Le voci in merito all’uscita del suo nuovo disco si erano negli ultimi tempi fatte sempre più insistenti, e sono state confermate definitivamente venerdì 1 marzo: When I Get Home è il nuovo lavoro di Solange Knowles e si presenta, già dal titolo, come fortemente identitario. Sono passati tre anni dal precedente A Seat at the Table, vero e proprio capolavoro che le aveva permesso di ritagliarsi un degno e importante posto nella scena black, staccandola definitivamente dall’ombra incombente di sua sorella Beyoncé.

Normale e anche istintivo accostarla e cercare di identificarla partendo dalla ingombrante superstar che prima di lei ha incarnato (e continua tuttora) un’epoca dell’ r’n’b, ma come vedremo la carriera di Solange è fortemente autonoma e percorre strade diverse, per certi aspetti anche alternative, rendendo il confronto tra le sorelle semplicemente superfluo e fuorviante.

La copertina di “When I Get Home” (credit: DLSO)

Inutile, però, sorvolare sull’impatto che deve aver avuto crescere in una famiglia come la sua, al centro di un’attenzione internazionale ai limiti del sostenibile. Senz’altro è anche questo dover fronteggiare una quotidianità del genere ad aver contribuito a sviluppare la personalità carismatica di Solange, proprio quella che le ha permesso di diventare, a poco più di trent’anni, un punto di riferimento per un’evoluzione della musica nera americana, che si riappropri delle proprie tradizioni e cerchi di tramandarle nel presente.

A Seat at the Table è stato, in quest’ottica, un fenomenale concentrato di rivendicazioni sociali: uscito negli anni in cui il movimento Black Lives Matter prendeva piede in una società che aveva appena eletto a presidente Donald Trump e nella quale la questione dell’identità continuava a infiammare la cronaca e il discorso pubblico, il disco di Solange parlava a una comunità intera attraverso una narrazione al tempo stesso delicata e rivelatrice. Era, in quest’ottica, accompagnato da una componente musicale che filtrava questi temi, attraverso la riscoperta di radici soul, blues e addirittura jazz, tipiche proprio della comunità nera che tanto ha influenzato la musica contemporanea. Per questa sua doppia profondità, musicale e stilistica, si era guadagnato i primi posti in molte classifiche di quell’anno.

La copertina di “A Seat at The Table”. (credit: DLSO)

Proprio per il peso specifico di A Seat at the Table, le aspettative sulle spalle di Solange erano tante, e l’attesa di una conferma spasmodica. Nessuna delusione, però: il nuovo lavoro dell’artista statunitense è, se possibile, sullo stesso livello del precedente. When I get Home è un disco a tutti gli effetti: se dopo un periodo di fortissima crisi del mercato, la fruizione musicale aveva puntato su singoli di facile vendita lasciando molto meno spazio agli LP, da qualche tempo l’album si sta riconquistando la propria dignità di opera artistica da valutare complessivamente. E per fortuna, diremmo: questo di Solange è un disco che guarda in direzione opposta a quella di un successo radiofonico o commerciale.

Non solo è difficile identificare un singolo da alta rotazione, addirittura è impresa ardua individuare i confini dei brani, per non parlare della quasi totale assenza di ritornelli o motivetti accattivanti. L’album è un continuum sonoro che scorre per una quarantina di minuti, tra interludi e composizioni sì più lunghe, ma comunque altrettanto inafferrabili; si spazia dai ritmi funky di Way to the Show all’atmosfera ossessivamente delicata di Stay Flo, ma tutto il disco mantiene una sua coerenza pazzesca che abbraccia a fondo il suono contemporaneo del sud statunitense, grazie anche ad un gran numero di artisti che hanno collaborato: Panda Bear, Tyler the Creator, Pharrell, Gucci Mane, Raphael Saadiq solo per citarne una manciata. Quasi come avessero trovato il loro naturale spazio attorno al nome di Solange per coagulare un suono, per creare un manifesto in musica di quel che ha da dire quella parte di America (e di come lo vuole dire). Ed in questa definizione di un’identità sonora, come scrivevamo in apertura, il titolo si rivela profondamente significativo: nel ritorno a casa raccontato dall’album c’è l’aria di Houston, Texas.

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Il post con cui Solange annuncia l’uscita (solo su Apple Music, ahinoi) di un film parallelo al disco.

Quella di Solange si riconferma, ancora una volta, una strada indipendente che è in grado di raccontare davvero il proprio presente: consapevole delle proprie origini e del proprio passato (che non sconfessa né idolatra). When I Get Home inoltre ha un merito che va al di là della – seppur rimarcabile – qualità stilistica: ed è quello di dimostrare l’importanza che può avere la musica nel contribuire a delineare un’appartenenza culturale; anche e soprattutto ai giorni nostri, giorni in cui sì, i confini non esistono quasi più (ma solo per quel che riguarda il mondo dell’arte), eppure forse imparare a definire la propria appartenenza (non a tutti è dato saperlo fare) può rendere la collaborazione con nuove influenze ancora più stimolante.

Altro aspetto da sottolineare, e non di poco conto, è quanto sempre di più la voce e la visione del mondo femminile stia faticosamente ma inesorabilmente conquistando sempre più spazio – quello che merita – nella scena musicale internazionale (e lo scrivevamo già a proposito della line up del Primavera Sound). Consapevoli che i passi da fare sono ancora tanti e molti ostacoli ci siano sulla via della parità di genere, anche questo disco può essere uno stimolo per riconoscere alle donne (e agli uomini e a tutti gli esseri umani) le stesse dignità e libertà, non solo nell’arte ma nella società intera. 

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