Questo mondo va interpretato.
Nulla dà risposte dirette, le strade a senso unico non esistono.
Un quadro di Mirò. Un oracolo sulla montagna. Un racconto di Pirandello. La scrittura dei medici.
Anche quando un significato c’è, non può vivere da solo. Ha bisogno di coinquilini, fratelli-significati che abitino con lui la stessa parola. E se il testo di una canzone è il loro appartamento, questa storia parla di un maledetto hotel. Significati che si fermano per una notte e via, altri che non si spostano da un mese. Certe definizioni scappano per la città tutto il giorno, altre non lasciano la propria stanza neanche per farsi una pizza. Le peggiori sono quelle che ordinano il servizio in camera e, quando bussa il cameriere, sono sparite. Non si fanno vedere mai più. Con il tempo finiamo per dimenticarle, passa un mese e di loro non ci restano neanche i contorni.
Ma la notte è un momento spettacolare. Tutti i ricordi, tutte le interpretazioni scendono nello scantinato e lo trasformano in una pista da ballo. Una strobosfera al soffitto, musica disco nelle casse. I significati si scatenano, saltano sul cubo, si strusciano uno sull’altro, finiscono per limonare a ritmo di musica. Per un attimo, sembra di vedere cosa vuol dire davvero il mondo, dall’interno del disco hotel. Poi le luci si riaccendono, è mattino. E a ben guardare la sala era vuota tutto il tempo.
Questa è la storia del disco hotel. È la storia di ANCORA MEGLIO, che è un disco, ma anche un hotel. E questa storia inizia dalla fine.
“Una casa sulla luna” è uno dei singoli che nel 2018 CIMINI ha rilasciato dall’album ANCORA MEGLIO. Il brano non ha un videoclip, o meglio, non lo ha più.

È la prima domanda che gli rivolgiamo al telefono, durante l’intervista. Che fine ha fatto il video? CIMINI ci racconta che era stato pubblicato, sì, ma per ventiquattr’ore. Era stato messo nelle Instagram Stories dell’artista e, il giorno dopo, non c’era più. Chi se l’è perso può solo immaginarlo, ma anche per chi l’ha visto non è altro che un ricordo. Sbiadito, a un anno di distanza, forse scomparso. Non c’è più nulla, al mattino, nel Disco Hotel. «Dovessi trovare un tema per “Una casa sulla luna”, direi che è la memoria.» sospira CIMINI nella cornetta. «Per questo ho postato il video su Instagram.» Racconta che le riprese erano state girate a San Lucido, in provincia di Cosenza, dove ha vissuto fino agli anni del liceo. Una terra desolata, che d’inverno si svuotava lasciandolo solo. Eppure, la terra di suo padre, della sua infanzia, del piccolo Federico Cimini. «Mio padre era nel video, sai?» dice all’altro capo del telefono, nel tentativo di dipingere un’immagine che non avremmo mai potuto vedere. «Poi mi sono trasferito a Bologna, per l’università.» È lì che ha iniziato a suonare live, a eventi altrui e in un vero e proprio tour all’uscita del primo LP, L’importanza di chiamarsi Michele. L’anno era il 2014 e il disco un concept album polemico sulla situazione dell’Italia. L’anno dopo è uscito Pereira, il suo secondo lavoro, che la critica ha accolto bene, mentre il pubblico iniziava a interessarsi e tutto andava per il meglio. Almeno, questa era l’apparenza. Ma Federico Cimini si sentiva preso in giro, sfruttato. Costretto a chiedere al padre di aiutarlo a pagare le migliaia di euro che le case discografiche pretendevano per pubblicare i suoi dischi. Erano anni tremendi, in cui lottava per briciole di attenzione, anni di sacrifici.

Fonte: Garrincha Dischi

«”Chi vuoi che se lo inculi Cimini”, sentivo dire alle stesse persone che pagavo per aiutarmi.» spiega l’artista con voce rotta. «Mi sono reso conto, a ventisette anni, di essere circondato da gente di merda
Così ha staccato. Basta musica, ha detto. È un’industria di merda.
«Non potevo scrivere di me perché “non gliene frega a nessuno della tua vita”, non potevo…» si blocca, lontano per qualche secondo dall’intervista, perso nel ricordo di vecchi inquilini del Disco Hotel. «Non potevo e basta, non riuscivo ad andare avanti così.» E per due anni ha smesso di suonare. Ma continuava a scrivere, stavolta con rabbia, strappando fogli da un vecchio quaderno, parlando di sé adesso, della sua situazione, ma rendendola universale. «ANCORA MEGLIO racconta la mia storia, ma in verità parla soltanto di qualcuno che vuole stare bene.» Di giorno usciva con gli amici, uno fra tutti Lodo Guenzi, il “Lodo” de Lo Stato Sociale. Ma di notte, mentre tutte le interpretazioni ballavano davanti a lui nello scantinato della sua memoria, scriveva frasi come “Chi si incula Cimini e chi poi in fondo gli piace, per la legge di Murphy sono tutti migliori di te“. Chiuso nel suo stanzino a Bologna, per due anni ha buttato giù versi che non mostrava a nessuno. Finché non li ha raccolti in un nuovo capitolo della sua vita. Ha chiuso con “Federico Cimini” e ha deciso che, se mai avesse pubblicato ancora, si sarebbe firmato soltanto “CIMINI“. Lodo gli ha presentato i ragazzi della propria etichetta, Garrincha Dischi, che aveva già incrociato a qualche aperitivo, e lui gli ha fatto sentire degli accordi di pianoforte che aveva solo abbozzato. Da quegli accordi è nato “La legge di Murphy”, il primo singolo sotto il suo nuovo nome d’arte.

È quella la canzone per cui tutti i cantanti indie si sono fatti la foto? Questa domanda doveva arrivare, è la chiave di lettura del fenomeno CIMINI. L’intera vicenda ruota attorno a quelle foto. «L’indie è un mondo strano,» commenta in risposta. «Proprio quando mi sentivo più giù, sicuro che l’industria musicale facesse schifo, ho avuto l’aiuto più grande che potessi chiedere.»
Prima ancora che “La legge di Murphy” fosse pubblicata, tutti gli artisti di Garrincha e non solo, dallo Stato Sociale agli Ex-Otago, Brunori Sas e altri, hanno postato su Instagram una propria foto con un cartello su cui si legge “La legge di Murphy è più forte di me”. CIMINI non poteva crederci. Era passato da sputi in faccia ad aiuti sinceri. I ragazzi di Garrincha sono diventati i suoi migliori amici e, quando l’album è uscito, ha avuto successo anche grazie al loro supporto.

Fonte: Rolling Stone

Oggi molte delle persone che ascoltano i suoi testi sulla playlist “Indie Italia” di Spotify non sanno che CIMINI era Federico Cimini, non conoscono L’importanza di chiamarsi Michele. Molte canzoni di ANCORA MEGLIO, come “Buongiorno”, che apre l’LP sono universali proprio perché aperte a decine di interpretazioni. Se non conosci la disavventura dell’artista, potrebbero parlare di te. O di un oracolo sulla montagna, di un racconto di Pirandello. Potresti addirittura rubarne un verso e iniziare da quello per scrivere una poesia sull’ambiente.

«Il fatto» spiega CIMINI. «È che molti artisti indie scrivono dei testi che sembrano nascondere altri significati solo per impressionare il pubblico, per farne una melodia commerciale.»
Mormorando con tono timido al telefono, dice che una canzone deve avere significato anche per l’autore, altrimenti è come barare. Potresti pensare che, se il cantante si è trasformato, una parte di lui dev’essere persa per sempre. Ma CIMINI non sarebbe mai nato senza Federico Cimini, così come ogni stanza d’albergo raccoglie in sé la storia di tutti gli inquilini che l’hanno abitata. Anche dopo che è passata la signora delle pulizie.
Dopo il successo di ANCORA MEGLIO, lui non ha smesso di scrivere. I significati sono così tanti e ballano, ballano, ballano.

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