Dimenticate per un attimo la rigida aria invernale che ci circonda. Collegatevi quindi a qualsiasi piattaforma musicale, premete play ed entrate nel mood cosmopolita di Gallipoli, ultima fatica dei Beirut. Mettete da parte cappotti e cappelli, chiudete gli occhi e concentratevi: tentate di far penetrare nelle sinapsi l’ideale odore marino dello iodio, quello salentino se possibile. Questi sono gli step obbligati da seguire per poter gustare appieno le morbide atmosfere che la band di Zach Condon dipinge a tinte impressionistiche ed evocative nello scandirsi delle dodici tracce di questo album dal sapore estivo, fresco come un tardo pomeriggio nel mese di giugno.

Uscito lo scorso primo febbraio per l’etichetta britannica 4AD Records, che annovera al suo interno nomi imponenti del calibro di Bon Iver o Iron & Wine, Gallipoli è un LP legato visceralmente alle atmosfere del nostro Sud, motivo per cui ci risulta impossibile evitare questo processo di immersione nell’alternarsi delle sue immagini acustiche per noi così familiari. L’eviscerare la dimensione intima del viaggio è, come i Beirut dal loro esordio nel 2006 con Gulag Orkestar ci insegnano, la componente di base dell’intero progetto, il motore scatenante che ha portato alla realizzazione di questo album dall’inconfondibile impronta itinerante.

Registrato prevalentemente nella provincia della roccaforte salentina per eccellenza, l’ambrata Lecce (per la precisione presso il Sudestudio di Guagnano) e definitosi all’interno di una bizzarra triangolazione spaziale che coinvolge anche New York e Berlino, Gallipoli ci si presenta come un prodotto finale altamente godibile, nonché un lavoro perfettamente coerente con la produzione precedente della band di Santa Fe. Insomma, non parliamo perciò di una qualche rivoluzione stilistica intrapresa dal sestetto nativo del New Mexico, quanto piuttosto di una ferrea volontà di stabilire una continuità con le linee melodiche e i tratti distintivi che hanno reso i Beirut uno dei baluardi dell’indie folk contaminato da una world music dallo spiccato carattere balkan.

Beirut. Fonte: Albert Hall Manchester

Questo giro del mondo in dodici tracce sembra avere già dal primissimo ascolto un’impronta romantica ben definita, dai tratti rotondi, quasi ovattati. Gallipoli nel suo complesso è quindi caratterizzato da un tono di base avvolgente e rassicurante, che ci spinge a tuffarci senza remore nelle pagine di questa sorta di diario di bordo sonoro nelle località del nostro Mediterraneo, rese sognanti e suggestive dalla vocalità sommessa di Condon. L’ascolto di Gallipoli, loro quinto album in studio, è perciò un vero e proprio viaggio nell’ideale multiculturalismo tanto amato dai Beirut, un’esperienza contemplativa in quelle Postcards from Italy così simili a delle vecchie e personalissime polaroid bagnate da fattori emotivi dirompenti, dal trascinante mix tra nostalgia e ricordo che la band statunitense riesce sempre ad inserire ad arte nelle sue composizioni.

Un LP come dicevamo perfettamente in linea con l’anima dei suoi creatori, a partire dalla coerenza delle scelte prettamente strumentali come ci illustrano le stesse parole di Condon sul loro sito ufficiale:

È stato concepito, nella mia mente, quando finalmente sono riuscito a portare il mio vecchio organo Farfisa a New York, dalla casa di Santa Fe dei miei genitori. Acquistai l’organo con il mio primo lavoro al Center of Contemporay Arts, il teatro del posto che proiettava film stranieri e faceva da galleria per le esposizioni. L’organista di un circo itinerante (non è uno scherzo) lo aveva lasciato nel magazzino, dato che certe parti dello strumento si erano rotte e non funzionava più. Quasi tutto il primo disco (“Gulag Orkestar” del 2006) e gran parte del secondo (“The Flying Club Cup” del 2007) sono stati scritti su quell’organo […] e, proprio su quello strumento, ho iniziato a comporre le prime canzoni di ‘Gallipoli’, verso la fine del 2016.

Siamo perciò probabilmente di fronte ad un genuino ritorno sulle scene della band di Condon, una sorta di riscatto dall’ultima uscita discografica del 2015. A causa della timidissima accoglienza da parte della critica, No, No, No sembrava dovesse essere destinato a segnare una temporanea battuta d’arresto della singolare verve creativa dell’organico. Evidentemente ci eravamo sbagliati, poiché l’andamento fluido e piacevole dell’essenza profonda di Gallipoli parla da sé.

Gallipoli in versione vinile. Fonte: 4AD

A partire dalla traccia di apertura When I Die, sentiamo che a dominare l’intero concept sonoro dell’album è la costante miscela tra synth, fiati e l’immancabile ukulele: le distanze spaziali qui vengono colmate e quindi annullate dalla pienezza strumentale, che ci avvolge come un telo da mare dopo un bagno serale alla brezza fresca di un tramonto pugliese.

Il consiglio primordiale alla base dell’intero lavoro invece, così per noi vicino all’idea stessa di mantra, è di conseguenza quello di lasciarsi andare in questa sorta di percorso sensoriale e visivo in cui Gallipoli ci conduce, un invito a perdersi nelle sue atmosfere accoglienti in cui il viaggio si trasforma, come la storia del mondo ci insegna, in una metafora dell’esistenza umana.

When I die, I want to travel light

I Beirut di Zach Condon. Fonte: Pinterest

La cornice strumentale è quindi in Gallipoli quasi totalizzante, un veicolo per la band di Condon per evocare e fissare su nastro le sensazioni che la luce del nostro Salento ha impresso nell’intimità degli stessi componenti, e del suo leader in particolare. Al suo interno c’è una volontà particolare, ovvero quello di portare Oltreoceano la tradizione di una realtà così lontana a livello concettuale da quella statunitense, costruendo così una tela fatta di un’emozionalità verace scandita dai crescendo di fiati, dai giochi armonici, da un collage di impressioni che spezzano passaggi in apparenza da definirsi a tratti monotoni.

Gallipoli è quindi a tutti gli effetti un album incentrato sulla condivisione esistenziale del concetto stesso di viaggio, un’evoluzione complessa a partire dalla sua apertura dai tratti ottimistici fino all’esplosione nostalgica presente nella sua coda come in We never lived here, penultima traccia in cui la componente del ricordo prende forma e si fa sostanza. Gallipoli è un album frutto della riconquistata maturità compositiva di Condon e del suo entourage, dove di certo ritroviamo tutto quello che ce li ha fatti amare fin da Gulag Orkestar, ma con quel un pizzico di magistralità in più.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10

Brani consigliati: Landslide, Gallipoli, Varieties of Exile, When I Die

 

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