L’Iguana Pop sta per compiere i suoi primi 71 anni e non può esserci per noi un’occasione più ghiotta di questa per poter celebrare e ripercorrere i primissimi fasti della sua lunga e dinamitarda carriera. Partiamo però dai primordi, dai suoi natali, quando l’essenza dell’icona punk statunitense Iggy Pop non era altro che una parte recondita e poco strutturata nell’animo ribelle di un giovane mingherlino della provincia nordamericana. Stiamo quindi parlando di una bomba ad orologeria pronta ad esplodere sui palchi del mondo, uno tsunami inaspettato capace di travolgere e contaminare la musica contemporanea con l’essenza più genuina di quel punk all’americana di cui si è fatto baluardo nel corso degli anni.

Un giovanissimo Iggy Pop in uno scatto di Peter Hujar. Credits: Peter Hujar

James Newell Osterberg Jr. nasce a Muskegon, una cittadina sulla riva orientale del lago Michigan, il 21 aprile 1947. Già dal liceo si manifesta nel giovane James l’impellente esigenza di esporsi anima e corpo, esigenza che si concretizza nel cominciare ad esibirsi musicalmente ad ogni costo e tramite ogni mezzo. Il passo tra la volontà individuale e l’azione reale è stato in questo caso decisamente breve. Nei primissimi ’60 comincia infatti a militare in diverse band, tra le quali spiccano gli Iguanas, da cui il suo soprannome Iggy, con i quali è stato attivo per due anni (1963-1965) nel ruolo di batterista, fino ad arrivare agli Psychedelic Stooges, la forma embrionale dei suoi futuri e ben più noti The Stooges. Questo è forse il passaggio focale negli anni della formazione artistica del giovane Iggy, un periodo peraltro fortemente influenzato dalle performances live del leader dei californiani The Doors, Jim Morrison. In questo momento si determina inoltre proprio quel cambiamento di ruolo, da batterista a frontman, che avrebbe poi portato alla costruzione di un personaggio complesso e strutturato, versatile, camaleontico ma monolitico e altamente simbolico allo stesso tempo. L’ultima parte dei riottosi sixties appare perciò, nel caso di Iggy Pop, una delle fasi focali del progressivo definirsi di una personalità in imperfetto divenire. È proprio con gli Psychedelic Stooges quindi che avviene la nascita di Iggy Pop come espressione estrema del protagonismo individuale on-stage. Non a caso è stato il primo a fare dello stage diving un must durante i suoi svariati anni di carriera.

Fino al 1974, momento in cui Iggy prenderà poi definitivamente la svolta solista, lo vediamo impegnato nella collaborazione che lo lega a filo doppio ai suoi Stooges. In questa atmosfera all’insegna del proto-punk e delle dipendenze dalle sostanze psicotrope più svariate, che segneranno ça va sans dire la fine della band, vedono la luce tre album: l’omonimo The Stooges (1969), prodotto da John Cale (all’epoca già ex membro dei Velvet Underground), Fun House del 1970 e Raw Power di tre anni più tardi.

Iggy Pop al Pinkpop Festivale del 1987. Fonte: Wikipedia

Nel periodo immediatamente successivo a Fun House una vera e propria crisi esistenziale, alimentata in modo preoccupante dall’abuso di eroina, si abbatte su Iggy, colpendone inevitabilmente anche la sfera creativa. La spinta verso la rinascita artistica arriva, come anche nel caso dell’amico Lou Reed, dal Duca Bianco. Bowie è infatti una figura centrale e costante nella carriera del pioniere del punk statunitense della prima ora, capace di risollevarlo dalle macerie di quella vita da rockstar che Pop ha da sempre abbracciato facendone il suo personale credo. Raw Power nasce proprio dalla spinta motrice bowieana, spinta che tuttavia non riesce da sola a tenere in piedi un progetto ormai mitragliato da crepe profonde e irreparabili come gli Stooges. La fine del progetto finisce per svuotarlo completamente, lasciandolo sprofondare di nuovo negli abissi plumbei degli stupefacenti.

David Bowie, Iggy Pop e Lou Reed al Dorchester Hotel, Londra, nel 1972. Fonte: Morrison Hotel Gallery

La tenacia di David Bowie però non si ferma qui, tanto che potremmo definire come provvidenziale quell’incontro al Max’s Kansas City di New York nel lontano 1971. Bowie è per Pop il samaritano, una luce tra le tenebre. Il suo personale Ziggy Stardust nel senso stretto della metafora. È proprio l’eclettico artista britannico infatti a tirarlo fuori dal suo inferno privato, portando Pop con lui nel tour datato 1976 di Station to Station e conducendolo per mano in una fase di profondo e cruciale cambiamento che sarà centrale per entrambi. Stiamo parlando del periodo berlinese, quando i due, assieme a Reed, cementano stoicamente la loro creatività nelle contraddizioni della Berlino Ovest della fine degli anni Settanta, marcando la profonda svolta individuale e artistica che li porterà a radicali cambiamenti di rotta e segnando definitivamente la rinascita solista di Iggy con l’uscita nel 1977 dei fondamentali The Idiot e Lust for Life.

Con questo excursus sui primi, personalmente violenti, anni di carriera dello scanzonato, provocatorio ed eccessivo Iguana del punk, noi di Artwave ci auguriamo di poterlo celebrare a dovere per ancora molti anni con la stessa attitudine profondamente non convenzionale. Ad maiora Iggy.

 

 

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