Sei praticamente cresciuto suonando, come spesso accade ai pianisti classici, e sei un esecutore veramente dotato. In che modo questo studio ha strutturato la tua personalità fino ad oggi? A che punto pensi di essere sul tuo percorso?

In moltissimi modi. La musica esige uno studio sicuramente costante e disciplinato, ma soprattutto un rapporto profondo e totalizzante con la propria arte. Quando ho cominciato a studiare musica seriamente ho gradualmente compreso che ciò avrebbe richiesto non solo un’intensa applicazione mentale e fisica ma anche un ripensamento della rigida separazione che siamo soliti effettuare tra la sfera personale e quella lavorativa. Se vuoi studiare musica per tutta la vita e intraprendere un certo tipo di percorso artistico non puoi permetterti di scindere “lavoro” e “vita personale” in modo netto, questo perché la musica ti mette fin da bambino davanti a una serie di sacrifici, rinunce e cambiamenti tali da costringerti ad accordare tutto il resto di conseguenza. Studiare musica è per me una delle esperienze emotivamente più intense ogni giorno, in quanto mi trovo quotidianamente faccia a faccia con tutti i miei limiti, sogni e paure. Quello che agli altri può apparire come una routine serrata e noiosissima è per me un campo di battaglia pieno di luci e ombre, un mondo in cui ogni volta riesco a scoprire qualcosa di nuovo. Ho scoperto molto tardi di avere un’ottima attitudine al problem solving nell’immediato, probabilmente dovuta al fatto che la musica ti insegna a gestire gli errori in tempo reale, obbligandoti a coltivare una stretta relazione con il fallimento e a fare della fallibilità un punto di forza.
Il vero musicista non è quello che non sbaglia mai, ma quello che ti fa venire i brividi anche quando suona la nota sbagliata. La musica è anche il modo più efficace che ho trovato per combattere la mia pigrizia. Molti dei miei amici non ci credono, ma se potessi avere una seconda vita rimarrei a letto tutto il giorno, magari a leggere (cosa che ormai faccio esclusivamente la notte, poiché il pianoforte mi ha costretto anche a un diverso rapporto con la lettura, che amo molto). Lo studio musicale ha giovato decisamente alle mie capacità di memoria: riesco a leggere e comprendere con maggiore velocità i testi universitari che studio abitualmente, ho sviluppato una buona memoria fotografica e in generale ricordo moltissime cose, memorizzare decine di spartiti ogni tanto è utile anche per altro.
Per rispondere alla domanda inerente al mio percorso artistico: il percorso del pianista, ma anche del musicista in generale, non finisce mai. La musica è un apprendimento costante: si impara da tutti, coetanei, allievi e maestri, e a qualsiasi età. Penso di essere ancora all’inizio di un percorso che per ora mi ha anche portato delle belle gratificazioni. La strada è ancora molto lunga.

 

Quali sono le tue maggiori fonti di ispirazione?

Ho imparato moltissimo dalla mia attuale docente, la concertista Marcella Crudeli. Più che ispirazione, il suo per me è un grande esempio: mi ha insegnato a essere contento senza accontentarmi, ad affrontare le avversità della vita a testa alta senza perdersi d’animo, e sempre con grande umiltà.
Prendo l’ispirazione da amiche e amici che affrontano battaglie personali, ma anche da giovani artisti che mi capita di frequentare. Credo però che il concetto di ispirazione venga sempre un po’ sopravvalutato: l’ispirazione è per forza di cose momentanea e richiama alla mente un’idea di stasi. Si aspetta che qualcosa arrivi senza fare nulla perché ciò accada. Preferisco sicuramente la riflessione intensa o la progettualità individuale. Riflettere su un sogno e volere che un progetto di vita si realizzi sono infatti atteggiamenti dinamici, in quanto esigono un movimento verso qualcosa, incitandoti all’ideazione e alla conoscenza. Trovo la natura del desiderio e della volontà molto più stimolanti dell’ispirazione.

Fonte: pagina Facebook di Leonardo Laviola www.facebook.com/leo.luv22

Per quanto concerne l’attenzione data alla musica classica a livello di sovvenzioni statali per la sua promozione, di programmi d’insegnamento scolastico e soprattutto a livello di calore e interesse da parte del pubblico (anche profano), quali sono le maggiori differenze che hai notato fra l’Italia e le nazioni che hai visitato nei tuoi concerti?

La risposta a questa domanda necessiterebbe molto spazio, ma cercherò di riassumere come posso. In Italia l’attenzione data alla musica classica è ai minimi termini, un’evidenza di cui ci si può rendere conto analizzando le sovvenzioni statali quasi inesistenti per iniziative culturali di altissimo livello come il Concorso pianistico internazionale “Roma”, che, pur essendo uno dei concorsi artistici più prestigiosi a livello mondiale, viene finanziato esclusivamente da enti privati. A testimonianza del disagio culturale a livello anche scolastico possiamo prendere i conservatori pubblici. Le scuole musicali sono abbandonate a loro stesse, gestite in modo disordinato, senza che vi sia un progetto culturale di valorizzazione di giovani talenti alla base. Quelle che si salvano sono pochissime. Ho avuto modo di studiare in scuole di alto livello fuori dal nostro paese e, sebbene le difficoltà esistano anche lì, le cose sono sicuramente migliori. In Italia facciamo studiare musica per otto, dieci anni o più senza mai dare ai ragazzi la possibilità di esibirsi fuori dalle mura di un conservatorio, salvo eccezioni che confermano la regola. Uno studente di pianoforte che comincia a esibirsi pubblicamente a dieci anni porterà con sé innumerevoli vantaggi rispetto a un collega che comincia a fare altrettanto a venti. Suonare bene richiede talento, tanto studio ma soprattutto un’ottima tenuta nervosa, e quella si allena con i concerti pubblici. Per non parlare del fatto che suonare in una grande sala ti fa rendere conto di come approcciare al meglio lo strumento in tutte le sue potenzialità, spesso impossibili da sfruttare nello spazio limitato e confortevole dell’aula di lezione. All’estero tutto questo è risaputo e si cerca di fortificare e plasmare i giovani artisti il prima possibile. Se in Inghilterra vuoi fare il pianista e hai talento, farai primariamente quello, con le sacrosante agevolazioni e misure pubbliche che ti permettano di coltivare al meglio il tuo dono, senza distrazioni di sorta. Nel nostro paese abbiamo invece una scuola sempre più in difficoltà, che spesso non è nemmeno in grado di aiutare i ragazzi che sono costretti a dividersi tra liceo e istituto musicale, con sforzi sovrumani dannosi per la salute e anche per la disciplina in sé. Come se non bastasse, i conservatori pullulano di corsi inutili ai fini di una carriera concertistica, corsi la cui frequenza è ovviamente obbligatoria, finendo così per impedire all’allievo di dedicare il giusto tempo allo strumento.
Per quanto riguarda il calore del pubblico, è impossibile separare il discorso inerente alla partecipazione da quello più strettamente “culturale”. La partecipazione del pubblico a eventi culturali di varia natura è sempre una conseguenza del livello di cultura presente nella società, un esempio: se lo studio della musica fosse integrato con quello della storia dell’arte nelle scuole fin da subito, forse ai concerti classici ci sarebbero anche tante persone giovani, mentre spesso gran parte del pubblico che interviene è già in età pensionabile.
Questo però accade in Italia. In Germania invece ho visto un’alta percentuale di giovani ai concerti, senza una rigida e stantia separazione generazionale tra musica per vecchi e musica per giovani. Purtroppo è il nostro paese a essere vecchio, sempre identico a se stesso e sempre ossessionato dagli stessi temi – sanità e sicurezza -, mentre l’istruzione e la cultura vengono spesso dimenticate e con loro le persone che questa cultura dovrebbero respirarla per viverla al meglio.

Alla luce di quanto vissuto, hai mai considerato di intraprendere un’altra strada, magari più facile e battuta anche da altri?

No, ho sempre pensato a quello che piaceva a me e ho imparato a non usare gli eventuali successi altrui come metro di giudizio per valutare il mio lavoro. Ognuno di noi fa degli sforzi così personali che paragonarsi ad altri diventa superfluo e controproducente. Non mi spaventa il confronto, soprattutto quello con me stesso. Certamente mi piace anche misurarmi con gli altri, se non altro per imparare da chi è più bravo di me ma avendo sempre chiari i miei limiti e rispettando l’unicità di ogni artista. Proprio per questo non mi curo di chi non stimo e l’altrui successo, se manca di sostanza, si traduce in vuoto protagonismo.

 

Vuoi darci qualche spoiler sui pezzi che hai preparato per la Klimt Night? Come ti inserirai nel tema della serata organizzata da Artwave?

Ho preparato un piccolo recital basato interamente su  pezzi famosi di Frédéric Chopin. Sono quattro brani estremamente diversi, alcuni intimi mentre altri presentano oscillazioni tra l’enigmatico e il dionisiaco, un po’ come l’opera di Gustav Klimt del resto.

 

Per chi non potrà partecipare alla Klimt Night, dove e quando avremo la possibilità di ascoltarti?

Mi esibirò in diversi concerti nel mese di aprile, alcuni si terranno presso l’Auditorium – Showroom di “Alfonsi pianoforti” a Largo Brancaccio, a Roma. Sempre nella Capitale mi esibirò il 28 settembre al Teatro di Marcello in un intenso recital, dove porterò sul palco celebri brani di D. Scarlatti, J.S. Bach, W.A. Mozart, G. Petrassi e F. Chopin.

 

Ringraziamo Leonardo Laviola per la sua disponibilità.

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