David Bowie, l’artista che per cinquant’anni ha trasformato e colorato l’idea della musica, tre anni fa ci ha salutati con grande stile, donandoci l’ennesima mossa creativa di una scacchiera mai ordinaria. Dalla particolarità innata, marchiata tra le righe della propria storia ancor prima di scriverla. L’unico che ha potuto trasformare un episodio spiacevole – ricevere un destro in pieno viso – in un cambiamento radicale, giacché mutò il suo stesso sguardo, quello di un artista che iconicamente ricordiamo con gli occhi di due colori differenti. La sua commedia era solo ai primordi, eppure non l’ha mai smentita, anzi ci ha fornito un’idea sempre migliore di ciò che poteva essere.

Copertina dellalbum “Blackstar”

 

Tutto quello che è sempre stato il lato sperimentale ed artistico di Bowie, lo ritroviamo con tratti ancora più maturi in Blackstar, il suo ultimo album che ci ha regalato flussi di interrogativi rimasti in sospeso, per i quali spetta a noi divertirci ad azzardare una qualsivoglia risposta. L’album fu pubblicato l’8 gennaio 2016, esattamente due giorni prima che David Bowie ci lasciasse. Non a caso si può parlare a tutti gli effetti di un testamento musicale. Si mostra, a noi spettatori, come un viaggio verso l’ultimo passo dell’autore, oscuro ma con una consapevolezza così chiara da non lasciar trapelare smoderate sensazioni malinconiche. È un album forte ed incredibilmente variegato, ed essendo tale risponde perfettamente a questo binomio, sperimentando differenti generi musicali con grandi personalità. Spazia così dal rock sperimentale al soul e al jazz, poi dal fusion con tracce elettroniche fino all’hard bop.
Un registro musicale ardito, ricco, in cui annoiarsi diventa impossibile.

Se pensiamo a “Blackstar” di Elvis Presley, un collegamento non ci appare per nulla così lontano, anzi, considerando che nel suo brano Presley dice che “ogni uomo ha una stella nera / e quando un uomo vede la sua stella nera / sa che è tempo, che il suo tempo è arrivato”, ci procura un indizio sulla direzione da prendere per l’interpretazione dell’omonimo primo brano estratto dall’album di Bowie.

Migliore canzone rock e Migliore interpretazione rock ai Grammy Awards 2017: il Blackstar del Duca Bianco, è il regalo d’addio per eccellenza. Il suo videoclip girato nel 2015 è un filmato dalla durata di 10 minuti, fantastico, surreale, ambientato nelle fantasie oscure e criptiche di Bowie. Parla del “giorno dell’esecuzione” su note dark ed impetuose, lo fa rappresentandosi bendato, con dei bottoni cuciti in corrispondenza degli occhi.

“Blackstar” © Official video Youtube

I canti tra una strofa ed un’altra assumono tratti di un lamento liturgico, congiungendosi alla perfezione ai movimenti epilettici dei personaggi nel filmato. Sembra quasi discordante tutto questo con lo stile del Bowie a cui siamo stati abituati con Heroes o Rebel Rebel, per citarne i più famosi. Eppure, veste magnificamente i panni di un brano, anzi di un intero album, creato un po’ per accompagnarsi verso l’uscita di scena della vita con classe.

Quella classe di un artista senza eguali che al culmine della sua esistenza, a 69 anni, raggiunse i tratti di un estro diplomatico. Attore di sé stesso, calato nella parte purtroppo reale di un uomo sul letto di morte, in Lazarus, altro grande brano dell’album, replica la cecità interpretata nel videoclip di Blackstar proponendola su versi come guarda qui sono in paradiso / ho cicatrici che non si possono vedere” esono in pericolo, non ho nulla da perdere. In questo pezzo, ancora più che nell’altro, palesa la sua condizione descrivendola senza girarci troppo attorno, spezzando però il tono inquieto con uno apparentemente più luminoso, attraverso il quale conforta sé stesso: “sarò libero / proprio come quell’uccellino azzurro.

Caro Bowie, ti ricorderemo per ogni sfumatura del rock che ci hai mostrato, come colui che ha ribaltato i cliché e ignorato i tabù.
Ti ricorderemo con un inno alla memoria che riempie i versi della tua Lazarus di cui dolcemente ti premuri, perché nessuno riuscirà mai a portar via la tua storia:

I’ve got drama, can’t be stolen”

Immagine di copertina  © Flickr
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