Due sono le lettere del nome della band, Ex, così come due erano i suoi componenti, Gabriele Troisi e Daniele Carullo. Diciamo erano perché, come ci racconta Gabriele nell’intervista che segue, il loro percorso li ha portati ad allargare la formazione per assecondare una crescita stilistica.

Ma partiamo dai soliti, doverosi, cenni biografici. Siamo nella provincia di Avellino; gli Ex iniziano a suonare in un garage polveroso: chitarra e batteria, il minimo indispensabile per fare rock’n’roll. Nel 2015 pubblicano con Rolling Stone il loro primo EP, sotto il nome di The Exploders Duo, dando spazio al paragone (come tutti i paragoni oltremodo limitante) coi Bud Spencer Blues Explosion. In più hanno la possibilità di aprire i concerti di alcuni artisti italiani come I Ministri e gli One Dimensional Man.

A distanza di tre anni, quello che uscirà a settembre può essere considerato a tutti gli effetti il loro disco d’esordio, prodotto dalla Smav Factory di Caserta, e anticipato da due singoli e un video, che ha come protagonista Loris De LunaO’ Vucabulario nella serie Gomorra. Ne abbiamo parlato con Gabriele, che ci racconta la genesi del lavoro e come si è arrivati ad includere nella formazione anche Marco Emilio Aversano e Salvatore Gaudino.

Gabriele Troisi e Daniele Carullo

Ciao Gabriele. Partiamo dalle persone che ci sono dentro il vostro primo disco, Bumaye: in origine eravate un duo, ma per questo lavoro siete “raddoppiati”. Com’è avvenuto l’allargamento della formazione in termini di composizione, stesura dei pezzi e arrangiamenti? È stata un’evoluzione naturale o una rivoluzione?
Entrambe le cose, perché l’allargamento è avvenuto in maniera naturale sotto tutti i punti di vista che hai menzionato. Forse solo al momento della composizione non era ancora chiara quest’idea, ma non appena si è iniziato a lavorare sui pezzi in sede di produzione abbiamo solo pensato a cosa volevamo per ogni singola canzone. Una volta concluso il lavoro ci siamo resi conto che di certo non era materiale da poter suonare in duo. La rivoluzione consiste nel dover poi fare questa cosa dal vivo,  cioè cambiare totalmente l’approccio alla performance live, ma è una cosa stimolante.

L’esperienza in studio a Milano. Era la prima volta che vi approcciavate a una dimensione del genere? Come l’avete vissuta?
Non proprio la prima volta, anzi il nostro ep lo registrammo al Sae Institute, sempre a Milano, con tempistiche abbastanza rigide e quella fu per noi un’ “altra dimensione”. Questa volta il lavoro è stato più corale e paziente per certi versi e ha assunto anche una sua routine quotidiana, con pause nei soliti posti, pranzi, spritz ecc. Consigliatissimo il Bar D’oro.

A proposito di routine quotidiana e abitudini, insomma di “casa”: avete sentito o sentite nella vostra esperienza di avere un legame con la provincia dove siete nati e dove è nato il progetto? Sia musicalmente che non.
Certo, cioè noi non facciamo nulla per negarlo, e non lo neghiamo a noi stessi. Ci sono atmosfere, personaggi o cose nei nostri pezzi che sicuramente sono venuti fuori guardandoci intorno. Musicalmente non so, magari qualche suggestione di quando si era ragazzini e nei locali ascoltavamo band garage/blues/rock’n’roll delle nostre parti. Tipo a me piacevano tantissimo i Funny Dunny.

Parlando del video di Alta Velocità, il tema è quello di un futuro (o presente) distopico nel quale le persone devono ricorrere ad un casco per sopportare lo stress e i ritmi del vita e del lavoro. Pensi che anche nel nostro presente esistano dei surrogati di questi caschi, che ci isolano, ci anestetizzano da una realtà che non vogliamo vedere?
Innanzitutto vorrei dire che il video è stato ideato da Niccolò Valentino, Giulia Rosco e Tommaso Bianchi. Le uniche cose che noi abbiamo fatto sono state scegliere loro per questo lavoro, fidarci, e raccontare il come, il quando e il perché fosse stata scritta la canzone. Venendo alla tua domanda, certo. Mi preme sottolineare come nel video non ci si riferisca affatto ad una alienazione tecnologica in senso stretto, tipo quella derivante dall’utilizzo di smartphone, tablet e simili. C’è il rischio di prendere questo abbaglio ad una lettura superficiale. Per il resto non mi piace molto spiegare le cose, cioè queste cose.
Sicuramente la vita che molti di noi vivono è un surrogato.

E infine il vostro primo disco. Si intitolerà Bumaye. Era un grido di incitamento rivolto a Mohammed Ali ed è diventato poi un grido contro il razzismo: è da leggere come una vostra presa di posizione? Cosa ci può rivelare del contenuto dell’album?
Guarda, in realtà inizialmente è stato scelto (e pensato da Salvatore Gaudino, il ragazzo che ha lavorato alla produzione dei pezzi sin dall’inizio e che ora abbiamo costretto a suonare il basso con noi) perché ci piaceva come suonava. Poi sì, appunto, è un grido e questo pure ci sembrava in qualche modo evocativo rispetto a quello che è il contenuto del disco, che sicuramente non parla di storie di vincenti ma sempre un po’ di chi sta dalla parte di quelli che noi consideriamo scarti, ma credo siano spesso molto più interessanti e belli.

 

Dopo aver presentato il disco in versione completa al circolo Ohibò di Milano, gli Ex saranno in giro per un tour estivo: seguite la loro pagina Facebook per le date e ogni aggiornamento.

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