di Jacopo Abballe

Nella videoarte che accompagna i videoclip della cantautrice belga c’è un incredibile senso estetico ed è palpabile la brama di innovazione. Sin dal suo primo video, La Loi de Murphy, assistiamo ad uno spettacolo visivo vincente nella sua semplicità. Dietro la macchina da presa c’è la regista e fotografa Charlotte Abramow, venticinquenne talentuosa che per il primo singolo di Angèle opta per dei colori freddi, numerose riprese con camera fissa ed un gusto per il retrò che ben si coniuga con i moderni mezzi digitali. Così, in pochi minuti, dà forma a quella che sembra essere l’essenza della vita della nostra protagonista (la stessa Angèle) e, fedele alla legge di Murphy, ci fa assistere ad una serie di “quadri sfortunati”: una fetta di pane cade dalla parte della marmellata, un ferro da stiro brucia una camicia, un cellulare rivela il suo schermo distrutto, e così via. Tutto ci appare familiare in questo video dai toni ironici, dove le sfortune quotidiane diventano pura estetica e il cui finale lieto ci rassicura.

Gli occhi e le labbra sono invece i protagonisti di Je veux tes yeux, secondo videoclip della cantautrice che continua qui la collaborazione con la Abramow. La regista gioca con lo spazio cinematografico, divertendosi con la tecnica dello split screen e conferendo al tutto una cornice bianca. Gli accostamenti cromatici dal forte contrasto e la creatività visiva dell’autrice ipnotizzano lo spettatore, consegnandogli un raffinato esempio di traduzione artistica: ogni suono trova il suo corrispettivo in immagine, la musica diventa cinema.

Colorato. Pop. Cinico. Il punto più alto della videografia di Angèle è senz’altro La Thune, un’opera geniale firmata Aube Perrie. L’artista dipinge con la macchina da presa un mondo che vive di immagine, dove le armi non sono più portatrici di morte, ma di like. Un mondo non poi così diverso dal nostro, sempre attento all’apparenza, ai numeri, i cui abitanti sono dissociati dalla realtà effettiva per crearsene una propria. Nel distinguere l’oggetto dal suo significato, Perrie fa un lavoro simile a quello degli artisti concettuali della seconda metà del Novecento, richiamando anche esteticamente quel periodo: acconciature, costumi e colori sono quelli degli anni ’60 e risalta la costante presenza degli smartphone. L’atmosfera che si respira è surreale, il taglio registico è irreverente e il finale graffiante, ben lontano dalle rassicurazioni di La Loi de Murphy. Persino i titoli di coda appaiono brillanti: i nomi degli attori e della troupe sono i nickname dei social; con questo il regista ci sta dicendo che siamo quello che vogliamo apparire: siamo solo immagine, siamo vuoti.

Con Jalousie, quarto videoclip di Angèle, i registi Neels Castillon e Léo Walk decidono di dare particolare importanza ai movimenti dei protagonisti: un ottimo lavoro di coreografia è restituito da immagini dal forte valore artistico. Certo, mancano quei significati profondi che avevano elevato La Thune rispetto ai suoi precedenti, ma l’impiego degli spazi, talvolta non ben identificati, talvolta agorafobici, rispecchia perfettamente la confusione di una cantante alle prese con la gelosia. Un’opera piccola e stupenda i cui simboli sono ancora tutti da decifrare.

Il quinto, e finora ultimo, video prodotto è Tout Oublier. Qui la cantante è affiancata dal fratello Romèo Elvis, rapper di successo in patria. Nonostante la canzone sia una delle più riuscite dell’artista, il video non ne è all’altezza. Sia chiaro, non stiamo parlando di un brutto video, ma dopo quattro opere particolarmente riuscite siamo stati abituati a degli standard decisamente più alti. Tra i registi torna Léo Walk di Jalousie, ma stavolta si accompagna dietro la macchina da presa con Brice VDH. I due cercano il giusto compromesso visivo tra lo stile di Romèo (che non si è mai contraddistinto per video particolarmente raffinati e artistici) e quello della sorella, ma il risultato è piuttosto fallace. Ciò che ci viene mostrato appare poco interessante e l’unica forza del videoclip sta nel cambio di aspect ratio (rapporto tra altezza e larghezza dell’inquadratura): durante il corso del video si passa da un 2.35:1 ad un 4:3, ma in modo talmente lento e velato che risulta un vero e proprio gioco con lo spettatore. Quest’ultimo, infatti, se non presta la dovuta attenzione alla visione, può non accorgersene. Bisogna dunque riconoscere agli autori di aver sperimentato qualcosa che raramente si ritrova nel mondo del video e del cinema. Un esempio migliore, però, è sicuramente Mommy di Xavier Dolan, in cui il regista canadese fa “aprire” l’aspect ratio al suo stesso protagonista, rompendo ogni regola: il profilmico interviene sul filmico, un personaggio sembra agire direttamente sui confini dell’inquadratura che lo cattura. Un esempio di alto cinema questo a cui Tout Oublier può solo ambire.

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