Justin Hurwitz e Damien Chazelle si conoscono ad Harvard, dove sono membri della stessa band (Hurwitz alle tastiere e Chazelle alla batteria) e successivamente compagni di stanza. È in questi anni che Chazelle mostra a Hurwitz quello che diventerà anche il suo musical preferito, Les Parapluies de Cherbourg. Dirà poi il regista: “I musical parlano di un’idea molto semplice. Se senti abbastanza – se sei abbastanza innamorato, abbastanza allegro, abbastanza affranto – allora le regole del mondo ordinario non si applicano più. Puoi ritrovarti in mezzo a una canzone, una passeggiata serale può trasformarsi in un ballo, e quella mitica orchestra da novanta elementi può scendere dal cielo per accompagnarlo. C’è dell’audacia in quell’idea. Ecco ciò che amo dei musical: essi privilegiano le emozioni rispetto alla logica. Non sono un riflesso letterale della vita – trattano piuttosto di come la vita venga percepita”.

Hurwitz e Chazelle lavorano al loro primo musical, Guy and Madeline on a Park Bench, verso la fine del college. Il risultato è buono e personalità come il produttore Matt Plouffe consigliano loro di fare qualcosa di più grande. Allora i due ragazzi cominciano a pensare a quello che sarà La La Land, ma mancano i soldi e l’attenzione. Di Whiplash Chazelle dice di averlo scritto inizialmente per la frustrazione: “Ok, scriverò qualcosa di più piccolo, che possa essere reso in modo realistico, che non implichi un centinaio di ballerini su un’autostrada”. Il resto è storia: i riconoscimenti arrivano e con essi anche lo spazio per poter pensare in grande.

Scena tratta dal film Whiplash (fonte: andsoitbeginsfilms.com)

Sono due anni che ho come suoneria del cellulare Whiplash nella versione di Tim Simonec. Ho fallito nel tentativo di istruire i miei vicini sparando la colonna sonora di Whiplash a tutto volume: hanno continuato ad ascoltare Moreno e poi hanno perfino smesso di ascoltare musica. In ogni cosa che faccio sono guidata dal mio Terence Fletcher interiore. Ho avuto paura di vedere La La Land, perché credevo che Chazelle e Hurwitz si fossero dovuti vendere per sottostare alla mafia di Hollywood, o, peggio, che quest’inversione di marcia fosse in realtà un rivelamento dell’inganno rappresentato da Whiplash, che la vera anima del duo fosse da ritrovare invece in un musical melenso. Chazelle e Hurwitz non hanno tradito nessuno, men che meno loro stessi: Whiplash è parte di La La Land, ma non solo come ingranaggio del processo economico che ha portato alla realizzazione di un declamato capolavoro. Per inseguire il proprio sogno c’è bisogno di una fase Whiplash, di un momento di masochismo e irrazionalità che ci faccia sacrificare anche l’amore della nostra vita. La La Land però è un film amarissimo a differenza di Whiplash. I protagonisti sia di Whiplash sia di La La Land vincono, ma Mia e Sebastian durante il tragitto perdono molto di più di Andrew Neyman. Che sarà mai deludere una ragazza, per quanto dolce e carina, e una famiglia che ha già poca considerazione di te, in confronto alla perdita dell’amore di una vita, con cui hai condiviso tutto? Alla fine il padre di Andrew è ancora con lui a sostenerlo da dietro le quinte, ma chi c’è al fianco di Mia e di Sebastian? Qualcuno incontrato alla fine del percorso, non qualcuno che li ha aiutati a muovere i primi passi su quel percorso. Whiplash è un film perfetto, un monolito levigato, che non si sporca con la complessità dei rapporti, altro cardine di La La Land. Whiplash è quella persona che ci ha insegnato tutto quello che sappiamo, in termini di qualità e non di quantità (non il numero di film visti o di libri letti, ma il nostro sguardo verso di essi), rappresenta tutto ciò che sappiamo sulla vita, che passeremo però con un’altra persona, quando saremo più pronti e maturi. L’altra persona potrebbe essere il finale di La La Land. Questa complessità è alla base della composizione della colonna sonora, ad opera di Justin Hurwitz.

Ryan Gosling, Justin Hurwitz e Damien Chazelle durante il Palm Springs International Film Festival (fonte: laineygossip.com)

Con La La Land siamo ormai al terzo film jazz per Hurwitz, compositore di formazione classica. In un’intervista per Deadline racconta come la parte più gratificante del lavoro sia stata l’orchestrazione e l’uso del contrappunto in essa. In passi come Bogart and Bergman, quando Mia e Sebastian camminano sul set, o You Love Jazz Now, quando sono seduti sulla panchina verso la fine del film, tutti gli strumenti hanno il proprio materiale melodico, ma allo stesso tempo sono in dialogo con tutti gli altri membri dell’orchestra. Così “nessuno sta suonando solamente una nota che è parte di un accordo. Ogni musicista ha qualcosa di bellissimo da suonare, in modo da potersi esprimere veramente. Quando un’orchestra è composta da membri di ogni sorta che suonano melodie indipendenti, si aggiunge qualcosa alla tessitura del pezzo, tessitura che è complessa ma molto umana”.

Ben 14 nominations agli Oscar, tra cui Miglior colonna sonora, Miglior sonoro e Miglior montaggio sonoro, ma anche due brani nella rosa della categoria Migliore canzone: Audition (The Fools Who Dream) e City of Stars. Questi due pezzi sono stati scritti da Benj Pasek e Justin Paul (noti come Pasek and Paul), acclamati cantautori per il teatro. I due parolieri ottengono l’incarico nel 2014 grazie alla stesura dei versi iniziali di City of Stars, che prima di allora era solo una ballata malinconica senza nome. Per quanto riguarda Audition, Pasek ricorda la lezione del suo professore alla University of Michigan. C’è una differenza basilare tra testi pop e testi teatrali: “Una canzone pop è come un aggettivo: interessa come ti fa sentire. Una canzone teatrale invece è come un verbo: rappresenta l’azione e cosa sta per cambiare”. Per Pasek e Paul l’obbiettivo era di rendere Audition il più possibile un verbo, perché il momento in cui Mia la canta rappresenta un punto di non ritorno per la sua storia personale e, cosa più importante, per la sua relazione con Sebastian. Nel podcast Song Exploder Pasek e Paul ringraziano quindi Damien e Justin per aver permesso loro di rendere questa canzone qualcosa di più di un aggettivo.

Benj Pasek, Justin Hurwitz e Justin Paul con i loro Golden Globe (Kevin Winter/Getty Images)

Anche Hurwitz si sofferma su Audition: “La scena comincia con Mia che parla al regista e alla direttrice del casting. La canzone comincia proprio quando dice: “barefoot, she smiled.”” Non era stata pensata così, ma strada facendo Hurwitz e Chazelle capiscono che Emma Stone deve come “scivolare nella canzone”. Molto apprezzata la performance della Stone, perché tutto quello che sentiamo nel film non è pre-registrato, ma cantato live dall’attrice. La discordanza degli intervalli nel brano non è solo una sfida per chi ha dovuto interpretarlo: essa evita di far percepire la canzone come troppo diretta nell’esprimere le sue emozioni. “Penso che aiuti a farla sentire complessa e incerta”, chiarisce Hurwitz. “Mi attengo a questo tipo di movimento in generale perché succede la stessa cosa nelle emozioni della gente. Esse sono in costante cambiamento. Puoi sentire un centinaio di cose in un secondo. […] La canzone è ottimista, ma c’è anche del dolore in essa. La vita di Mia non si risolve alla fine di questa canzone. C’è qualcosa di bello nel non cercare di rendere tutto pulito alla fine. La canzone è molto speciale per me e ne sono molto orgoglioso. È esattamente come abbiamo concepito questa scena e come volevamo che la canzone fosse. Quando Damien e io abbiamo cominciato a sviluppare La La Land, avevamo un’idea del tipo di musical che volevamo creare. Nessuno ce l’ha permesso. Eravamo così convinti del progetto, ma sembrava non ci fosse una strada per realizzare il nostro sogno. Perciò noi sentivamo le stesse cose che i personaggi del film sentivano: avere questi sogni, ma non avere il permesso di creare ancora la tua arte. Mi sento ancora un sognatore. Non mi sento ancora realizzato. Non penso di essere arrivato. Mi piace pensare che sarà sempre così, perché se smetto di essere un sognatore, non penso che la mia musica sarà ugualmente buona”.

And here’s to the fools who dream
Crazy as they may seem
Here’s to the hearts that break
Here’s to the mess we make

 

In copertina: il compositore Justin Hurwitz fotografato per broadly.vice.com