincanto e la nostalgia. Penso di aver rappresentato questi momenti senza volerli ironizzare o trasformare troppo. Ecco, mi sono implicata cercando di non rimanere troppo imbrigliata. Ogni giorno come agosto è il capitolo n. 1 della vicenda: le Instagram Stories mi hanno aiutato a ripercorrere una giornata “normale” dell’inizio di una relazione.

Già con il tuo primo EP si percepiva in modo distinto che eri sulla buona strada nel riuscire a catturare, con i tuoi testi, una certa coloritura, un certo stato d’animo, un’atmosfera. Sicuramente è un dono naturale, ma, in generale, c’è qualcuno a cui ti ispiri a livello di scrittura? Ecco, invece di chiederti che musica hai ascoltato nella stesura di questo nuovo album, ti chiediamo se hai letto o studiato qualche scrittore in particolare (anche se, con la questione Nobel a Bob Dylan, il confine tra scrittura per la lettura e scrittura per l’ascolto si va veramente assottigliando).

Sono una lettrice molto caotica: inizio dieci libri contemporaneamente e li lascio spesso lì in attesa del mio ritorno. Mia sorella è una libraia e sono diventata il suo case study. Però a volte faccio degli incontri che mi fulminano. Se ripenso al periodo della scrittura del disco, mi vengono in mente alcuni libri che hanno significato molto per me e che ho scovato in quei mesi: un racconto di Lou Salomé dal titolo Lungo il cammino, trovato su uno scaffale di Todo Modo a Firenze; Amore, odio e riparazione di Melanie Klein, in una libreria dell’usato vicino casa; Franny e Zooey di Salinger riaffiorato durante un trasloco; una biografia della Motown in un negozio di dischi del Pigneto; L’inseguitore di Cortazar su Charlie Parker. Come tutte queste cose stiano assieme non ne ho idea. In sintesi: amare, riparare, continuare a cercare e ascoltare le Supremes!

(Fonte: cheap-sound.com)

La tua voce ci ricorda molto le sfumature calde delle grandi interpreti del soul bianco, o quell’intimismo home-made di Grouper, dei primi Belle and Sebastian (quando c’era ancora Isobel Campbell), ma in essa c’è sicuramente la fierezza che contraddistingue molte nuove interpreti del cantautorato italiano. Come ti fa sentire essere inserita in quelle liste delle “nuove cantautrici da tenere d’occhio”? Credi sia una catalogazione troppo semplicistica?

Intanto grazie; poi, sono un po’ combattuta rispetto alla questione “musica al femminile”: sento che si annidi un problema in questa espressione. Ritengo che sia utile comunque promuovere e sostenere tutti i progetti interessanti di ragazze che portano una differenza in un panorama molto maschile. Sono felice di farne parte. In generale il mio sogno sarebbe quello di lavorare affinché sempre più donne riescano ad emergere con competenza. Non voglio far parte di una quota rosa, ma di un gruppo di persone forti. Sogno nel cassetto: lavorare nelle scuole e incentivare le ragazze ad andare in saletta a provare come fanno molti ragazzi. Io ho avuto la fortuna di intercettare questa esperienza grazie a quello che è ad oggi ancora uno dei miei migliori amici, e ho capito quanto sia importante giocare con la musica prima di trovare la propria voce.

Che rapporto hai con la tua “italianità” in quanto musicista? Pensi che in un altro periodo storico avresti cantato in inglese o ti senti a tuo agio in queste tue vesti, ora?

Ho iniziato a scrivere in italiano, non riesco ad immaginare di potermi esprimere in un’altra lingua. Per me è veramente importante che chi mi ascolta capisca di cosa sto parlando, anche correndo il rischio di sembrare a volte troppo pesante o non piacere. Non è solo un rapporto con l’italianità, ma con gli italiani direi.

Che legame hai oggi con la Roma del secondo singolo del tuo primo EP? In quanto insider, secondo te esistono dei locali attorno ai quali nasce la musica più bella, oppure è un fenomeno che non si sviluppa più attorno a dei centri nevralgici, ricalcando un po’ la non-struttura di internet, senza un centro, ma basata sull’interattività?

Sto ancora piangendo per la chiusura di un locale che si chiamava La Calzoleria, attorno al quale sono nate storie, progetti e musica. I luoghi fisici sono importanti per incontrarsi. Purtroppo continuano a chiudere posti storici, ma si resiste in qualsiasi modo. Non voglio incrementare la lamentela su Roma. Io amo la mia città e quello che penso è che bisogna rimboccarsi le maniche. Nel mio piccolo in questo momento sto collaborando con un’altra realtà attiva da anni, il locale Pierrot Le Fou. Facciamo musica, laboratori di canzone, ascoltiamo dai ventenni alle prime armi a cantautori più affermati in acustico. Credo di star facendo la mia parte affinché Roma non muoia.

Chiara Monaldi live @Monk in occasione del Sei Tutto L’Indie Fest (Fonte: noisesymphony.com)

Si parla molto del fatto che anche da un’etichetta indipendente oggi possa nascere un fenomeno commerciale che sappia mantenere una sua integrità. Puoi raccontarci come sei arrivata alla Noia Dischi, che cosa è cambiato nella tua routine lavorativa, e chi sono gli altri colleghi della scena indipendente che stimi e che ci consigli?

Noia Dischi è arrivata da me mentre ero con le mani tremanti a cercare di suonare per la prima volta a Radio Luiss. Mi hanno ascoltato, mi hanno scritto e nel giro di pochi mesi abbiamo cominciato questa avventura. In questa etichetta molto piccola e ancora davvero indipendente lavorano quattro ragazze e ragazzi che stimo e a cui sono davvero affezionata: Gian Mario Bachetti, Vittoria Bernardini, Giuseppe Catanzaro e Federico Colaboni. Siamo una specie di collettivo a pensarci, si porta avanti l’obiettivo di condividere musica, discorsi sulla vita, birre, idee. Altri artisti che stimo sono i Van Basten, che sono compagni di etichetta e amici, Colombre che ha lavorato nel mio stesso studio e con cui ho suonato da poco, Fabio Grande, con cui ho lavorato al disco e che prima o poi tirerà fuori il nuovo de I Quartieri, Germanò, che cattura momenti nostalgici, Marta Neri, che è una cantante eccezionale, e poi vabbè i mostri tipo Cosmo, Giovanni Truppi, Contessa.

Sai già dove e quando porterai in giro il tuo nuovo album?

Spero di tornare in alcuni posti dove ho lasciato pezzetti di cuore. Dovrei iniziare a girare tra la fine dell’inverno e la primavera. Mi piacerebbe avere l’occasione di andare a Milano e Torino, dove vivono delle persone a cui voglio veramente bene, e poi scendere giù con il caldo. Vi farò sapere!

Visto che di solito ai talent show si chiede ai concorrenti chi è il mito con cui si vorrebbe dividere il palco (e di solito poi questo sogno si avvera), vuoi confidarci il tuo? Non abbiamo il cash di Maria De Filippi, quindi non garantiamo per il futuro…

Ma posso far resuscitare i morti? Maria ha questo potere? In alternativa, invece di sparare nomoni e sogni irrealizzabili, ne dico uno più vicino: vorrei cantare Eva e Pirati con Giovanni Truppi.

 

Ringraziamo Chiara Monaldi per la sua disponibilità.

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Fonte immagine in evidenza: Pagina Facebook ufficiale di Chiara Monaldi
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