La modalità in cui la violenta ondata del pop-rock alla britannica abbia marchiato a fuoco l’intera decade dei Nineties è cosa nota, ma soprattutto buona e giusta. L’onda d’urto del britpop, movimento votato ai suoi albori alla scena indipendente ed underground d’oltremanica, travolge, nei primissimi anni novanta, la scena musicale europea, scardinandone le leggi e affermandosi come uno dei generi di punta, nonché come uno dei marchi di fabbrica per eccellenza, della discografia made in Britain contemporanea.

Già nella sua fase embrionale questo genere si presenta al mondo come il figlio naturale e diretto dell’intera produzione (arrivando in alcuni casi all’emulazione più spudorata) del quartetto di Liverpool, i Beatles, e delle sonorità indie-rock degli ultimi Ottanta, a partire dalla più che nota new-wave fino alle più ruvide contaminazioni shoegaze. Il fenomeno britpop è fin da subito dirompente, grazie anche all’incredibile varietà di band che costellano, fin dai suoi primordi, il cielo fitto del panorama musicale anglosassone.

Tutto quest’ampio e variegato ventaglio di sonorità e trends stilistici sparsi si manifesta ad oggi in una lampante e costante confusione in termini di scelte d’ascolto. È proprio in questa miriade di gruppetti e grupponi che l’ascoltatore medio tende, univocamente ed inesorabilmente, ad identificare l’intera scena brit degli anni ’90 con la sua band di culto per antonomasia: quella degli attaccabrighe made in Uk più illustri, ovvero quella degli arroganti, superbi ma assolutamente geniali fratelli di Manchester, al secolo Liam e Noel Gallagher. Gli Oasis, infatti, a partire dal loro fortunatissimo esordio nel 1994, il capolavoro Definitely Maybe, si impongono a mani basse e con la loro distintiva prepotenza nel panorama british, dominando ad ogni uscita le classifiche mondiali, e diventando, in questo modo, il simbolo stesso di un movimento musicale che si fa carne, assumendo progressivamente sempre più le sembianze di un vero e proprio genere, dettando mode e tendenze nonché vere e proprie rigide leggi sonore. In soldoni una vera e propria etica comportamentale del britpop.

Le icone del Britpop, con in seconda posizione Justine Frischmann degli Elastica. Fonte: Brit Pop News

Ma il britpop non sono solo gli Oasis, come non lo sono solo, al loro fianco, la loro storica controparte, i Blur di Damon Albarn. Queste band assolutamente iconiche non sono infatti le uniche fautrici della sua gloria internazionale. Per scoprirne la matrice, e le evoluzioni generate da essa, bisogna scavare, andare indietro nel cuore inquieto della Gran Bretagna degli anni ’80.

È un’impresa ardua lasciare nell’ombra la traccia indelebile segnata dai veri e propri pionieri del movimento brit, i Suede, coloro che per primi, fin dal lontano 1989, hanno cominciato a seminare quel terreno fertile senza il quale i carissimi Liam e Noel ad oggi sarebbero forse stati, soprattutto per le nostre orecchie, degli emeriti sconosciuti. Il debutto da record della band di Brett Anderson risale al ’93: l’album omonimo, Suede, segna in modo deciso l’inizio di quel cambiamento di rotta dal quale poi gli stessi Gallagher sarebbero poi partiti in quarta, un lavoro ricco di contaminazioni dettate da delle purissime influenze bowieane e smithsiane.

I Suede di Brett Anderson. Fonte: Rolling Stone

E come tralasciare poi l’inconfondibile timbrica vocale e le movenze suadenti di Jarvis Cocker? Icona di stile alla stregua dei sopracitati fratelli (di certo i più idolatrati delle terre di Albione in termini moderecci), colui che è rimasto di diritto l’eterno Peter Pan nell’immaginario collettivo di noi nostalgici del genere, con i suoi completi vintage di velluto rigorosamente a coste, il leader dei Pulp è un pezzo da 90 impossibile da non citare, come, ovviamente la sua band. Cocker è di certo annoverabile nel poker d’assi, nel quadrumvirato del panorama britpop più nudo e crudo, assieme, ça va sans dire, al caro Liam, ad Albarn e ad Anderson. I magnetici ragazzi di Sheffield, i preziosi Pulp, cominciarono a calcare i palchi già nel lontano 1978, venendo poi ufficialmente consacrati come mostri sacri della scena indie ante litteram con l’uscita dell’album in studio It, datato 1983, all’interno del quale colossi del calibro di Bowie, Beatles, Kinks, Cure e chi più ne ha più ne metta non stentano di certo a farsi sentire. È però con masterpieces quali His ‘n’ Hers (1994) e con il successivo, eccellente, Different Class che i Pulp entrano con tutti gli onori del caso nell’Olimpo brit, con brani del calibro dell’inno generazionale Common People, il vero mantra dell’uomo comune, e della travolgente Disco 2000, la track della friendzone positiva per eccellenza, nel cui testo possiamo tutti ritrovarci mentre lo si canta a squarciagola.

I Pulp di Jarvis Cocker. Fonte: NME

Insomma, pensare al duo dei Gallagher, al loro inesauribile estro creativo, come l’unico, concreto e indissolubile baluardo del britpop non può che essere un’idea errata. Al di là dei fratellini della Greater Manchester vi è una luce ancora viva, accecante e pulsante, la matrice di quell’universo musicale tutto britannico costellato di innumerevoli validissime perle, messe (quasi) da sempre nell’ombra dalla monolitica imponenza della pressoché sconfinata produzione gallagheriana.

Artwave inoltre consiglia vivamente l’ascolto di: Stone RosesThe Verve, Manic Street Preachers, The La’s, Cast, Ash, Super Furry Animals, Lush e Seahorses.

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