Ci sono suoni che, inevitabilmente, restano nel cuore già dal primo ascolto. Allo stesso modo, ci sono posti a cui senti di appartenere pur non avendoli mai visitati.

La sindrome di wanderlust è l’irrefrenabile ed “incurabile” desiderio di esplorare posti nuovi e lontani, anche solo con l’immaginazione. Ma è possibile applicare lo stesso principio anche per la musica?

Il breve viaggio di oggi ci porta a più di 6.000 chilometri dall’Italia, nel settimo Paese più grande al mondo: con la nave della nostra mente approdiamo in India, culla di antiche tradizioni e colorate visioni. Molte le celebrità della parte opposta del globo ad essere state attratte da questi luoghi così misteriosi; la stessa musica occidentale non ne è uscita illesa, acquisendo un repertorio di sonorità, strumenti ed impostazioni compositive fuori dagli schemi.

Facciamo un salto all’indietro di quasi cinquant’anni. Immaginiamo il rock come una grande madre protettiva, circondata dalla propria prole. Ciascun bambino rappresenta un sottogenere, nella sua più disparata varietà; il figlioletto dalla pelle olivastra e dal safa in testa si sarebbe chiamato Raga rock. Sviluppatosi parallelamente al fenomeno hippie e alla propagazione delle sostanze allucinogene, quella Raga – che discende direttamente dalla branca della psichedelia – fu una specifica tipologia molto in voga verso la fine degli anni sessanta. Oltre allo spasmodico utilizzo degli strumenti a fiato, l’arsenale strumentale accolse a braccia aperte la comparsa del sitar e della tabla, rispettivamente strumenti a corde ed a percussione dalla particolarissima resa sonora. 

Dai Kinks agli Yardbirds, dagli Byrds ai fenomenali Fab Four il passo è veramente breve; l’approccio di quest’ultimi con la cultura indiana è diventato storia. Siamo nel 1968. Dopo la pubblicazione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e Magical Mystery Tour, i ragazzi di Liverpool decisero di soggiornare in India per frequentare un corso di Meditazione Trascendentale tenuto dal guru Maharishi Mahesh Yogi. Arrivarono nel mese di febbraio e, insieme alle rispettive compagne e ad alcuni membri dello staff, si trattennero per alcuni mesi; il cammino interiore aveva luogo nell’ashram di Rishikesh, una sorta di monastero dedito allo yoga, costruito presso l’Himalaya. Ma uno di loro non era nuovo a questo ambiente etnico: il chitarrista George Harrison aveva incontrato anni prima il gran maestro Ravi Shankar (che negli anni a venire parteciperà ai festival di Monterey e Woodstock), chiedendogli delle lezioni di sitar per affinare la propria tecnica. Seppur scettico al primo approccio, Ravi si dovette ricredere e tra i due nacque una profonda amicizia ed un duraturo sodalizio. Brani come Within You Without You, The Inner LightTomorrow Never Knows e Love You To sono un’ingente testimonianza di come il fattore India fosse entrato nel sangue e nelle carni dell’organismo Beatles.

Nel corso dei decenni altre band hanno attinto da questi ritmi così distanti; tra i vari, possiamo ricordare gli Strawberry Alarm Clock, i Rolling Stones, i Doors con la loro The End, i Velvet Underground, i Kula Shaker, i Brian Jonestown Massacre e Peter Gabriel. Alcune influenze sembrano veramente inaspettate: Ben Harper, conosciuto per il tocco soft e delicato, si è avvicinato a questo mondo con il brano Better Way, mentre i Metallica hanno deciso di aprire Wherever I May Roam con un’intro di sitar.

Non è finita qui. Questa strada è stata intrapresa anche dal chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood, reduce da un ritiro spirituale di circa un anno nel magico Paese. Da pochissimi anni ha messo su un progetto musicale chiamato Junun, insieme al cantante e compositore israeliano Shye Ben Tzur e la formazione indiana Rajasthan Express. Il nome di questa nuova sfida stilistica deriva dall’urdu e significa sia “follia amorosa” che “cura”. Greenwood e gli altri la stanno sponsorizzando con una serie di spettacoli in giro per l’Europa. Dopo i concerti dello scorso anno, hanno deciso di replicare con due nuove date in italia: potrete gustarveli il 1 Giugno al Teatro Petruzzelli di Bari ed il 14 dello stesso mese all’Ippodromo del Visarno a Firenze. Sono entrambe delle imperdibili occasioni per assistere ad una delle personalità più eclettiche degli ultimi decenni, non fatevele scappare!

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