“Diciassette canzoni che dopo diciassette anni diventano disco d’oro”. Chi ha avuto l’occasione e la fortuna, nella tarda mattinata di martedì o nel primo pomeriggio di mercoledì, di imbattersi sulle frequenze di TRX Radio – prima emittente radiofonica italiana nata sotto forma di app dedicata esclusivamente al rap – sarà sicuramente rimasto colpito da questa frase, riecheggiante in loop tra una canzone e l’altra, tra un frammento di storia e i ricordi di una vita ancora tutta da inventare. Fabri Fibra racconta così, con sano imbarazzo e un pizzico di orgoglio, la nascita di Turbe giovanili (Vibrarecords, 2002) e della sua, seppur tardiva, consacrazione ufficiale come disco portante della rinascita del rap di casa nostra. Un traguardo che va contro ogni aspettativa e logica commerciale, soprattutto se si pensa al terreno in cui il primo album in studio di Fabri Fibra abbia messo radici.

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Agli albori del XXI secolo, infatti, la sola idea di dare alle stampe un disco hip hop appare quanto mai azzardata, se non addirittura malsana. La scena italiana è al collasso: molti gruppi si sciolgono (vedi Sottotono, Sangue Misto), altrettanti rapper (come gli Assalti Frontali e Frankie hi-nrg) decidono di prendersi una pausa, “Aelle” – la storica rivista di riferimento del rap nostrano – chiude i battenti. Eppure, in quello spazio di mezzo in cui nessuno sembra avere più voglia di investire tempo e denaro, avviene un importante passaggio di consegne. Dai file di un vecchio hard disk, Neffa ricava le strumentali su cui Fabri Fibra, allora reduce dall’esperienza con Lato – sotto il nome di Uomini di mare – con l’album Sindrome di fine millennio (Teste Mobili, 1999), intesse le sue rime. Il risultato è singolare: Turbe giovanili si prefigura come “un disco rap che non parla di rap”, secondo ammissione dello stesso Fibra, laddove i pensieri disordinati di un ragazzo di provincia venticinquenne provano ad articolarsi in un discorso di senso compiuto. Le tracce, di fatto, riflettono un flusso di coscienza costante, inquieto, che non ha paura di valicare la durata standard di una canzone, né tantomeno di rimanere relegato ad un pubblico di nicchia. Turbe giovanili non godrà di una promozione musicale, non avrà un video e nemmeno un singolo: eppure, sarà anche questo aspetto un po’ borderline a far sì che le tracce dell’album s’insinuino gradualmente nel linguaggio comune di adolescenti e non, quasi a voler simboleggiare il senso di appartenenza ad un mondo esclusivo, in cui accedervi diventa un privilegio e, soprattutto, un modo per guardarsi meglio dentro.

In questo senso, la certificazione a posteriori di Turbe giovanili come disco d’oro ne rivendica la necessità di ascolto e, in modo particolare, apre dei momenti di riflessione sugli elementi che hanno portato Fabri Fibra a costruirsi un percorso artistico senza precedenti nella storia del rap italiano. Pensiamo, ad esempio, a tracce come Dalla A alla Zeta, in cui il rapper di Senigallia crea “un tautogramma per strofa, come suggerisce il titolo” (Luca Bandirali, Nuovo Rap Italiano. La Rinascita): ogni lettera dell’alfabeto è così declinata in nelle sue possibili derivazioni (e derive), il tutto senza ridursi ad un esercizio di stile fine a se stesso. In versi come “Dovendo Dio darci delle direzioni/ Dentro ho dubbi, dilemmi, domande, doti, distrazioni” o “G come G8/ Gazzelle giù le mani/Guidati, giovani gruppi, geni, Gesù, Giuliani”, Fibra affila la penna non tanto per diletto, quanto per aprire squarci nella realtà, tentando di tracciarne i paradossi e le zone d’ombra. Anche in Mi stai sul cazzo, il rapper si spinge oltre i confini della lingua così convenzionalmente intesa, superando la mera provocazione: l’uso della parolaccia nel titolo e nel testo della canzone (nei primi anni 2000 fenomeno perlopiù inconsueto) non è altro che la colata di lava di un vulcano che sta per eruttare, la spia di un malessere latente che troverà pieno sfogo in Mr. Simpatia (Vibrarecords, 2004), l’album più controverso e delirante di Fabri Fibra.

Al di là degli aspetti prettamente stilistici e metrici, che rivelano i semi di un’abilità ancora in fase sperimentale, ciò che colpisce maggiormente di Turbe giovanili è la sua impostazione narrativa: a dispetto del titolo, i pensieri del rapper trovano una collocazione ordinata, una consequenzialità logica, lasciando presupporre la nascita di una forma canzone inedita per il panorama hip hop italiano. Pensiamo, ad esempio, a Se non dai il meglio: “Ma noi, dimmi di noi, che ci cambierà in questi anni?/ Ci cambieranno questi anni/ A volte è l’abitudine/ dei sorrisi, di baci in visi diversi immersi in solitudine/ Ogni lasciata è persa, di chi ti ricordi il nome?/ Come non saremo noi a capire quando si scherza”. In questo brano, Fibra realizza il suo canto notturno più bello, in cui nessuna parola è lasciata al caso. Perché bastano pochi versi per riassumere la condizione giovanile, immersa in quel continuo girovagare tra i primi amori, alla disperata ricerca di volto in cui ritrovarsi. Nelle – per così dire – liriche sentimentali (Per averti qui, Ma che persona, Luna piena) il rapper riesce così a raggiungere gli anfratti più nascosti dell’animo tirandone fuori l’inespresso, cioè tutto ciò che ognuno di noi ha pensato almeno una volta nella vita e, per orgoglio o paura, non ha mai osato dire: “Vorrei il tuo tempo per dargli importanza/ Vorrei che fosse il giorno più adatto per non sentir la tua mancanza […] Più in alto di qui c’è soltanto dell’altro/ che d’altro non parliamo, piano/da chi ci allontaniamo/penso che non ci si annoia per caso/per casa tutto così ordinato, nel caso” (Come te, feat Al Castellana).

L’inquietudine del sé è anche il frutto del proprio tempo, di anni votati alla scoperta di ciò che si diventerà e di quello che il mondo, nel bene e nel male, avrà in serbo per noi. E questo senso di spaesamento si rintraccia nei versi di Scattano le indagini (“Agli amici di qua, a chi dici di là/ Dov’è il tuo gruppo? Ci sei, ma non per tutti o del tutto”) e, in modo particolare, nel brano Di fretta. Su una base claustrofobica che – a detta dello stesso Fibra – sembra mimare il ticchettio delle lancette dell’orologio, le frasi si rincorrono veloci, nell’ansia di non bastarsi e di non bastare a chi le ascolta. “Non so del posto che cerchi, ma so del posto che c’hai/ Non rinunciai e mai rinuncerò/ alla convinzione di quel che più in là un giorno farò/ Ma quante volte mai ti è capitato/di aver lavorato e di sentirti sprecato/Che, poi, se questo tempo non ci aspetta?”.

Pausa, ritornello e, alla fine della seconda strofa, la chiave di volta dell’intero disco: “Dimmi che aspetti/ dimmi, che aspetti intere ore?/ La grande occasione, l’idea geniale o il grande amore?” Colpiti e affondati. Fibra ha scagliato le sue frecce. E non se n’è più andato.

 

Immagine di copertina: pagina Facebook ufficiale di Fabri Fibra
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