Nel 1966, dopo aver lasciato la band nella quale militava – i Jokers Wild, David Gilmour partì con alcuni amici per suonare in giro per l’Europa. Questo viaggio fu un fallimento tale che Gilmour, raccontò molti anni dopo, finì ricoverato in Francia per la malnutrizione dovuta a mesi di stenti. Dieci anni dopo aveva alle spalle già otto dischi con i Pink Floyd, tra i quali il leggendario ‘Dark Side of the Moon’, ‘Atom Hearth Mother’ e ‘A Saucerful of Secrets‘, per citarne soltanto una manciata. Oggi Gilmour è uno dei più grandi nomi della storia della musica del novecento e il suono della sua chitarra (principalmente una Fender stratocaster) uno dei più riconoscibili e imitati. Durante questi cinquant’anni il chitarrista di Cambridge ha attraversato diverse fasi nella produzione dei Pink Floyd, diventandone anche – a tratti – il principale fulcro compositivo.

(Photo by Michael Putland/Getty Images)

L’uscita di Syd Barrett

Quando Gilmour entrò nella band, nel 1968, lo fa per sostituire Syd Barrett, ormai non più in grado nemmeno di esibirsi a causa di una forte dipendenza e disturbi psichici. L’abbandono di Barrett poteva essere un colpo mortale per i Pink Floyd: l’eclettico chitarrista sembrava infatti la personalità più trascinante dei quattro. L’ingresso di Gilmour e l’amalgama che riuscirà a costruire con Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason, dimostreranno l’opposto.

Tecnica e anima musicale

A Saucerful of Secrets, il primo album con la nuova formazione, risente ancora dell’influenza di Barrett, ma la mano di Gilmour inizia a delineare intrecci nuovi. Se il primo disco, The Piper at the Gates of Dawn, conteneva una vena di folle improvvisazione e stravaganza, in questo lavoro hanno maggior spazio i suoni cosmici. Senza la verve lisergica dell’eclettico Syd, spariscono anche i momenti giocosi (come erano stati ‘Arnold Layne‘, ‘See Emily Play‘ o ‘Bike‘) e prevalgono le sperimentazioni. La chitarra, ora, non è più schizofrenica, ma si dirada alla ricerca di un tempo più lento. La tracklist contiene quindi episodi che sono un preludio dei dischi successivi, quelli nei quali le note di Gilmour costruiranno viaggi interstellari e universi rarefatti. La title track, per esempio, coi suoi dodici minuti condensa i rimasugli dell’esperienza barrettiana in un crescendo insieme caotico e coerente.

‘Ummagumma’

L’evoluzione del sound dei Pink Floyd passa poi attraverso l’opera monumentale Ummagumma. Un disco doppio che contiene da una parte quattro brani dal vivo in versione estesa e dall’altra una suite in quattro parti, ognuna curata da un musicista. A partire dalla suite da lui curata (‘Narrow Way‘) possiamo rintracciare il filo che porterà Gilmour, conclusa l’esperienza coi Pink Floyd, alle sue produzioni soliste. La composizione è un tentativo di dar forma a una musica atmosferica, quasi ambient, ma si perde presto in un innocuo soft-rock. Proprio questa veste, espressa in particolare nella terza parte, è anche quella che riemergerà anni dopo negli album del Gilmour autore. Non solo, certo: se ne si ascoltano le progressioni melodiche, è impossibile non percepire una somiglianza con brani storici della band inglese: ‘Echoes’, ma anche ‘Shine on you Crazy Diamond’ sono visibili in trasparenza.

L’abbandono della sperimentazione

In ‘Atom Hearth Mother‘ (1970) le aspirazioni dei Floyd cambiano, orientandosi verso quella che alla fine del decennio sarà la forma molto più popolare della loro musica. Percorso, questo, che li porterà al loro più grande successo di sempre. In ‘Dark Side of the Moon‘ (1973) le suite di ‘Ummagumma‘ trovano una sintesi in brani più canonici, che guadagnano spessore con i testi di Waters sull’alienazione. La chitarra di Gilmour abbandona qui definitivamente ogni velleità sperimentale, cristallizzandosi soprattutto nel suono dei suoi assoli (‘Time’, ‘Money’) e nelle carezze appena accennate di brani come ‘Us And Them’ o ‘Breathe‘. Se dal punto di vista strettamente musicale l’evoluzione è ormai arrivata a un punto morto, l’abilità dei quattro nel perfezionare un suono ormai diventato iconico è innegabile. ‘Wish You Were Here‘ è forse ancora più perfetto del precedente, e contiene uno degli arpeggi meglio azzeccati della storia, le quattro note in ‘Shine on you Crazy Diamond’ sono l’apoteosi di un crescendo costruito su sintetizzatori stellari. Dopo le vicissitudini che portarono all’abbandono di Waters, che aveva nel frattempo monopolizzato la scena soprattutto con ‘The Wall’ e ‘The Final Cut’, è Gilmour che riprende il timone. ‘A Momentary Lapse of Reason’ e ‘The Division Bell’ vivono quasi esclusivamente della fama planetaria ormai raggiunta dalla band.

Quello di David Gilmour è un suono indissolubilmente legato alle produzioni dei Pink Floyd. Come i gas di una stella che contemporaneamente si alimentano e sono consumati dal loro stesso bruciare, la chitarra di Gilmour ha costruito e dato forma al sound della band, per risultarne alla lunga asciugato e ridotto a un involucro formale. Impossibile, però, non ammirare il fascino della luce riflessa dalla sua musica, ormai forse distante qualche anno luce, ma ancora ben lontana dal perdersi nell’oscurità.

 

Immagine di copertina: © David Gilmour at Pompeii
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