di Mariaelena Tucci

“L’affitto, l’affetto, la fotta”. In altre parole: un’esistenza precaria, un incrocio di anime, la voglia di farcela, a tutti i costi. Poco meno di due anni fa, Fausto Lama e California (all’anagrafe Fausto Zanardelli e Francesca Mesiano) avevano già sintetizzato, nel brano Deserto, la formula magica del loro percorso musicale, che finalmente avrà un’espressione compiuta nell’album “Hype Aura”, in uscita il prossimo 15 marzo per Asian Fake, anticipato dal singolo VIA GOLA, e a breve, anche da SQUALI, come annunciato ue giorni fa sui loro profili social. Da Cannibalismo a Nudo Integrale, passando per Post Concerto, l’universo Coma_Cose si è contraddistinto non solo per un sound inedito, a metà tra rap e indie, tra elettronica e pop, ma soprattutto per l’uso di un linguaggio tutto nuovo, che vale la pena guardare più da vicino.

Fonte: www.deejay.it

Partiamo, innanzitutto, dal luogo in cui i testi dei Coma_Cose prendono forma: Milano, loro città di adozione. Più precisamente la Milano che si nasconde dietro i Navigli, con le case di ringhiera, i chioschetti di street food, le vie dimenticate di quartiere e “il ventolone della Pam” che culla le notti alcoliche. C’è sì una Milano da bere, ma è quella delle Moretti da 66 cl, delle lattine che sognano di trasformarsi in calici, dei cocktail annacquati con chissà quale sottomarca di vodka. Eppure, i versi di Fausto Lama e California non sono a forte vocazione locale, anche se appaiono qua e là precisi riferimenti geografici (Giambellino, Lorenteggio, Piazza XXIV Maggio, le colonne di San Lorenzo). In questo senso, c’è un distacco da quella parte della tradizione rap nostrana che vede nel luogo una corrispondenza della propria identità: per i Coma_Cose, infatti, gli spazi vissuti diventano, al contrario, sinonimo di non appartenenza, posti in cui perdersi per non sparire del tutto. E se Pakistan sembra alludere a quel “mare di culture” dove potersi muovere indisturbati (“bar cinesi sale bingo, mi sento solo”), in Jugoslavia l’inesistenza rispecchia, paradossalmente, un modo d’essere (“Vengo dal niente, voglio tutto”).

Questa “attitudine urbana” (così i Coma_Cose hanno definito il loro genere) dal sapore cosmopolita rientra poi in un immaginario più grande, ricco di citazioni, rimandi e riferimenti che provengono a loro volta dai mondi più disparati. Un posto speciale è sicuramente riservato ai cantautori, da Battisti (Anima Lattina) a De Gregori (“[…] Dolce Venere di Rime”, Pakistan), da Celentano (“Cerco l’Africa in giardino […]”, French Fries) a Rino Gaetano (“Gianna Gianna aveva un coccodrillo/ sopra la maglietta che paga lo sponsor”, Jugoslavia). E c’è spazio anche per le “icone maledettedel rock senza tempo, come Kurt Cobain (“perché per raggiungere il nirvana, a volte/ serve un’overdose di fucile […]”, VIA GOLA) e Syd Barrett (“hai i diamanti ma non splendi/ mica sei Barrett”, Golgota). In tutto questo, però, non prevale una nostalgia patetica del passato, del “si stava meglio prima”; i Coma_Cose stilano semplicemente un catalogo di gusti, di affetti personali, di “cose”, appunto, che fanno parte del loro vivere quotidiano. Come le Wiston, i Levis 501 strappati, la piadina crudo, rucola e stracchino.

Fonte: www.deejay.it

Non esiste, quindi, una distinzione tra “alto” e “basso”: nella routine si può trovare un momento di bellezza e, allo stesso tempo, anche la bellezza può riservare una buona dose di squallore. E i Coma_Cose rendono alla perfezione questi cortocircuiti di significato attraverso sottili giochi linguistici (“Vuoi fare Ho Chi Minh/ si, ma ocio man che duri dieci min”, Jugoslavia), rime equivoche (“di belle speranze, alto e moro/ le mie condoglianze, Aldo Moro”, Cannibalismo), espressioni capovolte che diventano no sense (“mangiando una scuola coi libri di mela”, Nudo Integrale). Ecco perché il linguaggio dei Coma_Cose ricorda la genuinità dei Sangue Misto in SXM, ma guarda anche al contemporaneo, dove immagini e segni corrono sempre più veloci, sovrapponendosi. Nel mezzo, in ogni caso, rimane la parola, che arriva dritta e immediata a chi l’ascolta perché è libera: dalle convenzioni, dalla complessità, dalle pretese.