Si fa presto a dire di esser matti, ancor meno a fingerlo falsamente. A un certo punto della nostra vita manifesteremo una tendenza alla crisi mentale e all’escapismo, smarriremo i lumi lucidi della razionalità, nascondendoci dietro gli occhiali scuri di Guido Anselmi come nella pellicola felliniana del ’63, o mascherandoci con i baffoni ed il cinismo irriverente di Michele Apicella, l’iconico alter ego di Nanni Moretti. Finalmente daremo di matto o, meglio ancora, realizzeremo di esserlo sempre stati, e a quel punto la normalità sarà solo un banale cliché, un desueto modo per tutelarsi la pelle dal male.

La paura di ciò che non capiamo, l’ignoto, l’avverso, il temibile, l’apparire svitati, la pazzia, l’incomprensione recidiva si nutrono di un vecchio retaggio culturale del passato. Atterriscono, rendono vulnerabili, pronti per la gogna e l’umiliazione pubblica. Di queste tematiche intellettualistiche importerà anche ad un povero bracciante lucano, ad un pastore abbruzzese e a una modesta casalinga di Treviso. Perfino Alice si renderà conto di non essere sola:

Alice sentì che quel proverbio non poteva essere contraddetto, e tentò un altra domanda. “Che razza di gente abita in questi dintorni?”

“Di là,” rispose il Gatto, girando la zampa destra, “abita un Cappellaio; e di qua,” indicando con l’altra zampa, “abita una Lepre-marzolina. Visita chi vuoi de’ due: sono entrambi matti.”

“Ma non mi piace d’andare dai matti,” osservò Alice.

“Oh, non c’è modo d’uscirne,” disse il Gatto: “qui siam tutti matti. Io son matto. Tu sei matta.”

“Come sai ch’io sono matta?” domandò Alice.

Tu devi esserla,” disse il Gatto, “altrimenti non saresti venuta qui.”

Dove vogliamo andare a parare, di cosa volevamo parlarvi oggi? Di qualcosa che elude ciò che siamo soliti ascoltare e che stupisce proprio per il suo porsi al di là delle mode, delle convenzioni canoniche del nostro momento storico.

Anacronistico? Nostalgico? O solo brillantemente sperimentale? Scopritelo adesso. Il 2 novembre è uscito Through The Mirror, l’album d’esordio dell’ italianissima band prog Alice’s Mirror. Pubblicato dalla Hydra Music, il fulllength made in Ruvo di Puglia si interessa ad una corrente che affonda le proprie radici nel rock psichedelico britannico degli anni sessanta e si dirama per tutti gli anni settanta, influenzato da strumentazioni e tecniche compositive associate sia alla classica ed al jazz che alla musica colta in genere. Tempo fa avevamo abbozzato un vademecum introduttivo su come aprire la mente al progressive italiano, rimanendo ancorati ai precetti più noti e miliari; stavolta vogliamo stuzzicarvi l’appetito artistico con una realtà sui generis che spiazza, congela, richiama alla memoria e si cimenta nella scrittura di un nuovo racconto. Ai componenti della band Fulvio ed Eduardo Bucci, Walter Antonio Lanotte e Michele Di Modugno il compito di mantenere vivo l’inchiostro.

L’artwork di Through The Mirror , il nuovo album dei Alice’s Mirror e realizzato da Francesco Pio Marcone

Il disco, la cui durata totale si aggira intorno ai cinquanta minuti, è composto da otto step ben armonizzati tra loro. L’apertura è affidata a fake communication #1; l’intro di questa traccia fa assaggiare un’atmosfera piacevolmente familiare e basta un piccolo sforzo mnemonico per ritrovarci un po’ di One Of These Days e Shine On You Crazy Diamond degli imperturbabili Pink Floyd, mentre l’outro contiene un estratto dal film Sogni d’oro (1981) di Nanni Moretti, rievocando la celebre scena in cui il protagonista Michele Apicella inveisce contro Nicola e suo fratello: 

Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco! Non parlo di cose che non conosco!

Vi ricorda qualcosa? Forse avete indovinato. Anche un altro Michele, per la precisione un Salvemini di Molfetta ne aveva preso spunto: Caparezza la cita nella sua Cose Che Non Capisco, contenuta nel quinto album Il sogno eretico (2011).

Continuando a percorrere la tracklist troviamo Fake Communication, quasi omonima rispetto alla prima, ma indubbiamente più energica ed arrabbiata, in grado di tramutare l’impeto in riff, il pensiero debole in cuore combattivo. Alice’s Dance è bizzarra ed intrigante allo stesso tempo, coinvolgente e romanzata, morbida e pungente, coccola magistralmente quello che potrebbe essere considerato il fulcro dell’intera registrazione: parliamo di Ronin, la traccia numero quattro. Seducente come poche, bella ed articolata, ricopre – in un’attitudine che a stento riteniamo inconsapevole – l’onere e l’onore di far rivivere i tempi d’oro di Peter Gabriel al timone dei Genesis. Con Bach Town si ritorna a quei virtuosismi barocchi che hanno infuso la propria aura ad un genere così particolare e particolareggiato; basti pensare agli Ekseption, gruppo strumentale originario di Haarlem che nel 1973 pubblicò l’album Trinity, contenente un riarrangiamento mozzafiato della Toccata e Fuga in Re minore.

La tripletta finale è sorprendente: Merigold è intrisa di una delicatezza tutta branduardiana, Jump The Step è innovativa e outsider, pare quasi porre le basi per un connubio tra elettronica ed hard rock, mentre in Arabian Carpet possiamo scorgere il sound dei Camel, la sabbia sotto i piedi, il tepore del sole sulla fronte…

Gli Alice’s Mirror si ispirano appieno ai testi saggi e grotteschi di Lewis Carroll, narrando storie in cui diventa paradossale distinguere logicamente ciò che è reale da ciò che è fantastico. Preferiscono definirsi come un progetto oltraggiosoun omaggio alla musica ed una ricerca verso un luogo che si conosce proprio come l’errare indistinto di Alice nelle terre sconosciute; fondono influenze diverse e fanno tesoro dei sound che hanno fatto la storia, sono intenzionati ad offrire una chiave di lettura moderna del prog e ad intraprendere nuove strade. L’ovunque può andar bene: l’importante è scoprire, inventare, esplorare, divertirsi e far divertire, stimolare raffinatissime elucubrazioni, sognare.

L’importante, una volta per tutte, è andare. E gli Alice sono un accompagnamento ideale per intraprendere questo viaggio con noi stessi, esseri matti tra i matti.

Progressive non significa nulla. Progressive significa tutto. / Noi non suoniamo. Noi riflettiamo il nostro Tutto ed il nostro Niente attraverso lo specchio.

 

Tracklist:

1. fake communication #1 03:30
2. Fake Communication 06:24
3. Alice’s Dance 04:06
4. Ronin 11:32
5. Bach Town 06:41
6. Merigold 04:32
7. Jump The Step 05:32
8. Arabian Carpet 09:25

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: fake communication #1, Ronin , Bach Town, Arabian Carpet

© riproduzione riservata