Se dovessimo storicizzare gli ultimi dieci anni di musica in Italia li potremmo identificare con la spirale che ha portato il cantautorato italiano dai caché elargiti in “visibilità” nei piccoli club in periferia a palazzetti pieni e passaggi radiofonici. Nel 2008 la generazione di chi adesso è (più che) trent’enne stava per affrontare in pieno petto una crisi economica spaventosamente lunga e dura, ma ancora non lo sapeva. Eppure, come l’elettricità statica che si accumula prima dei temporali, qualcosa nell’aria si percepiva, le acque prima dello tsunami si stavano già ritirando. Questo è lo scenario, che guardandoci alle spalle, già ci appare patinato dal filtro del tempo: anni di myspace, di blog, ma senza giga sui cellulari; un progresso invecchiato quasi istantaneamente, come ogni ultimo modello di iPhone.

C’è un disco all’inizio di questa spirale: è Canzoni da spiaggia deturpata di Le luci della centrale elettrica. Uscito nel maggio del 2008 è filiazione diretta di un demo autoprodotto (a detta di molti ancora più autentico, prima delle limature e gli arrangiamenti a volte un po’ “ingombranti” di Giorgio Canali che ha prodotto invece l’album). Dietro al nome “corale” del progetto si nascondeva e si è sempre nascosto soltanto Vasco Brondi, un ragazzo di Ferrara che aveva iniziato a mettere in musica le parole che scriveva su un blog – che purtroppo è ormai irreperibile. Quelli tracciati nei brani di questo primo disco sono dipinti impressionisti di una giovinezza senza ideali, men che meno politici, alla disperata ricerca di affetti che non sa gestire; un affresco a tinte nerissime che ritrae panorami periferici non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche e soprattuto da quello sentimentale. E in effetti il titolo ne è un riuscitissimo riassunto: perché i riferimenti alla canzone italiana – quella da schitarrare attorno a un falò (e bruciava la carne e bruciavano canne…) – sono molteplici e palesi; eppure ne escono contaminati, sporchi, distorti: ecco che la spiaggia diventa deturpata, il mare è freddo, non c’è nessun falò e probabilmente è inverno.

All’epoca in molti presero questa approssimazione di scrittura come un tentativo mal riuscito di imitare Rino Gaetano (Nei garage a Milano nord fa un vero e proprio riferimento a Ma il cielo e sempre più blu), o un semplice balbettare che non aveva nulla da dire. Non era chiaro che fosse proprio questa la forza di quel disco, di quell’esordio: un tritacarne acceso nel quale finivano centri commerciali che colonizzano la pianura, lavori sottopagati, stanze fredde, l’indipendenza inadeguata, ma anche lampi di contatti umani che somigliano più a cartavetro che ad altro, relazioni che scappano da un mondo al quale fanno fatica ad appartenere, un mondo repellente.

Sorvolando sulle parodie, le imitazioni, le prese in giro a chi lo ascoltava, ci limitiamo solo a registrarle per constatare come siano state parte di un processo di affermazione del personaggio (anche se di “personaggistico” c’è sempre stato poco: come dice Brondi, dietro quel nome lungo lui ci si è sempre nascosto) che, passando per altri tre dischi si è saputo creare un suo spazio nonostante le perplessità iniziali di tanti. Dopo un primo disco così ingombrante in effetti non era facile proporre qualcosa che ne confermasse il paradigma, e – dobbiamo dirlo – il secondo album Per ora noi la chiameremo felicità non ci riesce a pieno. Il filone è sempre di una scrittura declinata su immagini da una quotidianità senza fissa dimora, stralci di temi che sbrodolano dalle notizie del telegiornale: non ha più però la stessa forza dell’esordio e, necessariamente, non sembra aggiungere molto alla narrazione del cantautore. Eppure comincia a depositarsi ancora meglio quella che definiremmo la sua poetica, sempre più ritagliata su quelle che sono le vicende di una generazione Erasmus che si ritrova sballottata per l’Europa con un futuro che definire incerto è un eufemismo.

Il suo terzo disco, La terra, l’Emilia, la luna segna un cambio se non concettuale quantomeno stilistico. La forma canzone comincia a prendere contorni maggiori e anche la ricerca dal punto di vista musicale riesce a proporre un album interessante al di là dell’ormai “esaurita” componente di esasperata disillusione dei precedenti lavori.

Vasco Brondi ha saputo crescere e cambiare assecondando la propria visione delle cose, che non necessariamente rimane sempre uguale a sè stessa, anzi: non è un caso che i toni urlati soprattutto del primo album si siano via via limati, fino a condensarsi in Terra, uscito nel 2017 ed esempio vivo di come le influenze del cantautore ferrarese siano coraggiose (la world music su tutte, ma anche le collaborazioni con Jovanotti) e si traducano in un racconto del presente forse sempre un po’disilluso, ma con una certa dose di maturità in più, coltivata in questi dieci anni da – malgrado suo – icona di un movimento (quello indie) che ha scalato le classifiche anche grazie alla sua voce.

Le luci della centrale elettrica non ci sono più, forse davvero è arrivata una qualche alba malaticcia a rischiarare la pianura padana. Vasco Brondi è diventato grande e diventerà qualcos’altro. Noi ci teniamo stretta una voce pittorica e diventata generazionale, al di là di tutti i meriti oggettivi (che valgono quello che valgono).