Abbiamo contattato Angelo Roccato, leader dei Clan, in vista dell’uscita del loro ultimo EP, Quattro giorni fuori porta. Ne è emersa una storia, quella del rapporto tra un uomo e il genere musicale di cui è etichetta.  Alla luce di questo rapporto, abbiamo immaginato le parole che Angelo rivolgerebbe direttamente al folk irlandese. In una lettera. Scritta sui sottobicchieri di un pub malfamato.

«Caro rock irlandese,
Irish folk, irish punk. È bello chiamarti come ci capita, alla gente piace la semplicità. Anche a noi, in realtà. Fin dall’inizio. Ci piacciono gli accordi semplici di un genere semplice. Ma dopo anni la voglia di cambiare ti viene, è inevitabile.
 
Caro irish punk,
Questo non significa che non ti amiamo. Non sei tu il problema, siamo noi. Tu sei un gioco dalle regole molto precise. Sei un format. Con te i testi non contano molto, se ci pensi, ma a noi non è mai dispiaciuto. Adesso però vogliamo provare a giocare di più con le parole, verso il cantautorato.
Cerca di capire, non dico che tu non sia un genere interessante o che non abbiamo più niente da dire. Tutt’altro, irish, sei un mondo a sé stante, che si concentra prima di tutto sulla comunicazione. I live sono il momento migliore che ci hai regalato. La campagna di quei festival, la birra, i balli di gruppo. È come quando andavo a sentire i Dropkick Murphys, lo spettacolo più interessante era sotto il palco. Il pubblico del rock irlandese non può neanche chiamarsi pubblico: se li godono proprio, i concerti, in modo attivo. E se li gode anche chi suona. È per questo, per divertirci, che continuiamo a suonare. Ma a me scrivere piace ancora. Prima dei The Clan avevo un altro progetto, dalle sonorità indie. Mi manca parlare con il pubblico, vedere che sa i testi a memoria. Ma non è un addio. Lo sai, ci hai dato tantissimo.

E dire che la nostra più grande hit è nata per caso, quella canzone è stata un piccolo miracolo. È nata dall’invito di Andrea Rock, il deejay di Radio Virgin, a partecipare al suo progetto di un disco italiano, ma di cover folk. Il titolo era PGA – If the Kids Are United e il ricavato sarebbe andato in beneficienza, sapevamo solo questo. Abbiamo dato un’occhiata agli artisti e ai titoli già segnati nella tracklist. Avrebbero suonato Giò Sada, Veronal, Ketty Passa. E si erano presi tutte le canzoni che avremmo voluto suonare noi. Eravamo fra i meno conosciuti in quel mucchio e non sapevamo che fare. Alla fine abbiamo accettato, ma lo abbiamo fatto per te. Abbiamo suonato gli Offspring, ma nel tuo stile. Arrangiata in due giorni, registrata in un armadio. E finora è stata il nostro più grande successo. L’uscita di questo disco ci ha resi un po’ più conosciuti in Italia, ma lo sai, all’estero ti ascoltano di più. Qui non vai molto come genere. E ora, irish folk, sembra proprio che stiamo per voltarti le spalle anche noi.

Ma questa non è una lettera di addio, è più di ringraziamento. Ci hai dato tanto, sei stato la roccia da cui tutto è iniziato. Ci hai regalato un pubblico stupendo e non vogliamo più smettere di fare musica. Ma ora come ora, comprendimi, sento il bisogno di portare il gruppo verso un’altra direzione. La line-up è cambiata quasi completamente, ma solo quella di concerto. Le canzoni le abbiamo sempre scritte io e Francesco, e adesso sentiamo di doverci allontanare da te. Era bello cantare in inglese, ma l’esperimento che abbiamo fatto con Quattro giorni fuori porta ci ha divertiti da matti. È stato bello scrivere, scrivere. Certo, il violino di Francesco c’è e ci sarà sempre, il retrogusto folk non lo perderemo mai. Ma è tempo di salpare e di prendere il largo dalle fresche terre d’Irlanda. E navigare verso il luogo in cui siamo nati, in cui adesso, per la seconda volta, ci piacerebbe cominciare tutto da capo. Sono giorni di rinnovamento, giorni difficili a volte, ma la voglia c’è tutta.

Quattro giorni fuori porta parla proprio di questo. Un viaggio corto, breve come un EP di tredici minuti, che va dal “Giorno più freddo dell’anno” al “Giorno migliore”, passando per un “Giorno con te” e il “Giorno prima di morire”. Sono quattro giorni come tanti, quattro giorni nell’arco di un anno che possono cambiare la nostra vita per sempre. Ognuno dei quattro brani racconta una storia e, lo sai, mi era mancato raccontare storie. Abbiamo voluto metterci in gioco come non facevamo da tempo. Spero che questo non ti offenda, irlandese.
Io e Francesco aspettiamo che tu riesca a perdonarci. Quest’anno ci sarà qualche evento estivo, poi te ne parliamo con calma. Ai live ti suoneremo ancora e i boccali sbatteranno come sempre. Ma adesso vogliamo dedicarci soprattutto a scrivere pezzi nuovi: verranno altri versi, verranno altri Giorni. E no, non dimenticheremo mai l’inglese. Questa è la nostra promessa.
 
Sincerely yours,
The Clan»
 
(Folk ‘n’ Roll!)

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