Achille Lauro è il vero vincitore di questo Sanremo 2020. Con le sue performance iconiche e spettacolari è riuscito a catalizzare l’attenzione degli spettatori e dell’opinione pubblica su di lui. Dopo la sua prima, spiazzante, esibizione in cui è rimasto con indosso soltanto un body tipicamente femminile, il rapper romano ha creato un’aspettativa sempre più alta nei telespettatori che, sera dopo sera, cercavano di indovinare quale sarebbe stato il suo prossimo outfit con cui li avrebbe sbalorditi.

Ma, come ben sappiamo, nel mondo dello spettacolo e della musica nulla è lasciato al caso. Cerchiamo allora di ripercorrere brevemente la fulminante carriera di Achille, per provare a rintracciare i primi segni della sua genialità e per capire se è tutta farina del suo sacco.

Artwork ispirato a “Il bacio” (1859) di F. Hayez, con Achille Lauro e Boss Doms che si baciano durante l’ultima esibizione sul palco di Sanremo 2020

CHI È ACHILLE LAURO

Il suo vero nome è Lauro De Marinis, il prossimo 11 luglio compirà 30 anni e, come ha svelato ieri sera alla trasmissione “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio, festeggerà il suo compleanno alla grande, con un concerto al Palazzetto dello Sport. Ma facciamo un passo indietro e torniamo alle origini del suo successo.

Classe 1990, cresciuto nelle periferie romane assieme al fratello maggiore, sarà proprio grazie a lui che Achille si avvicinerà al mondo della musica, in particolare al genere rock e rap.

“Devo molto alla città di Roma, è il luogo dove tutto è iniziato per me” ha affermato il cantante ieri sera su Raiuno.

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22/06/2018 OUT “POUR L’AMOUR”

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Dopo i primi album, che si affermano nella scena rap-underground romana, partecipa alla popolare trasmissione televisiva “Pechino Express“, in coppia con Boss Doms, e sarà scelto come uno dei ventiquattro cantanti in gara a Sanremo 2019, dove si posizionerà nono con la sua Rolls Royce.

Con il successo arrivano anche i primi attacchi e le prime critiche: sia “Striscia La Notizia“, il noto programma televisivo di Canale 5, sia addirittura l’ex Ministro degli Interni, Matteo Salvini, accusarono il suo singolo, Rolls Royce di costituire un “inno alla droga”. Achille ha iniziato a farsi notare e il suo personaggio trasgressivo nonché il suo carattere esuberante fanno storcere la bocca ad una generazione abituata al politically correct e alla discrezione.

Achille però non si perde d’animo e si ripresenta a Sanremo 2020 con la sua Me ne frego, che riscuote subito successo e approvazione tra il pubblico, soprattutto dei più giovani. A colpire, però, sono soprattutto i suoi look stravaganti e sorprendenti che, fin dalla prima esibizione, lasciano letteralmente a bocca aperta il pubblico presente e i telespettatori a casa. Andiamo allora a vedere più da vicini questi veri e propri capolavori di alta moda che ha portato sul palco il cantante romano.

 

IL SIGNIFICATO E I RIFERIMENTI DEGLI ABITI INDOSSATI A SANREMO

Durante la prima serata, come vi abbiamo già raccontato qui, Achille ha deciso di omaggiare San Francesco, il santo che, in una delle scene dipinte da Giotto nella basilica superiore di Asissi, si spoglia di tutti i suoi beni e dei suoi abiti per votare la sua vita alla religione e alla solidarietà.

Achille ha così indossato un mantello nero di velluto con maxi ricami dorati e argentati sopra, che nascondevano una “tutina” glitterata, o meglio, tempestata di cristalli bianchi. Ai piedi nulla, scalzo proprio come il santo a cui faceva riferimento l’outfit.

La seconda sera Achille ha invece deciso di indossare i panni del grande David Bowie, o meglio, il suo alter-ego Ziggy Stardust, l’alieno caduto sulla terra che ha rotto tutti i tabù e i pregiudizi sulla sessualità, stravolgendo il concetto di libertà identitaria già negli anni ’70. Restando sempre un passo indietro, rispetto ad Annalisa, che cantava in coppia con lui (sottile rimando alla polemica scaturita dalla conferenza stampa del Festival), il cantante indossava un elegante completo tailleur di color turchese, trucco scintillante e una chioma rosso fuoco. Un bellissimo tributo al glam rock dei mitici anni Settanta.

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Sono stato anche io bambina. “Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto. Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza. Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo: “_Sono diventato una signorina_”. Lauro

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Per la performance della terza serata di Sanremo, Lauro si è travestito niente meno che dalla Marchesa Luisa Casati Stampa, nobildonna vissuta tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900, figlia di ricchi commercianti di tessuti e grande mecenate, nonché amante di D’Annunzio. È stata una vera e propria musa ispiratrice per alcuni dei più grandi artisti del primo Novecento: fra gli altri, Filippo Tommaso Marinetti, Fortunato Depero, Man Ray e Giacomo Balla. In suo onore il cantante ha deciso di indossare un abito lungo in organza di seta nera plissé abbinato ad un copricapo di piume con inserti di cristalli. A questo si è aggiunto un trucco fortemente espressivo, liquido e scuro, che evocava il carattere fiero e indipendente della marchesa.

Per l’ultima sera, infine, Achille ha davvero superato se stesso: con un outfit dedicato ad Elisabetta I Tudor, Regina d’Inghilterra e d’Irlanda, Achille appare avvolto da una maxi gorgiera e una crinolina dell’epoca e con il viso incorniciato da uno strabiliante pavé di perle e una parrucca che ricordava l’acconciatura della regina. Sotto a questa monumentale “impalcatura” si nasconde, però, l’animo glam rock del cantante, con pantaloni rossi a zampa e stivaletti con tacco. Ad accompagnarlo il suo inseparabile partner Boss Doms, che indossa degli shorts, probabile omaggio al chitarrista Angus Young della band hard rock australiana AC/DC, solito esibirsi sul palco in pantaloncini corti.

Anche in questo caso il riferimento storico è ad uno dei personaggi della storia occidentale più liberi e indipendenti di sempre: la regina Elisabetta I, infatti, decise di non sposarsi mai (venne per questo definita “la Regina vergine“) ma fu moglie devota e fedele della sua amata patria, l’Inghilterra.

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Ho sempre contaminato un genere con l’altro cercando di inventare musica non catalogabile ed impossibile da etichettare. Un anno fa ho iniziato ad immaginare la mia musica in modo diverso: volevo creare una performance artistica che suscitasse emozioni forti, intense e contrastanti, qualcosa che in pochi minuti fosse in una continua evoluzione visiva ed emotiva. Un piece teatrale lunga 4 minuti. “Me ne frego” è un inno alla libertà sul palco piu istituzionale d’Italia. La mia speranza è che potesse scuotere gli animi degli insicuri e le certezze di chi é fermo sulle sue certezze, perchè è sempre fuori dalla “zona comfort” il posto in cui accadono i miracoli. Me ne frego é un inno alla liberta di essere cio che ci si sente di essere. Me ne frego, vado avanti, vivo, faccio: questo è il messaggio che ho voluto dare con la canzone, è questo e il senso vero della scelta dei personaggi che io, il mio coodirettore creativo Nicoló Cerioni e il mio manager&Responsabile progetto Angelo Calculli abbiamo pensato di portare sul palco dell’Ariston. Menefreghisti positivi, uomini e donne liberi da qualsiasi logica di potere personale. Un Santo che se ne è fregato della ricchezza e ha scelto la “libera” povertà, un cantante che se n’è fregato dei generi e delle classificazioni sessiste, una Marchesa che a dispetto del suo benessere ha scelto di vivere lei stessa come un’opera d’arte, diventando una mecenate fino a morire in povertà e una regina che ha scelto la morte, evitando di curarsi abdicando, pur di restare li a proteggere e vivere per il suo popolo. La condizione essenziale per essere umani è essere liberi.

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A rendere possibile questo vero e proprio spettacolo teatrale è stato il direttore creativo della maison Gucci, Alessandro Michele, che si è così espresso su Achille:

Achille Lauro è una persona dotata di una grandissima sensibilità, creatività e con un grado di libertà che mi attrae molto. Avevamo già collaborato prima di questa straordinaria esperienza e mi aveva da subito affascinato per la sua grande personalità. Collaborare con lui per Sanremo è stata una conseguenza naturale”.

Le performance sono quindi state studiate e curate nei minimi dettagli personalmente dall’artista con Michele assieme a Nicoló Cerioni e la direzione del manager Angelo Calculli.

È stato davvero bello lavorare insieme a Lauro, al suo e al mio team su questo progetto by – ha aggiunto Alessandro Michele – perché è bello lavorare con persone libere, che volano alto e che portano avanti un messaggio forte rispetto ad argomenti importanti”.

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“God save the queen” *Laurus*

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LA NUOVA ICONA DI UNA GENERAZIONE?

In sole quattro serate, con i riflettori di Sanremo e di tutta Italia puntati addosso, Achille Lauro ha completamente rivoluzionato il format di un festival che fa fatica a stare al passo con i tempi, e, nel contempo, ha mandato dei messaggi importantissimi al pubblico e alla società italiana tutta.

Da rapper/trapper emergente, ripetutamente insultato e svilito, Achille si è preso la sua rivincita e ha parlato a nome di una generazione, quella dei Millenials, che fa ancora fatica a trovare il suo posto nel mondo e che viene spesso denigrata dalla generazione precedente, quella dei cosiddetti Boomers. Achille ha dato uno schiaffo morale a tutti quei bigotti, omofobi, retrogradi che spesso occupano posizioni di potere o i vertici di grandi aziende, pubbliche e non, e che tentano di mettere i bastoni fra le ruote a chi cerca di innovare, scardinare le regole e aprire gli occhi sulle contraddizioni e le ipocrisie del nostro mondo.

Portando sul palco la rappresentazione metaforica di quattro personaggi che, in modo diverso, sono stati liberi, perché se ne sono “fregati” delle regole e degli stereotipi, Achille ha lanciato un messaggio di speranza e di apertura verso tutte quelle persone, soprattutto più giovani, che spesso trovano difficoltà ad accettarsi e a farsi accettare in una società che, da una parte, sembra apparentemente più inclusiva, ma dall’altra finisce per ghettizzare o allontanare chi ritenuto”diverso” o “strano”.

Quello che vuole dirci Achille, senza filtri né frasi fatte, è che tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti “diversi”. Che non c’è nulla di male se da piccoli amavamo le bambole oltre ai soldatini e che se siamo maschi ma ci piace truccarci, anche solo per gioco, dobbiamo farlo, perché siamo esseri liberi e nessuno dovrebbe dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato per un maschio o per una femmina. Distruggere la mascolinità tossica, sradicare i pregiudizi, abbattere i confini: sono questi gli obiettivi del “Manifesto”di Achille. Un manifesto aperto, tollerante e inclusivo a cui la maggior parte di noi Millenials ci sentiamo di aderire, perché finalmente rappresentati.

Vi lasciamo con le toccanti parole di un suo post su Instagram che racchiudono tutto quello che è il senso del personaggio Achille Lauro:

Sono stato anche io bambina.
“Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo.
L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.
Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.

Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina.
Tutto qui?
Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore.
Ogni tanto qualcuno mi dice:
ma che ti è successo?
Io rispondo: “_Sono diventato una signorina_”.
Lauro

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